Questa sera verrà trasmessa su ArgoWebTv la premiazione del Premio Dubito International.
Di seguito trovate il collegamento al video e un testo di Patrizio Peterlini, direttore Fondazione Bonotto.

 

La premiazione avrà inizio dalle 21.15:

 

 

Quel diavolo di Fontana

Giovanni Fontana è uno dei più importanti poeti sonori internazionali. Il suo lavoro in quest’ambito inizia molto presto, alla fine degli anni Sessanta. Ha così la possibilità di conoscere e lavorare con Henri Chopin e Bernard Heidsieck, riconosciuti a livello internazionale come i padri della poesia sonora, e con Adriano Spatola e Arrigo Lora Totino, i primi ad introdurre queste ricerche in Italia.
Con Spatola, in particolare, Fontana collabora assiduamente partecipando a numerose delle mitiche iniziative editoriali del poeta del mulino di Bazzano. In primis “Tam Tam”, la rivista aperiodica di poesia sperimentale fondata assieme a Giulia Niccolai ed edita dalle
Edizioni Geiger.
Poi “Baobab”la prima rivista audio in forma di audiocassetta dedicata alla poesia sonora edita in Italia.
Una formazione d’eccellenza, quindi, che spinge ben presto il giovane Fontana a mettere in campo una propria autonomia e originalità che lo farà riconoscere immediatamente, dai suoi stessi mentori, come un “maestro” (addirittura “diabolico” per Adriano Spatola) per la sua “voce superba” (Henri Chopin) e la grande padronanza del mezzo fonatorio.
Una padronanza che arriva sicuramente dalle sue precedenti esperienze teatrali ma anche da una innata sensibilità acustica che gli permette di giocare, sia con la voce e sia con i mezzi tecnici di amplificazione e registrazione, con grande libertà e sottigliezza. Ma soprattutto senza mai cadere vittima della fascinazione esercitata da questi strumenti che, in tutta la sua produzione, rimangono al servizio della voce.
La sua attenzione rimane sempre ancorata alla voce recitante/declamante/parlante intesa come corpo vivente e mutante.
La poesia sonora di Fontana è un essere vivente che si modifica, trasforma sé stesso e lo spazio in un continuum che elide ogni possibile previsione. È un divenire infinito che partendo da una base data, la tavola/partitura di cui il poeta ha il completo controllo, si nutre di variazioni ad ogni inciampo tecnico, ad ogni suono accidentale, crescendo a dismisura inventando nuove possibilità espressive, nuovi inattesi contenuti.
Per questo motivo Giovanni Fontana definisce la propria poesia “epigenetica”.
L’epigenetica non è un concetto poetico. È un concetto scientifico che nomina e studia i cambiamenti fenotipici del DNA in cui non si osserva una variazione del genotipo. Variazioni quindi del fenotipo, cioè di tutte le caratteristiche manifestate da un organismo vivente (morfologia, sviluppo, etc.) senza che vi sia una mutazione dei geni.
In buona sostanza l’epigenetica non studia le modifiche strutturali del DNA ma studia le modalità di espressione dei geni.
Per traslato, la poesia epigenetica di Fontana non s’interessa alla modifica del testo poetico, che rimane di per sé fisso e, sebbene formulato in partiture/scritture visuali molto articolate, non presenta variazioni una volta definito, ma si concentra sulle trasformazioni della sua espressione, della sua messa in atto.
Fontana sposta quindi inesorabilmente l’attenzione sull’imprevedibile, sul caso, sulla mutazione. In buona sostanza sulla vita autonoma e incontrollabile di un testo nella sua articolazione performativa che origina strutture mobili, indefinite, sempre in divenire.
La componente performativa è centrale in tutta l’opera di Giovanni Fontana.
La fisicità delle sue composizioni non si esprime solo nell’occupazione/modulazione di uno spazio ma anche nelle sue componenti teatrali-performative. Non è possibile pensare alla poesia di Fontana slegata dall’azione del corpo. Azione sonora, certo, ma soprattutto scenica in cui Fontana, grazie anche all’utilizzo di video in presa diretta che amplificano e distorcono i suoi movimenti, riesce a trasformare il suo corpo in una delle tecniche possibili, in uno degli
spazi occupabili, in uno dei supporti utilizzabili.
La poesia di Fontana esige un corpo, che deve essere glorioso e pronto a sacrificarsi. In questo senso l’opera di Fontana è crudele perché profondamente artaudiana.
La poesia di Fontana è dominata da una necessità di lacerazione, di sgarro, di strappo.
Il pre-testo viene sbranato, squarciato, stracciato per far emergere qualcosa di sconosciuto, inatteso, sorprendente e perturbante.
Qualcosa che va nella direzione opposta al familiare, al consueto, all’uguale. In questo senso la poesia di Fontana presenta il lavoro doloroso di avvicinamento all’alterità. Preserva e rende possibile l’incontro con l’altro radicale nella sua forma più pura, straniante e urtante.
Lacera il simbolico nella sua forma statica, sia essa scritta o sonora, per far emergere un reale corporeo e inconscio.
Ed è qui che Fontana incarna quel “maestro diabolico” indicato da Adriano Spatola. Un diabàllo che separa, divide, frattura il simbolo (symbàllo), suo esatto contrario.

(Patrizio Peterlini)