Case morte – Miguel Otero Silva

€18.00

Brossura

pag. 167 – 21 × 14

ISBN: 9788831225656

Traduzione di Geraldina Colotti

Introduzione di Amanda Salvioni

Con una nota dell’Editore

progetto grafico di Susanna Doccioli

Collana Infuocata | n.1 | collana diretta dal Collettivo di Redazione

In preordine fino al 27 novembre 2025

in libreria dal 28 novembre 2025

Tutte le copie di questo libro verranno spedite in Italia con posta rapida e tracciata.



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Descrizione

Mentre gli USA riaprono i giochi con Caracas e il Nobel incorona la dissidenza compatibile, giunge ad aprire una nuova collana un classico della letteratura venezuelana: Case morte di Miguel Otero Silva, il romanzo che raccontò la povertà petrolifera e la dignità venezuelana prima che il mondo imparasse a voltarsi dall’altra parte.


«Una casa senza porte né tetto è più com movente di un cadavere»: con queste parole, uno studente universitario, deportato come prigioniero politico, riflette ad alta voce su quello che osserva dal finestrino di un autobus che lo conduce ai lavori forzati. Il paesaggio che scorre davanti ai suoi occhi è quello degli Llanos del Venezuela, l’immensa pianura erbosa che un secolo prima aveva affascinato Alexander von Humboldt, portandolo a codificare per la prima volta il sublime orizzontale del paesaggio americano. Ma quel che colpisce lo studente non è la natura della savana, bensì lo stato di abbandono dei villaggi e delle città disseminati in quello spazio. L’autobus è appena arrivato a Ortiz, antica capitale dello stato di Guárico, la cui popolazione è stata decimata dalle malattie e dall’incuria.
[…] Risulta molto difficile non pensare, leggendo le descrizioni che Otero Silva fa di Ortiz, alle città immaginarie per cui la letteratura ispanoamericana è divenuta celebre: la Macondo di García Márquez e la Santa María di Onetti, figlie spurie della Yoknapatawpha di William Faulkner. Eppure la Ortiz di Otero Silva non è immaginaria, neanche nel nome, esiste davvero e continua ad esistere, nonostante tutto.

Dall’Introduzione di Amanda Salvioni


Miguel Otero Silva (1908-1985) è stato uno scrittore, poeta, giornalista e attivista politico venezuelano. Figura centrale della letteratura latinoamericana del XX secolo, ha concepito la sua opera come un potente strumento di critica sociale e politica, caratterizzata da un realismo lirico e straniato. Fu uno degli esponenti di spicco della Generazione del ’28, gruppo di studenti universitari che contrastarono apertamente la dittatura di Juan Vicente Gómez, appartenenza che gli costò l’arresto e l’esilio. Tornato in patria soltanto dopo il 1940, divenne un intellettuale di spicco nella società venezuelana, fondò il quotidiano El Nacional e svolse un ruolo fondamentale nel rovesciamento del dittatore Marco Pérez Jimenez.

Ammirato da Gabriel Garcia Marquez, legato da amicizia e stima a Pablo Neruda che ne riconobbe la grande forza narrativa Otero Silva è stato e continua ad essere un autore di riferimento per i grandi narratori dell’America Latina. Tra i suoi romanzi più importanti, che hanno immortalato momenti cruciali della storia venezuelana, figurano: Fiebre (1939), Casas muertas (1955), Oficina N° 1 (1961) e Lope de Aguirre, principe de la libertad (1979).

