In Colombia ai popoli indigeni non sono riconosciuti i diritti e alcune etnie rischiano di scomparire

 

Quando pensiamo alle popolazioni indigene presenti oggi sul territorio dell’America Latina, ci vengono subito in mente i gruppi etnici della Regione Amazzonica, e difficilmente riflettiamo sul fatto che, malgrado la colonizzazione europea abbia distrutto e cacciato via dai loro territori molti popoli, tanti ancora vivono nelle zone più diverse, anche a stretto contatto con la civiltà occidentale, pur mantenendo in vita le loro tradizioni e le loro identità. Per quanto riguarda i gruppi etnici della Colombia, sappiamo con certezza che essi sono più di ottanta (alcuni studiosi ne hanno calcolati circa un centinaio), e la maggior parte di essi vivono in territori loro assegnati, le “reservas”. La Divisione Affari Indigeni del Ministero degli Interni colombiano riconosce 567 “reservas”, per una superficie complessiva di circa 365.000 chilometri quadrati. Pur nell’enorme varietà delle diverse etnie, possiamo individuare alcune differenze essenziali fra le popolazioni andine e quelle delle foreste e pianure colombiane; queste differenze sono determinate soprattutto dalle diverse situazioni ambientali e dalle diverse relazioni tra bianchi e indios a seconda della regione considerata, anche se a volte questo fatto è messo in ombra dalla retorica pan-indiana.

I conflitti nelle Ande, infatti, per lo più hanno avuto per oggetto la terra in se stessa: a latitudini inferiori concernevano – e concernono anche oggi – le industrie estrattive, i rapporti con i colonos e i missionari, che spesso agivano da intermediari; la Chiesa, d’altronde, in questi territori, ha ancora molto potere, pur non disponendo più dei mezzi coercitivi di un tempo. I non missionari, cioè i rappresentanti locali del governo colombiano, erano sino a tempi recenti così pochi che le missioni avevano assunto de facto, e in qualche caso addirittura de iure, un’autorità governativa. Rilevante è la presa di posizione di molti missionari saveriani, che verso la metà degli anni Settanta si schierarono apertamente a favore dei movimenti di sinistra (non dimentichiamo che proprio in Colombia è nata la Teologia della Liberazione), e ancora oggi alcune pubblicazioni cattoliche hanno un tono piuttosto radicale, lodano il socialismo e preferiscono le comunità indigene nel confronto tra queste e altri settori della società colombiana. Dobbiamo però rilevare che a spingere il clero cattolico verso posizioni che si possono definire insieme di sinistra e nazionaliste, è stata soprattutto la rivalità con le organizzazioni protestanti di origine straniera, in particolare nord-americane, che invece hanno un atteggiamento dichiaratamente anticomunista e filogovernativo.

 

A woman of a Kogi (Kougi) community standing in the village holding a chick. On the right side of her is a coca bush an in the background a small coca cultviation between the thatch huts. Photograph of Alexander Rieser

 

Le lotte dei popoli indigeni per le rivendicazioni dei loro diritti iniziano nei primi anni del secolo scorso; la prima grande sollevazione indigena avviene nel Cauca nel 1914 e si estende rapidamente nelle regioni vicine, dando il via alle rivendicazioni incentrate sul diritto alla terra, alla cultura, al governo proprio. A queste richieste, assolutamente legittime, i governi hanno quasi sempre risposto con sanguinose repressioni, ma la spinta per la liberazione giuridica degli indigeni non si è fermata. Negli anni Settanta si formano vari consigli e confederazioni delle comunità indigene, e infine, nel 1982 nasce l’ONIC (Organizaciòn Nacional Indìgena de Colombia) che riunisce la maggior parte delle etnie presenti sul territorio colombiano, svolge un ruolo di coordinamento e rappresentanza politica ed elabora una piattaforma di lotta basata su quattro punti: unità, terra, cultura e autonomia. Frutto del lavoro dell’ONIC è l’approvazione della Costituzione del 1991, che riconosce i diritti individuali e collettivi dei popoli indigeni, il diritto alla terra e ad esercitare forme di governo proprio ed autonomo, mettendo definitivamente fine alla legislazione precedente, che considerava gli indigeni “minori di età” e quindi giuridicamente incapaci.

Ciò che sta scritto nella Costituzione, purtroppo, come spesso accade, è rimasto però in gran parte inattuato, e il conflitto che per più di mezzo secolo ha insanguinato il Paese, e che non è ancora definitivamente risolto, ha fatto si che queste comunità vivano in una situazione spesso drammatica, di grave vulnerabilità ( ben 18 etnie, secondo un rapporto presentato all’ONU nel 2006, sono a rischio di estinzione). Assassini, massacri, torture sono cronaca quotidiana in molte parti del Paese, e le politiche neoliberali di privatizzazione dei servizi e di penetrazione di imprese straniere continuano a violare i territori indigeni e a sfollare intere comunità, in barba ai principi costituzionali. Nell’ottobre del 2008 la minga dei popoli indigeni ha promosso una grande manifestazione di protesta per la difesa della vita, del territorio, della democrazia e della pace, che si è estesa a tutto il Paese. La minga, che letteralmente significa “camminare le parole”, cioè “arrivare a un accordo attraverso il dialogo”, è una pratica ancestrale dei popoli andini, che si convoca nelle occasioni che richiedono uno sforzo comunitario per risolvere problemi che coinvolgono tutti; è un’iniziativa per la difesa della dignità dei popoli e del territorio, che è di tutti e di cui nessuno può appropriarsi. In questa occasione, nel 2008, i partecipanti alla minga hanno camminato a piedi per due mesi per chiedere al governo di rispettare la legislazione e mettere fine al massacro delle comunità originarie. La mobilitazione, sedata in più momenti nel sangue dalle forze armate, ha dimostrato la forza del movimento indigeno colombiano, al centro della cui agenda politica ci sono la difesa dei territori, il recupero delle terre espropriate, il controllo delle risorse naturali, lo sviluppo dell’economia comunitaria, la difesa di storia, medicina, educazione e tradizioni indigene.  Un altro grande momento di mobilitazione si è avuto nel marzo 2019, con una minga promossa principalmente dalle popolazioni Embera, Nasa e Waunan. Il leader wayuu Armando Wouriyu ha dichiarato:

«Lo stato colombiano non riconosce la nostra relazione con la terra, contraria alla politica economica imperante, non difende i leader sociali, che vengono ammazzati e minacciati. Per questo siamo in minga: vogliamo la pace e chiediamo al Paese di stare dalla nostra parte, perché noi siamo la vita».

Anche se i popoli indigeni si sono mobilitati in modo determinato, ma non armato, il governo colombiano ha però deciso di mostrare i muscoli e rispondere con una repressione durissima, che ha lasciato sul terreno parecchie vittime, vari desaparecidos e una vita sotto costante minaccia per i leader delle comunità.

La diffusione della pandemia del covid-19 ha aggravato la situazione di questi popoli, che già subiscono gli effetti della marginalizzazione economica e delle costanti violazioni dei diritti umani da parte di chi è interessato a sfruttare i loro territori; essi, depositari di miti e culture secolari, difensori della natura e della biodiversità, rischiano di essere definitivamente cancellati, e con essi le conoscenze ancestrali di cui sono depositari.

 

Mariella Di Salvo