L’Isis non è un gruppo di sprovveduti, nonostante le sottovalutazioni di molti analisti. Raramente agisce per caso. Nato dalle ceneri delle milizie sunnite di Saddam Hussein, esautorate dal nuovo corso sciita di Nouri Al-Maliki imposto da Washington, dopo aver generato sangue nell’Iraq 2.0, si è dato una forma omogenea. L’allargamento al fronte siriano è stato il passo naturale. Non è un caso che tra gli obiettivi strategici del Daesh, al di là dei video show con decapitazioni e falsa propaganda, ci fossero sin dall’inizio due città irachene: Kirkuk e Mosul. Stiamo parlando dei principali centri di raccolta e raffinazione petrolifera del Paese (assieme a Bassora, città meridionale alla confluenza di Tigri ed Eufrate). La prima continua a sfuggire alle milizie del Califfato nonostante i reiterati tentativi di assalto andati a vuoto. Kirkuk (1,2 milioni di abitanti, 100 km a sud di Erbil), ribattezzata la ‘Città dorata’, dove l’oro è nero e lo ricordano a tutti le trivelle in movimento e le fiamme eterne degli impianti. Geopoliticamente non fa parte del Kurdistan, ma sono le milizie Peshmerga e le autorità del presidente curdo, Masoud Barzani, a controllarla. Non solo dalle incursioni del Daesh, quanto, in un’ottica di lungo periodo, dagli appetiti delle milizie sciite di Baghdad, intenzionate (a Califfato debellato) a vendere cara la pelle per riavere indietro il prezioso bottino. Mosul (3 milioni, 90 km ad ovest di Erbil), al contrario, è stata ‘presa’ senza troppi sforzi nel giugno 2014 e da allora è blindata, in attesa di una grande offensiva finale per riportarla in mani ‘sicure’. Se Raqqa, capoluogo Isis in Siria, e altre decine di villaggi del territorio infettato dal Daesh sono stati bombardati pesantemente, le forze della coalizione hanno pensato bene di risparmiare Mosul. Non soltanto per salvaguardare la popolazione innocente rimasta vittima dell’aggressione e dell’occupazione del Califfato, quanto per non depauperare i giacimenti, evitando inutili spargimenti di petrolio. La battaglia finale per riconquistare Mosul potrebbe arrivare da un giorno all’altro. Se ne parla da mesi, tuttavia l’operazione resta politicamente complessa: il piatto fa gola a tutti. I Peshmerga, braccio armato a terra della coalizione anti-Isis in Kurdistan (alla battaglia per Mosul non mancherà la presenza dell’esercito di Baghdad ovviamente), riconquistando Mosul potrebbero mettere la firma sul contratto che porterebbe, forse, ad un loro riconoscimento internazionale all’interno di confini definiti. L’inizio di un domino che dall’attuale provincia autonoma dell’Iraq potrebbe regalare una casa per molti curdi scomodamente ospitati nei Paesi vicini, Siria, Iran e soprattutto Turchia. Un gruppo etnico che conta oltre 30 milioni di persone, capace soltanto, per ora, di vincere i campionati del mondo di calcio dedicato ai popoli non riconosciuti. Sconfitte ‘potenze’ del calibro di Nagorno Karabakh, Transnistria, Somaliland e Ossezia del Sud.