RASSEGNA STAMPA

Online

“L’amore ai tempi del petrolio” di Lorenzo Mari, Le parole e le cose, 5 gennaio 2026

Quotidiani e riviste

“Una petrofiction ante litteram” di Camilla Catturulla, L’Indice, giugno 2026

Recensione di Franco Avicolli, Il dittatore narrato attraverso quello precedente, su Domenica, Il Sole 24Ore, 17 maggio 2026

“Il Sudamerica tra baratro e magia” di Gianni Montieri, Huffington Post, 28 gennaio 2026

Recensione di Angelo Ferracuti, Vene­zuela infranto Le «case morte» del Paese morente, su La Lettura, Corriere della Sera, 21 dicembre 2025

Recensione di Francesca Lazzarato, Miguel Otero Silva, trappole di emozioni nel paese fantasma, su il manifesto, 14 dicembre 2025

Radio

Case morte romanzo del giorno a Fahrenheit, Rai Radio 3, 9 gennaio 2026. Intervista di Graziano Graziani ad Amanda Salvioni (qui, dal min. 1:05:30)


Una petrofiction ante litteram

Camilla Cattarulla, L’Indice, giugno 2026

La pubblicazione da parte di Argolibri di Case morte del giornalista, scrittore e politico Miguel Otero Silva restituisce al pubblico italiano un romanzo decisivo non solo per la storia letteraria del Venezuela, ma anche per riflettere sull’intreccio fra modernità, risorse naturali e disgregazione sociale, che ancora oggi segna il destino di molti paesi estrattivisti. Tradotto con finezza da Gerardina Colotti, giornalista e profonda conoscitrice dell’America latina, e introdotto da una lettura attenta di Amanda Salvioni, il libro permette di riaprire il discorso su un autore troppo a lungo circoscritto alla categoria del “realismo socialista latinoamericano”, ma che, letto con le chiavi conemporanee della petrofiction, appare in realtà come uno dei precursori del romanzo petrolifero mondiale.
Ambientato tra gli anni trenta e quaranta nella cittadina di Ortiz – microcosmo simbolico del Venezuela rurale prima del boom petrolifero – il romanzo racconta la progressiva morte di una città e di un modo di vivere, con gli abitanti divorati dalla migrazione verso i giacimenti e dalla modernità industriale che promette progresso mentre diffonde desertificazione culturale. La protagonista, Carmen Rosa Villena, incarna la volontà di riscatto, di educazione e di trasformazione; il suo sogno di fondare una scuola si scontra con il degrado fisico e morale di Ortiz, dove gli abitanti se ne vanno, le case si sbriciolano, gli animali vagano senza scopo e persino la chiesa perde la sua funzione di centro comunitario. L’immagine ricorrente degli edifici che crollano si fa metafora di un tessuto sociale in disfacimento.
In questa rappresentazione, Otero Silva supera i confini del romanzo sociale tradizionale: la morte non è soltanto la fine di una cittadina, ma la parabola di un intero paese colto nel passaggio da un’economia agraria a una petrolifera. Il “petrolio” in Case morte è ancora un’assenza: non compare mai direttamente, ma tutto nel romanzo – dallo spopolamento all’inerzia dei campi – rinvia alla forza magnetica del nuovo oro nero che, seducendo e svuotando, segna l’inizio di una dipendenza sociale.
