Protect to survive di Daniele Bellomi ⥀ Autopoetica

Autopoetica, la rubrica di testi inediti con autodichiarazione critica, a cura di Marzia D’Amico, presenta oggi alcuni testi di Daniele Bellomi, come sempre illustrati da Valentina Vallorani. È possibile segnalarsi inviando propri scritti e una dichiarazione di autopoetica alla mail: autopoetica.argo@gmail.com (tutte le pubblicazioni finora apparse nella rubrica possono essere lette qui)

 

La pratica o il “fare pratica” della scrittura poetica può indurre a ricreare, in condizioni di apparente stabilità, un meccanismo molto simile a quello che regola la protezione dal sovraccarico all’interno di una rete di distribuzione elettrica. Quando certe condizioni si verificano all’interno di questo processo, si fa strada la necessità di interrompere l’alimentazione continua del flusso, in modo più o meno automatico, per evitare che la corrente viaggi a portate superiori al consentito e finisca per creare danni al sistema. Una volta riconosciute queste precondizioni, non restano che due alternative: la prima, e più logica, è quella di attivare contromisure atte a far calare contemporaneamente la tensione e la temperatura dei materiali impiegati all’interno della rete; la seconda, in apparenza meno considerata, è quella di rinunciare all’idea di proteggere i dispositivi che mantengono il sistema in equilibrio e, per scelta, intraprendere la via che porta al sovraccarico, e al discapito che ne deriva.
In quel caso, e con un po’ di fortuna, la scrittura può essere, o può diventare, esperienza di un’avaria.

Protect to survive è una serie di testi che prende il nome dalla campagna informativa del governo britannico Protect and survive (1974-1980) sulle contromisure di protezione da intraprendere, come cittadini, in caso di attacco nucleare. È diventata pubblica a causa di un leak giornalistico nel gennaio del 1980, dopo il quale sono stati resi pubblici il leaflet informativo e il video a essa associati.

(Daniele Bellomi)

 

 

protect to survive

è così che il fuoco sarebbe comparso, scorticato dal presente, dietro
l’ultima porta di una scelta: danneggia la strada con le buche, il torso
bacato della mela e il piatto col veleno, la statua senza capo, divenuta
immensa, e la continua oscillazione degli stralli. il rilascio dell’enzima
dal centro di comando al ronzìo dei droni, nel tempo che resta, prima
delle stragi, sarà di ciclica misericordia, somma totale e meno ricevuta
di una dentatura infinitesima. sapremo scegliere il pericolo, il decorso
di lumaca, della crepa incandescente: nella muraglia, il varco sul retro.

 

 

di noi ne troveranno altri più incapaci al bene, lì, dalla causa del sole
primo e poi per piena, conseguenze: da parte, non saremo noi a fare
cosciente assoluzione, disciplina, governo delle ossa, perdita costante,
definitiva estinzione dell’incendio. niente può andare via, per privilegio
ai pochi, in questo tempo necessario al suo fluire. la gravità è lo sfregio
a corto della guerra, se raggiunge il suo dispendio massimo, è l’atlante
del perseguitato, del raso al suolo, dal rovescio della veste: accaparrare
più di un posto alla tua mensa, con le mani legate, cancellazioni di parole.

 

 

l’apnea, ora, lo eleva a sacra rappresentazione: con cautela si propaga
nella memoria l’interferenza del fiato, seguita da spropositi, apici estesi
e imprecisioni di coscienza. soltanto dopo, in codici di forma equidistanti,
numerici, estesi al basso in verticale, costruisce opachi punti, fenditure
di presenza, cose pubbliche, cose nella parentesi che chiude, strutture
per salvare tempo, intanto, nel completo, intento a darsi al vero, astanti
mancanze delle ore nella riserva d’aria. restano dentro i fondali distesi,
la riemersione del possibile, e un ma, e un forse, e l’affanno che dilaga.

 

 

su, nel durarne delle gambe, sarebbe ritornato, deambulando come un desiderio
destinato a uno scambio deformato e irreparabile. niente scuse, nè la promessa
di espellerne i resti, addormentandosi, e decretarne poi il passaggio della meta,
oltre la pagina, che lo rigonfia: è pelle rotta, e cartilagine, è la forza che dispiega
compressione e sacrificio dei ricordi, che li accresce, ed è ineguale. così rinnega
la testa in giù, l’arco disordinato della schiena, in posizione deiscente, la discreta
radice che ne inverte il divenire, che si riaddensa nella luce di natura, trasmessa
al termine e di nuovo se stessa: di rottami, a tonnellate, ancora calce nel cauterio.

 

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Il mio interesse si rivolge spesso a ciò che è vagabondo e incompiuto, irriducibile ad una verità. Il frammento, nelle sue varie forme, è al limite tra la negazione e l’affermazione di qualcosa.
Al limite fra i due mondi immagino si possa continuamente riscrivere la propria identità, i propri codici. Questo pensiero è la base di un percorso di ricerca che muovendosi nella frattura, nello spazio fra due o più domini, prende ogni volta una forma e una strada apparentemente diversa. Questa fascinazione per l’incompiuto, l’errore, il continuo sfuggire al senso mi conduce alla poesia. Multiforme e frammentato, il mio modo di agire l’arte non si esaurisce in una risposta conclusiva, tenendosi aperto all’indeterminato.

(Valentina Vallorani)

 

Daniele Bellomi
Valentina Vallorani, Protect to survive, 2025.

 

 

 


Daniele Bellomi è nato a Monza, dove vive, nel 1988. Ha pubblicato: un cerchio, un quadrato (Edizioni Prufrock spa, 2025), ariadne (libretto per monodramma-installazione di Maurizio Azzan), Edizioni Suvini Zerboni, 2021; divided by zero, Edizioni Prufrock spa, 2018; sequenze arbitrarie, LUMA Foundation, 2017; dove mente il fiume, Edizioni Prufrock spa, 2015 (Premio «Lorenzo Montano»); ripartizione della volta, Anterem Edizioni, 2013 (Premio «Opera Prima»). Altri suoi lavori poetici, visivi e multimediali sono apparsi, oltre che in rete, in riviste («il verri», «Trivio», «L’Ulisse»), antologie (CONTINUO, Diaforia, 2023; Poesie italiane 2018, Elliot Edizioni, 2018; La parola informe, Marco Saya Edizioni, 2018 e altre) e in traduzione inglese e spagnola.
Dal 2023 gestisce il sito web BLUNDER.online.