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Prima i pianeti e poi le stelle | Racconto di Gemone di Velieronero d’Oltremare | Illustrazione di Gianmarco Izzo

a Roccolino, il gatto di Lisa, io e lei volevamo essere come lui.

Campo dell’Abbazia. Scuola vecchia di Santa Maria della Misericordia dal fronte (ahimè!) disadorno. Chiesa dell’Abbazia della Misericordia. Primo quarto di luna. Marte, Saturno, Giove e Venere. Moti diretti e retrogradi.

Rio della Sensa ed una corte laterale. Poco reattivo, aprii la porta d’ingresso di casa con addosso una particolare voglia di dormire profondamente. La giornata era stata lunga ed impegnativa, al lavoro. In me – altresì – la stessa voglia proibita di Male. La stessa di ogni notte. Quel pensiero ridondante mi stuzzicava ad agire senza ponderarne le conseguenze. Scariche di entusiasmo nello stomaco ben irrorato dalle arterie gastriche e gastroepiploiche. E poi un vuoto nel cuore che voleva appartenere a «qualcosa». Non solo alla aorta. Ad un gesto fuori dal consueto. Diverso da quelli che con pigrizia rinnovavo in tipografia. Differente ed irrazionale. Impellente. Faticavo a trattenerlo. A dare di piglio alla disapprovazione.

Non so come afferrai un coltello usurato per ravvivarne il tagliente con una pietra dalla grana media fissata su morsa da banco. Mantenendo un angolo di affilatura basso di 20°/30°. Passate da destra a sinistra e poi da sinistra a destra. Poi un’altra pietra meno porosa. E un’altra pietra, elastica, per la finitura. Sempre ungendo queste con acqua. Tranne l’ultima, con cui levigai l’acciaio a secco.

Lavoravo alacremente tra colonne binate statuarie come alberi. Tutte le mie stanze stavano in un unico ambiente. Affreschi in stile romano alle pareti dove le ocre, le terre ed il nero di vite, leggermente, evidenziavano personaggi mitici. Pavimento di marmo. Grandi finestre strombate che s’inframmettevano tra le colonne.

Terminata l’operazione. Lasciai il coltello sul banco da lavoro e presi a passeggiare senza meta guidato dai miei pensieri che si affastellavano verbosi. Davanti agli affreschi mi inginocchiai per rendere omaggio ad una pletora di manes che sino a prima non riconoscevo come tali. Appoggiai l’osso zigomatico contro i minerali terrosi che ne coloravano gli ambienti macabri. Gridai tutto il nonsenso che mi suscitava lo stato d’animo alterato. Ridevo e frizionavo – senza controllo – le dita sulle gengive calde. Infilavo le dita tra i capelli abbassando la testa a peso morto. Ridevo truce. Mi strappai di dosso la blusa dalle vaporose maniche. Appoggiai le scapole contro il muro freddo e guardai le capriate del soffitto, sulle quali vidi donne incorporee e verdi. Spiritelli.

Sbraitai qualcosa di incomprensibile. Contro, no; a favore. Bendisposto a «comunicare» con i loro occhi con tanto nero-nubi del Passo Falzàrego.

Loro mi chiamarono. Le sentii nella mia testa. Che si spostavano. Che insistevano.

«Georges! Georges! Georges!»

Ebbi paura dei contraccolpi e dell’irreversibilità. Ma solo per poco. Mi consideravo oramai «andato».

«Devi abbandonarti a noi, Georges. Lasciati infatuare. Non respingerci».

«Accettato» il mio destino, acconsentii a ciò che mi dicevano sommessamente.

Erano forse fiere mandatemi da Giove e venute fuori dall’Erebo da cui non si ritorna?

Non pensai a qualcosa di buono dacché mi incoraggiarono a compiere scelleratezze. Anche se il Male, sapevo, che poteva essere piacevole. Certo non lo abiurai.

Ebbi brevi bagliori di ripensamento. Brevi.

Maneggiai il coltello senza padronanza, fino a quando, ubbidendo, mi segnai più volte entrambe le tempie. Da queste fuoriuscite di bruciore. Bevvero lungo l’intero percorso di discesa degli scoli.

Altri segni sulle spalle e sulle palpebre.

Da questo giorno non mi bastarono più le autoflagellazioni.

Iniziai a seguire deboli reietti lungo le calli ed i rii interrati; alcuni dopo averli vinti li gettavo dentro il Canale Biria; altri li sorprendevo davanti a Zanipolo dalla copertura a salienti. Ma posso nominare anche la Chiesa di Santa Maria della Fava, San Giovanni in Bragora, la Fondamenta dell’Abbazia e decine di altri posti. Asportavo loro dei «pezzi» e con una pratica negromantesca li pietrificavo mantenendone l’elasticità della pelle e la morbidezza delle vene blu refluo. Feticci per le mie verdi donne. Doni. Sacrifici. Attenzioni. Non ammucchiavo trofei affinché mi rispettassero o mi dessero empito in un’arte o capacità in un mestiere; così adempieva il mio fuoco senza ordine: caotico e sfrenato. Non cercavo compagnia privando e trattenendo, i pensatori non ci capiranno mai. Le mie donne mi sostenevano suggerendomi esattamente ciò che mi andava di esprimere. Contavo, sì, handicap: nessun servitore per me ed ero sconosciuto al bel mondo. Senza alcun dubbio trovavo piacere da quel che avevo, cionondimeno.

Iniziarono ad alternarsi voci di chi aveva scorto un uomo dal passo veloce e chiuso in un mantello prima delle devianze di rara perversità e comprensibilità destinate a diventare tema di discussione e di controversia. C’era chi voleva le ronde costanti; chi le dimissioni di quel o di quell’altro organo di polizia; chi invocava lo stato di paura.

Fu la volta dello stato di paura. Le delazioni divennero più impressioni che fondamento di consistenza. La gente vedeva mostri in ogni dove. Gli Esecutori contro la Bestemmia si diedero inutilmente daffare per difendere l’offeso decoro cittadino. Entrarono in vigore turbe di divieti che non portarono a nulla.

Io continuai a mietere reietti impunito.

(Ciò che dà fastidio se non lo si storna lo si sopporta). Non faceva più notizia ripescare un morto annegato, rinvenire un corpo tagliuzzato e una donna violata prima dello strangolamento. La gente saltava il corpo. Indifferente. Certo aveva i sensi aperti ma imparò a comportarsi in base all’occasione, come siamo stati tarati a fare fin da piccoli. I primi trasalimenti furono archiviati ed, essa, aspettava del peggio da digerire. Il blando e l’energico. Il prima e il poi.

Proseguii fino a quando non smisi per fare altro. Amenità, gravezze.

Muri bianchi. Le verdi incorporee girano attorno al lume. Ancora ed ancora. Certe volte manco mi accorgo di loro. Non ho perduto il lavoro. E non l’ho mollato. La base resta per nuovi avvii.

Mi entusiasmo per poco o per molto. Dipende dalle giornate. Differentemente, non uno stimolo che mi possa contrarre la pelle. Frequento la società con apatia. La respingo. Altresì, nella stessa giornata posso essere espansivo e logorroico. Non manco di argomenti e di parlantina. Conosco i ridotti e conservo segreti. Sono nel libro d’argento della Città. Io non fingo di essere un altro né sono un doppio di me stesso. Nemmeno realizzato ed arrivista.

Vivo!

Illustrazione di Gianmarco Izzo

 

 

 
         

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