Solo dagli anni novanta, con studiosi come Amitav Ghosh o Imre Szeman, si è iniziato a parlare di petrofiction, ovvero di una narrativa che esplora gli impatti sociali, politici e ambientali dell’era del petrolio. Ma Case morte, scritto quarant’anni prima, ne anticipa molte delle caratteristiche, tematizzando l’invisibilità materiale del petrolio con la presa di coscienza che lo sfruttamento energetico comporta una mutazione antropologica. Otero Silva anticipa così l’intuizione, tipica della petrofiction contemporanea, che la modernità energetica, più che una promessa di progresso, sia una forma di dominio e alienazione.
La voce narrante oscilla tra il documentario e il lirico; i dialoghi, resi nella traduzione con una musicalità sobria, danno spessore a una scrittura che unisce empatia e denuncia. L’autore non indulge mai all’epica populista – al contrario, la sua è una poetica della perdita, dove ogni segno di resistenza è anche un atto di memoria.
Le case morte sono un simbolo di identità disgregata. La pietra che cade, il legno che marcisce, la polvere che invade ogni interstizio, le malattie dovute alle paludi (siamo nei llanos venezuelani), diventano allegorie di un tempo sospeso, in cui il paese attende un futuro che non arriva mai.
Questa temporalità dilatata è una componente che ritroveremo, con toni diversi, anche nella narrativa venezuelana della crisi petrolifera contemporanea, da Rafael Cadenas a Rodrigo Blanco Calderón.
In questo senso, Otero Silva è davvero un autore fondativo: la sua scrittura costruisce un ponte tra il romanzo agrario latinoamericano e la narrativa della modernità estrattiva, con decenni d’anticipo rispetto al discorso critico.
Rileggere oggi Case morte alla luce del Venezuela del XXI secolo è un’esperienza perturbante. La cittadina abbandonata di Ortiz rimanda alle città semivuote di un paese che, nonostante le più grandi riserve di greggio al mondo, affronta una crisi politica, economica e umanitaria gravissima. Le promesse del petrolio, che negli anni cinquanta sembravano aprire al futuro, si sono trasformate in un circuito di dipendenza, corruzione e collasso infrastrutturale. La “morte” narrata da Otero Silva è perciò, oggi, metafora di una modernità esausta, di una nazione che ha vissuto interamente dentro il paradosso dell’abbondanza diseguale.
In questo senso, l’opera può essere letta come una profezia retrospettiva. Là dove negli anni cinquanta l’autore narrava lo spopolamento di Ortiz, noi oggi riconosciamo lo spopolamento del Venezuela. La finzione letteraria diventa lente storica: l’autore intuisce che l’estrattivismo non è solo un sistema economico, ma una forma mentis che prosciuga i legami sociali, trasforma i cittadini in migranti esogeni ed endogeni e riduce il futuro a una promessa esaurita.
L’edizione di Argolibri aggiunge un notevole valore critico. La traduzione restituisce il ritmo del castigliano venezuelano, mantenendo l’oralità vivida dei dialoghi e la tensione poetica della narrazione. L’Introduzione di Amanda Salvioni incornicia l’opera nello scenario letterario ispanoamericano contemporaneo, mostrando come Otero Silva si inserisca perfettamente nella storia nazionale.
Facendo così apparire il romanzo non testo datato, bensì di attualità bruciante: un racconto sulla fine delle utopie industriali, su un paese che ha barattato il futuro per un sogno di ricchezza istantanea.