Le prove tecniche della battaglia di Mosul hanno portato un altro grande risultato: “Abbiamo riconquistato Sinjar, siamo pronti a marciare su Mosul e liberarla dalle bandiere nere. Militarmente l’isis non fa paura, sono dei codardi. Aspettiamo soltanto un segnale da Baghdad e da Erbil”. Qasim Shasho, comandante Peshmerga della Forza di Liberazione di Sinjar, mostra muscoli e spavalderia. Tra una sigaretta e l’altra e bicchieri di cay (il tè), ci spiega strategie di ieri e di domani all’interno della scuola, uno dei pochi edifici rimasti in piedi di Sinjar, trasformata in quartier generale Peshmerga. Una città fantasma quella abitata fino al 4 agosto 2014 dagli yazidi, una popolazione curda di religione propria e per questo considerata il diavolo dagli uomini del Califfo Abu Bakr Al-Baghdadi: “Con l’offensiva del 13 novembre scorso siamo tornati in possesso della città – dice Shasho, pronto a lanciare pure una stoccata indiretta all’Italia – Ora l’Isis è fuori da Sinjar, non è più una minaccia, sebbene la sua linea del fronte si trovi a meno di 7 chilometri da qui. Il nostro timore sono le mine lasciate da quegli assassini prima di fuggire, nascoste ovunque. Il piano, in attesa di Mosul, è riprendere il maggior numero di villaggi della zona e cercare di riportare la vita e la sua gente a Sinjar. Ci vorranno anni. Gli abitanti del posto però sono stanchi di vivere nelle tende sul monte Sinjar e nei campi profughi di Duhok, vogliono tornare. È vero, l’Italia ha addestrato tanti soldati Peshmerga, siamo riconoscenti, ma noi abbiamo bisogno di altro: equipaggiamento adeguato, risorse e lo stipendio. I miei soldati attendono di essere pagati da quasi un anno”. La battaglia per occupare Sinjar nel 2014 e per riprenderla a novembre, ha provocato, nel complesso, oltre 5mila morti tra soldati Isis, forze Peshmerga curde e yazide e popolazione civile. Della Kobane d’Iraq restano gli edifici distrutti, le scritte deliranti lasciate dall’Isis (‘Abbiamo vinto decapitando’, ‘Lunga vita al Califfato’, ‘Se l’America è grande, Allah lo è molto di più’), i tunnel sotterranei tra le case usati per nascondersi e una serie di fosse comuni. Quella principale, dentro una vasca per la raccolta d’acqua, ospita i resti di 76 donne yazide, in maggioranza anziane, giustiziate pochi giorni dopo l’occupazione di Sinjar: le donne giovani e belle erano già finite nella tratta delle schiave verso Raqqa. La fossa piena di ossa e teschi si trova a due passi dalla statale 47, strada di fondamentale importanza. Fino al 13 novembre scorso collegava proprio i due capisaldi dell’Isis, Raqqa e Mosul. La caduta di Sinjar (o Singhal per gli yazidi) ha di fatto tagliato in due gli approvvigionamenti, costringendo le milizie del Califfato ad un fastidioso cambio di strategia e di logistica.

Tra le donne yazide giovani, belle e schiavizzate dal Daesh c’è Ranja. Prigioniera per undici mesi dell’Isis, marito e alcuni parenti uccisi, ‘liberata’ dopo il pagamento di un riscatto di 20mila dollari. Alla sua età ha già visto cose difficili da immaginare. Quando le milizie del Califfato sono entrate a Qaraqosh, Kurdistan iracheno tra Mosul e il confine siriano, non c’è stato scampo: “E’ successo tutto in poco tempo – racconta Ranja, una delle migliaia di ospiti del campo profughi di Khanki, fuori Duhok, città settentrionale del Kurdistan – ; abbiamo tentato la fuga sulla montagna, ma ci hanno trovati. Mio marito l’ho perso subito, lo hanno preso e poi ammazzato, lui come altri fratelli e sorelle. Sono rimasta coi miei tre figli. Il Daesh ha portato tutti a Tel Afar e lì abbiamo vissuto fino a pochi mesi fa, dentro uno stanzone, tutti insieme. Non ci davano da mangiare, picchiavano e torturavano noi donne, una è stata uccisa davanti ai miei occhi. Poi è successo altro…”. Ranja inizia a piangere e con lei il traduttore, anch’egli yazida. Ci sono cose che non si possono raccontare, specie per una donna mediorientale. Gli occhi e il volto terrificato di Ranja dicono e fanno capire fino a quale grado di violenza possano essere arrivati in quei lunghi undici mesi i tagliagole di Al-Baghdadi. Poi riprende: “Chi non parlava arabo era nei guai, lo stesso chi non si convertiva. Spesso avevano il volto coperto, ma sono riuscita a capire che in mezzo a quelle bestie c’erano tanti stranieri, europei e anche cinesi. Poi è arrivato Osman, il negoziatore e ha tirato fuori me e i miei figli da quell’inferno. Futuro? Non c’è futuro per me, se non i figli e lo zio che ha pagato il riscatto. Ho pensato di uccidermi, non ce l’ho fatta”.

 

Pierfrancesco Curzi scrive per Il Fatto Quotidiano come reportagista dalle zone di crisi. Questa è la seconda parte del suo reportage. Per leggere la prima clicca qui.