Martedì. È il giorno in cui vado a trovare Anna e anche oggi, come accade da tempo, mi sono svegliato presto. Sono in ansia per lei. Potrebbe essere solo suggestione, così come mi ha detto la scorsa settimana, tuttavia c’è qualcosa che mi preoccupa. Non saprei spiegarlo, dovrei riuscire a descrivere con le parole la luce dei suoi occhi, e non è per nulla semplice.

Mi alzo. Preparo un caffè e nell’attesa mangio qualche biscotto al burro.

Anna: da quanto tempo la conosco? Credo siano passati almeno una quindicina di anni, ma sembra ancora ieri quando la incontrai la prima volta. Già, il primo incontro, perché anch’io sapevo benissimo chi fosse Anna: e chi non conosceva la donna immortale? A quei tempi era popolarissima. Tutti parlavano della donna che non temeva la vecchiaia e che avrebbe vissuto in eterno. Che cosa incredibile!

Quel giorno, lo ricordo perfettamente, era il mio turno di riposo e il direttore mi chiamò per chiedermi se potevo sostituire un collega che aveva la febbre.

Di cosa si tratta? – gli domandai.

Devi fare le foto per un’intervista.

Uhm… chi dobbiamo intervistare?

Anna.

Anna? Parli di Anna…

Già, proprio lei.

La cosa mi rese molto felice. M’importava poco rinunciare all’unico giorno di riposo della settimana, adoravo quella donna e finalmente potevo conoscerla di persona.

Lei preferì che ci incontrassimo a casa sua: non c’è posto migliore per sentirsi a proprio agio, spiegò. Come darle torto.

Abitava in una grande e antica casa nel centro storico. Ci accolse sulla soglia, con il suo sorriso genuino. Indossava un morbido maglione di lana con le maniche che le arrivavano sulle nocche delle mani e un paio di pantofole color salmone. Bellissima. Una bellezza delicata e senza artifici. Irresistibile. L’aspetto era di una ventenne, in realtà aveva sessantasei anni. Il suo corpo aveva completato lo stadio di crescita come tutti gli esseri viventi e, inspiegabilmente, si era fermato lì. Il suo organismo era magicamente immune al naturale processo di deperimento. Un capello bianco, una ruga, una macchia sulla pelle: nulla, lei non invecchiava. Era l’unica creatura immortale che non fosse frutto della fantasia dell’uomo. I migliori biologi del mondo analizzavano le sue cellule da anni senza trovare una spiegazione al perché l’inevitabile processo d’invecchiamento presente in tutte le forme di vita fosse sfuggito al destino di Anna.

Bevo il caffè mentre guardo fuori dalla finestra. Il cielo è grigio e compatto, sembra un solido blocco di marmo. Ora non piove ma la strada è tappezzata con piccole pozzanghere scure.

Anna ci fece accomodare nel soggiorno e ci preparò un thè. L’intervista iniziò subito e io cominciai a scattare le prime foto cercando di disturbare il meno possibile. Lei si soffermò sui primi tempi, le difficoltà di gestire la notorietà, i frequenti viaggi negli Stati Uniti, la perdita della vita privata. Ma soprattutto del disagio crescente nel sentirsi un fenomeno da baraccone. A nessuno interessava chi fosse davvero Anna. Lei possedeva questa caratteristica stupefacente ed era l’unica cosa che interessava alla gente: dagli scienziati che volevano scoprirne il segreto, alle industrie farmaceutiche che ne avrebbero ricavato una fortuna, dai media in cerca di scoop al fruttivendolo sorpreso che Anna fosse “alta appena così”.

Mi ero chiesto tante volte cosa si provasse a possedere un potere simile, e in quel momento, attraverso le sue parole, percepii tutta la sua fragilità e insicurezza. Lei era una persona come le altre e ciò che più desiderava era proprio questo: vivere una vita normale.

Infine ci parlò dell’episodio che segnò un importante punto di svolta: il tentativo di omicidio. All’aeroporto di Francoforte, uno studente le si avvicinò e le sparò tre colpi di pistola.

Volevo capire se era davvero immortale, disse il giovane al suo arresto.

Anna rimase in coma due settimane. Le ferite erano gravi ma riuscì a sopravvivere. Le sue cellule non invecchiavano ma le funzioni vitali erano identiche a quelle di ogni altra persona e una di quelle pallottole avrebbe potuto ucciderla. Anna dunque non era immortale, anche lei poteva morire. Un incidente, una malattia o un folle che ti spara addosso.

Nell’immaginario collettivo si formò una crepa e, paradossalmente, quella disgrazia cambiò lo stato delle cose. La pressione mediatica allentò pian piano la sua morsa e di conseguenza anche la curiosità della gente. In quei giorni nacque un’associazione che aveva lo scopo di proteggerla dall’accanimento scientifico al quale era sottoposta.

Lentamente Anna si riappropriò della sua vita e poté tornare a dedicarsi a ciò che amava fare, la scultura soprattutto. Certo, c’era ancora chi continuava a prelevarle un campione biologico o chi la contattava per un servizio televisivo, ma molti riflettori puntati su di lei si erano ormai spenti.

Ciò che mi colpì quella mattina fu il modo con il quale ci raccontò l’episodio in cui fu ferita. Lo fece sorridendo, con la sua tipica espressione un po’ trasognante, come se anche quell’esperienza drammatica le si fosse posata sopra come una foglia spinta dal vento.