Il dittatore narrato attraverso quello precedente

Franco Avicolli, Domenica, Il Sole 24Ore, 17 maggio 2026

Miguel Otero Silva pubblica Case morte durante la dittatura del generale M. Pérez Jiménez, nel 1955. Il romanzo è ambientato negli anni del gomecismo, la lunga dittatura (1908-1935) di Juan Vicente Gómez. Le due epoche hanno in comune la modernizzazione disintegratrice, l’affermarsi dell’economia del petrolio cui si addebita la grave crisi economica e sociale del Venezuela, soprattutto nelle zone interne. Emblematico simbolo del tempo, è l’Helicoide di Caracas, una costruzione polivalente che, però, non ha saputo mai rappresentare il senso liberatore assegnato alla modernità.
Dal tempo di Pérez Jiménez, Otero Silva guarda al gomecismo e lo narra con Ortiz, una cittadina della zona centrale dei llanos, di cui disegna il profilo con una storia d’amore intrecciata al suo destino dubbioso.
Carmen Rosa, figlia di don Casimiro Villena, possidente e commerciante, e di Carmelita, è la figura centrale dell’opera; con lei, il parroco padre Pernía, successore di padre Franceschini; la saggia maestra Berenice; poi, Epifanio, il libero pensatore Cartaya e Celestino, innamorato di lei «fin da quando aveva avuto l’uso della ragione»; egli non si dichiara temendo il rifiuto, che lo avrebbe costretto «a rinunciare… persino alla speranza»; a Ortiz scorre il fiume Paya, in cui Carmen Rosa vede «uno degli elementi fondamentali dell’universo»; e non manca la patrona Santa Rosa, festeggiata il 30 agosto, come a ribadire una felice comunità di intenti. E c’è, infine, Sebastián. Egli va in visita a Ortiz, alla domenica, con la misura e la discrezione dell’ospite, fino a diventare per Carmen Rosa «il punto di partenza di una strana trasformazione nel suo modo di vedere le cose, di vedere gli altri e sé stessa». L’amore tra la ragazza e Sebastián apre la prospettiva di un tempo a venire… Ma all’occhio di sedici studenti di passaggio, incarcerati per una protesta pacifica e destinati ai lavori forzati di Palenque «dove i delinquenti morivano come mosche», non sfugge lo sfacelo in corso di Ortiz, essi suppongono un tempo felice, ma ora vedono solo «case morte» e desolazione. È la sosta breve dello scrittore sulla dittatura di Vicente Gómez vista dall’interno di un «furgone giallastro» fugace, in cui «non si parlava della sfortuna di quelli che l’occupavano, ma dell’irrimediabile sorte di Ortiz e della sua gente». La cui decadenza nasce dalle guerre civili «che si sono portate via i nostri giovani», dalle epidemie di malaria e paludismo, dall’economia del petrolio e dall’illusione di poter «importare qualsiasi cosa» con la sua vendita. In Case morte si narra «non solo la morte della città nella savana», scrive Amanda Salvioni nell’introduzione, «ma soprattutto il naufragio di un’idea di nazione».
L’amore entra nella storia della cittadina e sembra riesca a sovrapporsi al suo destino. Sebastián è l’unico ad aver visto il mare, ma è una forza che apre solo uno squarcio in un futuro già scritto.


Vene­zuela infranto Le «case morte» del Paese morente

Angelo Ferracuti, La Lettura, Corriere della Sera, 21 dicembre 2025

Ortiz è una città in rovina e senza futuro che si sta spo­po­lando, dove i vec­chi par­lano ormai solo di un’epica per­duta e di un «favo­loso pas­sato», e si trova vera­mente nella pia­nura erbosa degli Lla­nos vene­zue­lani nello stato di Guárico, che tanto ave­vano affa­sci­nato l’esplo­ra­tore tede­sco Ale­xan­der von Hum­boldt. Ma è anche un luogo let­te­ra­rio e dell’imma­gi­na­rio come Macondo di García Márquez o la Santa Maria di Onetti, l’Ohio malin­co­nico e per­duto di Sher­wood Ander­son.

È que­sto lo sce­na­rio di un clas­sico della nar­ra­tiva lati­noa­me­ri­cana, Case morte (Argo­li­bri) di Miguel Otero Silva, tra­dotto da Geral­dina Colotti e uscito per la prima volta nel 1955. Il romanzo è sospeso tra due sol­chi: il primo è di natura sto­rica e meta­fo­rica, per­ché il declino della città e le sue rovine sono con­tem­po­ra­nee alla dit­ta­tura di Juan Vicente Gómez, durata dal 1908 al 1935; un altro riflette sulla com­me­dia umana in un micro­co­smo di pro­vin­cia che l’autore intende uni­ver­sa­liz­zare strap­pan­dolo dal conio tipico del regio­na­li­smo. La vicenda sto­rica allude alle guerre civili e all’eco­no­mia petro­li­fera che creò l’abban­dono e lo spo­po­la­mento delle cam­pa­gne e quindi la crisi dell’agri­col­tura. Inol­tre, come in molta let­te­ra­tura suda­me­ri­cana, realtà e imma­gi­na­zione si con­fon­dono, anzi — come direbbe Paolo Vol­poni, al quale ideal­mente è pen­sata la col­lana che ospita il libro, Infuo­cata — il romanzo «non deve rap­pre­sen­tare la realtà, ma deve rom­perla», per­ché «la realtà è una spe­cie di palla infuo­cata in movi­mento».

È pro­prio quello che fa Otero Silva con il suo rea­li­smo lirico — il poeta, gior­na­li­sta e mili­tante poli­tico iscritto al Par­tito comu­ni­sta, espo­nente della Gene­ra­zione del ’28 — il quale per essersi aper­ta­mente schie­rato con­tro la dit­ta­tura fu arre­stato e dovette vivere in esi­lio fino al 1940. Come a Orano ne La peste di Camus anche a Ortiz la gente muore per epi­de­mie di mala­ria, per­tosse, ema­tu­ria e altre malat­tie ende­mi­che, e l’autore la descrive come un «vil­lag­gio abban­do­nato, di città annien­tata da un cata­cli­sma, di miste­rioso tea­tro di una sto­ria di spet­tri» — gli unici sva­ghi sono i riti della chiesa e il fiume dove i ragazzi vanno a nuo­tare.

Al cen­tro del romanzo c’è Car­men Rosa, una ragazza che si ribella al declino della città: la sua vicenda in que­sta Spoon river vene­zue­lana è una sorta di sto­ria di for­ma­zione fitta di incon­tri con Epi­fa­nio lo spe­ziale, il signor Car­taya, padre Pernía e molte altre figure di una comu­nità dispersa. Fin­ché non arriva Seba­stien, della cui morte sap­piamo all’ini­zio del libro, che lei cre­deva «invul­ne­ra­bile come il tama­rindo», l’amore della sua vita, ani­mato da una forte pas­sione poli­tica. Car­men lo incon­tra alla festa di Santa Rosa, per­ché «anche se le case sta­vano cadendo a pezzi e la gente era scap­pata o era morta, a Ortiz si con­ti­nuava a cele­brare la santa». Alla festa è pro­prio il gallo di Seba­stien, Zambo, a bat­tere Cuna­guaro, quello del colon­nello Cubil­los, il pode­stà che emana diret­ta­mente dal tiranno, durante un san­gui­noso com­bat­ti­mento, tra le pagine più belle del libro. Quando arriva il fur­gone dei depor­tati, è il gruppo degli stu­denti (tra cui figu­rava anche Miguel Otero Silva) che a Cara­cas nel 1928 diede vita alla prima pro­te­sta con­tro il dit­ta­tore Gómez, scor­tati dai mili­tari, una evi­dente nota auto­bio­gra­fica, uno di loro guar­dando le rovine di Ortiz dice: «Stanno per crol­lare come le case, come il paese in cui siamo nati» allu­dendo malin­co­ni­ca­mente allo stato della nazione. E un altro dice ancora: «Una casa senza porte né tetto è più com­mo­vente di un cada­vere».

Come avverte nella pre­fa­zione l’ispa­ni­sta Amanda Sal­vioni «i fatti nar­rati in Casas Muer­tas si rife­ri­scono ad acca­di­menti sto­rici di circa cent’anni fa. Eppure, l’oriz­zonte d’attesa del let­tore con­tem­po­ra­neo non è sce­vro da certe asso­nanze con il pre­sente. (…) La crisi eco­no­mica attuale pog­gia su basi com­ple­ta­mente diverse da allora, ma è ine­vi­ta­bile che il pre­sente della let­tura si sovrap­ponga al pre­sente dell’enun­cia­zione». Un romanzo, quindi, che attra­verso la forza visio­na­ria dell’imma­gi­na­zione let­te­ra­ria ci dice di un Paese, il Vene­zuela, ancora dram­ma­ti­ca­mente, oggi come ieri, sotto minac­cia e irri­solto nelle sue con­trad­di­zioni.