Prima di andare via ci fece vedere le sue sculture: marmi chiari e lucidi ispirati all’arte classica. Ce n’erano tanti, disposti in maniera ordinata lungo le pareti di un’ampia e luminosa sala. Ci mostrò poi, nello studio, un lavoro ancora incompleto. A prima vista mi sembrò raffigurasse un’eruzione, composta da violenti zampilli di magma che si proiettavano verso il cielo. Ben presto mi sarei reso conto di quanto fosse strampalata la mia interpretazione – che in quell’occasione tenni per me – poiché avrei scoperto che quella scultura raffigurava tutt’altro.

Faccio la doccia, mi vesto e preparo la macchina fotografica. Indosso una giacca a vento ed esco di casa. C’è un forte vento gelido. Non è la giornata ideale per fare due passi, ma è ancora presto e decido di andare a casa di Anna a piedi.

Il servizio fu pubblicato pochi giorni dopo e la redazione scelse tra le foto proprio quella che scattai nello studio con Anna in posa vicino all’”eruzione”. Mi giunse una telefonata: era lei. Aveva apprezzato molto i miei scatti e mi chiese se potessi farle avere una copia della foto nello studio.

È così che iniziarono i nostri incontri, grazie a quella fotografia.

Mi spiegò la sua idea: realizzare una sequenza di immagini che mostrassero il suo lavoro in fase di compimento. Ogni martedì andavo a trovarla e le scattavo una foto uguale a quella fatta in occasione dell’intervista. Una volta stampata, lei la attaccava sulla parete dello studio per comporre una suggestiva sequenza in cui la scultura andava definendosi mentre il suo volto rimaneva magicamente immutato.

Non saltammo neanche un incontro. Per mesi. Io arrivavo a casa sua, lei preparava un thè, quindi si metteva in posa e le scattavo la foto. Poi restavamo a chiacchierare, a volte per tutta la mattina. Ridevamo e parlavamo di tutto ciò che ci passava per la testa. Come quelle foto così simili una all’altra, anche i nostri incontri erano fatti nello stesso modo: il thè, la foto, la chiacchierata. Non siamo mai usciti di casa. Mai fatto qualcosa di diverso. E senza che ne avessimo stabilito le regole.

Due pareti dello studio erano ormai completamente tappezzate dalle foto. Solo io conoscevo i segreti nascosti in quei piccoli, quasi impercettibili, cambi di espressione dello stupendo volto di Anna, testimone di un tempo che pareva si fosse fermato come per magia.

Nel frattempo, lentamente, la statua prendeva forma. Quelli che a me erano sembrati dei fiotti di lava erano in realtà dei rami ricoperti di minuscoli fiori che Anna cesellava con estrema meticolosità. Mi spiegò che quella scultura raffigurava una Sakura, un ciliegio ornamentale giapponese i cui fiori non appassiscono mai. Quando il loro ciclo vitale giunge al termine, i fiori si staccano dai rami e il vento se li porta via. Integri, senza che un solo petalo sia mai caduto.

Avrebbe impiegato anni per completarla. Centinaia e centinaia di fiori realizzati uno a uno con infinita pazienza.

La Sakura si trova già all’interno del marmo, mi disse una volta, io mi limito solo a togliere il superfluo.

A me piaceva pensare che lo facesse anche per me, per permettere che i nostri incontri non finissero mai. Le dissi della mia interpretazione in occasione dell’intervista, quando la scultura era ancora grezza. Lei scoppiò a ridere, poi mi guardò negli occhi senza dire nulla, sorridendo.

Anna scoprì di avere il potere di non invecchiare poco tempo dopo aver perso suo marito. Me ne parlò solo una volta. Luì morì giovane, in un incidente stradale, e lei perse la voglia di vivere. E quando scoprì che non sarebbe mai invecchiata pensò che fosse vittima di una maledizione più che di un fortunato incantesimo.

La casa di Anna si trova in un angolo molto tranquillo del centro storico, e quando la raggiungo regna la pace. Mentre suono il campanello mi accorgo che la porta d’ingresso è socchiusa. Attendo un po’, poi suono ancora.

Decido di entrare e la chiamo. – Anna… Anna…

La casa è illuminata dalla luce che entra dalle finestre. Mi dirigo nello studio e quando entro non trovo la scultura. Ci sono gli attrezzi puliti e riposti sulle mensole, la polvere di marmo rimossa e il pavimento spazzato. Me lo sentivo in qualche modo: negli ultimi mesi Anna lavorava alacremente alla sua opera, come se avesse fretta di completarla.

La statua la trovo nel salone, insieme agli altri lavori. È posta su un piedistallo, come un’opera finita, anche se un ramo è ancora un grezzo zampillo di lava. E sul quel ramo trovo una lettera su cui c’è scritto il mio nome. La stringo tra le mani per alcuni istanti, poi la metto in tasca. No, non voglio leggerla ora.

Salgo per le scale e raggiungo la sua camera. Anna è lì, sul suo letto, chiara come la luna e lieve materia di un mondo che non le appartiene più. La sua bellezza ora è definitivamente donata all’eternità.

Anna… ora lo so. Io so chi eri davvero.

Rimango a guardarla in silenzio, a lungo. La bacio, e prima di andare via mi avvicino alla finestra. Era rimasta aperta. Il vento è ancora impetuoso ma sono certo si calmerà. Sì, presto il vento si calmerà.

“Albero” di Marcantonio Raimondi Malerba