Miguel Otero Silva, trappole di emozioni nel paese fantasma

Francesca Lazzarato, Il manifesto, 14 dicembre 2025

La realtà è una palla infuocata in movimento e «il romanzo muove questa realtà» e ne è a sua volta mosso, scriveva nel 1966 Paolo Volponi, e proprio Infuocata si chiama la nuova collana di narrativa inaugurata da Argolibri, che si rifà al dettato dell’intellettuale urbinate («Ciò che scrivo non deve rappresentare la realtà, ma deve romperla: rompere cioè gli schemi, le abitudini, gli usi, i modelli di comportamento…») e che esplicita il rimando con una citazione dal suo Le difficoltà del romanzo (in Romanzi e prose, Einaudi 2002).
E ARDENTE come un minuscolo meteorite appena atterrato nelle librerie è il primo titolo scelto dai curatori, Case morte (pp.167, euro 18), tradotto con perizia da Geraldina Colotti e corredato dall’eccellente e minuziosa presentazione di Amanda Salvioni, che colloca nel suo contesto storico e letterario la figura di Miguel Otero Silva, scrittore, giornalista, poeta e uomo politico venezuelano nato nel 1908 e scomparso nel 1985, quasi sconosciuto ai lettori italiani anche se negli anni Sessanta e Settanta due dei suoi romanzi più importanti (uno dei quali era proprio Casas muertas) furono tradotti nella nostra lingua.
Un romanzo infuocato, dunque, innanzitutto perché con involontario tempismo apre una significativa finestra sul passato del Venezuela (un passato, non dimentichiamolo, in cui il presente affonda lunghissime radici), proprio nel momento in cui Maria Corína Machado, incongruo Nobel per la pace e reincarnazione ultraliberista della borghesia compradora, invoca l’intervento nordamericano nel suo paese, mentre il presidente Trump gioca al pirata dei Caraibi e dichiara di voler restituire l’America latina alla sua «naturale» condizione di cortile di casa degli Stati Uniti.
Romanzo infuocato, inoltre, perché risponde pienamente all’idea di Volponi: nasce da una realtà precisa e la lavora, la trasforma in fabula, la frammenta e torna a ricomporla con abile gioco di incastri tra passato e presente, adombrando un futuro che vedremo dispiegarsi del tutto nel successivo romanzo di Otero, Oficina n.1 (1960), in cui la protagonista Carmen Rosa cerca di ricostruirsi una vita nel nuovo caotico centro abitato di El Tigre, all’ombra degli impianti di perforazione, dopo aver lasciato l’agonizzante cittadina agricola di Ortiz, un tempo fiorente, ma spopolata e in rovina da quando cambiamenti epocali e l’incuria del governo l’hanno abbandonata alla sua sorte, al paludismo e alle inondazioni.
Miguel Otero Silva
ANCORA INSCRIVIBILE nel realismo criollista il cui massimo esponente è stato Rómulo Gallegos (del quale Otero fu allievo negli anni del liceo) il romanzo vi introduce una serie di variazioni stilistiche, come una forte componente visuale, con immagini e «inquadrature» che sembrano mutuate dal cinema – come nella bellissima scena iniziale del corteo funebre, che dà l’impressione di essere girata al ralenti – e come un peculiare maneggio del tempo, che dà a Case morte un andamento circolare. Il primo capitolo si apre infatti con il funerale di Sebastián, il fidanzato di Carmen Rosa, anticipando così un avvenimento (la malattia e la morte del ragazzo) descritto solo poco prima del finale; e i continui flashback, gestiti soprattutto dalle voci di anziani aitanti del paese che esprimono punti di vista diversi e si rifanno a periodi differenti, sono funzionali al confronto con il presente e alla sua messa in scena.
I LUOGHI, protagonisti silenziosi del romanzo, fanno riferimento a una geografia riconoscibile, perché Ortiz è esistita davvero e nonostante tutto esiste ancora, e la sterminata pianura venezuelana, el llano, è la stessa che Alexander von Humboldt esplorò alla fine del XVIII secolo e che ancora oggi trasmette un profondo senso di isolamento e lontananza. Figure e fatti immaginari sono abilmente accostati a nomi e date che rimandano a eventi e personaggi reali, come i sedici studenti reclusi nel durissimo carcere di Palenque dopo le proteste e le rivolte del 1928 contro il dittatore Gómez, cui Otero partecipò in prima persona e che gli costarono il carcere e l’esilio (il primo, ma non l’ultimo, cui da uomo di sinistra fu costretto). E appare inconsueta anche l’estetica quasi espressionista con cui l’autore restituisce le case in rovina, il silenzio di un paese fantasma abitato da morte, malattia e paura, l’implacabile paesaggio llanero, il caldo arido alternato a piogge devastanti, il cimitero invaso dalle erbacce, un ribollire di acque, la presenza di uno zoo inquietante (rettili, insetti malefici, feroci galli da combattimento).

TUTTO, IN QUESTO ROMANZO essenzialmente corale che suona anche come un congedo a usanze collettive e antiche tradizioni popolari, sembra assumere una coloritura metaforica e allegorica per rappresentare il momento di passaggio tra un assetto economico e sociale basato sull’agricoltura, l’allevamento e una rete di piccoli centri rurali, e l’avvento di un ordine fondato sul petrolio, che provocò l’esodo dei contadini impoveriti verso le città (nel 1961 la maggior parte della popolazione del Venezuela era ormai urbana), la nascita disordinata di nuovi centri abitati intorno ai pozzi di petrolio, il sorgere di un paesaggio «alieno» punteggiato da torri metalliche, una sovranità nazionale minata dal sovrapporsi degli interessi delle compagnie petrolifere a quelli del paese, il costituirsi di nuovi ceti abbienti in seno a una modernità diseguale, fonte di nuove ed enormi ingiustizie che andavano ad aggiungersi e sovrapporsi a quelle ereditate dalla Colonia.
La storia d’amore tra Carmen Rosa e Sebastián, che potrebbe insinuare un sospetto di canonico romanticismo (la letteratura latinoamericana dell’ottocento e del primo novecento è piena di tragiche e appassionate storie d’amore, a partire da Soledad di Bartolomé Mitre ed Elvira la novia del Plata di Estéban Echeverría), si inserisce invece nella trama di metafore e allegorie tessuta da Otero: se la ragazza, signora di un magnifico giardino amorosamente accudito (l’unico angolo bello e rigoglioso di Ortiz, una sorta di paradiso vegetale) è un esempio di femminilità forte e piena di vita, che non si arrende e si proietta verso il futuro, quale che sia, il ribelle e indignato Sebastián, che pareva indistruttibile come l’albero del tamarindo e che soccombe all’ematuria, è in un certo senso il simbolo della sconfitta di una generazione, mentre l’amore non realizzato dei due ragazzi si inscrive nell’arco delle storiche crudeltà che hanno segnato il cammino del Venezuela.
«CASE MORTE», INFINE, torna a ricordarci due importanti sfaccettature dell’identità autoriale di Otero: la prima è quella del poeta (testimoniata da sei raccolte di versi, non del tutto ignote nemmeno in Italia), che affiora continuamente dalla sua scrittura. La seconda è quella del grande giornalista, direttore e fondatore di quotidiani e riviste, reporter attivo in redazione e sul campo, che ha basato i suoi cinque romanzi sul divenire della società venezuelana (da Fiebre del 1939 a Cuando quiero llorar no lloro, del 1970: un ciclo di cui Case morte rappresenta la seconda tappa) su un lungo lavoro di indagine e infinite interviste.
Le sue opere, tuttavia, non sono romanzi-verità, né documenti, né cronache, ma romanzi-romanzi, costruiti con notevole padronanza della tecnica narrativa, una scrittura piena di fascino, visioni ed emozioni: testi infuocati che ci portano dritti nel cuore di una nazione, ma superano brillantemente la tentazione regionalista. Prima ancora che venezuelano, Otero è un grande scrittore latinoamericano.

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