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Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove zero zero | Racconto di Sara Giudice

Marta va in circolo nella stanza. È una stanza piccola, quattro metri per quattro. Un cubo spazio-temporale in cui le cose non procedono, semplicemente si aggrovigliano e girano intorno a loro stesse. Marta cammina in avanti e torna indietro. I piedi ripercorrono i sentieri già percorsi. Marta si siede sul pavimento. Sente le cosce umidicce di sudore toccare il pavimento. Vi si appiccicano sopra. Sa che farà fatica ad allontanarsi da lì. Si alza e se ne va. Rimane negli stessi quattro metri per quattro. La stanza è molto alta. Potrebbe essere un cilindro, l’interno di un albero cavo oppure un invisibile palo di niente. Marta sente di essere un invisibile palo di niente. Continua a camminare in cerchio. Continua a camminare in cerchio sulla superficie quadrata della stanza cubica, sfondando lo spazio con una certa apatia. La sola forza di inerzia la fa procedere avanti in un disperato tentativo di rivalsa.

Se la stanza esistesse davvero, Marta non sarebbe intrappolata. Se la stanza non esistesse davvero Marta sarebbe intrappolata. Si sente chiusa in uno spazio che nessuno ha costruito. Nessuno dipingerà mai le pareti di quella stanza. Nessuno mai si metterà seduto sul pavimento lucido color rosa antico a scrivere questa cosa mentre ascolta musica che non conosce e che non capisce se sa apprezzare pensando contemporaneamente a quello che dovrà preparare per cena. Alla sua sinistra non ci sarà il letto ancora sfatto dalla mattina nonostante siano già le sei meno venti del pomeriggio. È quasi sera. Marta sente un vago senso di fame. Non sono crampi, non è dolore. In lontananza, sente che ha fame.

Una volta Marta ha aiutato la madre a fare la spesa. Sono andate al supermercato insieme, hanno preso la macchina insieme, hanno messo la frutta nelle bustine biodegradabili, hanno selezionato il numero del prodotto sulle bilance, hanno pesato i peperoni, le melanzane, i ravanelli, hanno afferrato dagli scaffali i pacchi di fette biscottate, le scatole di cereali, i pacchetti di biscotti industriali e li hanno messi nel carrello. Insieme hanno scelto il tipo di pane al banco del fresco. Camminavano insieme nell’ultimo corridoio del supermercato, quello dei surgelati, quando Marta cominciò a vomitare. Vomitò la colazione mista a succhi gastrici, all’improvviso, mentre sua madre, di schiena, prendeva dal grosso frigorifero una busta di piselli surgelati. Continuò a vomitare anche mentre la madre cercava disperatamente di trascinarla via, oltre le casse piene di gente che guardavano inorridite, mentre gli premeva sulla bocca la giacca che sua madre si era tolta per cercare di trattenere la massa di cibo non digerito che usciva a cascata dalla bocca di Marta. Quando un infermiere l’aveva fatta sdraiare su un lettino scomodo del pronto soccorso, Marta aveva continuato a vomitare. Succhi gastrici e schiuma bianca, più che cibo, che ormai non era più presente nemmeno in minima parte nel suo piccolo stomaco da bambina. Scossa dai crampi, pregò sua madre di farla stare meglio mentre ciò che la flebo le stava versando lentamente nelle vene. Sedativi, anti-spasmodici. Il suo rapporto col cibo non era mai stato dei migliori, soprattutto nell’ultima parte dell’infanzia, in cui aveva cominciato a soffrire di problemi che andavano molto oltre quello che all’inizio la pediatra aveva ipotizzato potesse essere cancro allo stomaco, poi ulcera, poi gastrite e infine si era rivelato essere una lunga serie di intolleranze alimentari. Dall’episodio del supermercato, Marta aveva cominciato ad avere gli incubi. Quello che ricorreva più spesso era quello in cui aveva fame e non poteva mangiare.

Marta entra in cucina e apre gli occhi chiedendosi perché è in piedi davanti al tavolo da pranzo con i soli slip addosso e perché la luce è accesa. Si guarda in giro. Sbadiglia e controlla che tutto sia al proprio posto: la frutta nel cesto, i cuscini sul divano, i piatti sullo scola piatti del lavandino. Apre i cassetti per controllare che utensili e posate siano ancora lì. È una cosa che la tranquillizza. Apre gli sportelli per controllare che i piatti non si siano mossi, che il tagliere di legno non si si mosso, che il cibo nella dispensa non si sia mosso, che i coltelli soprattutto non si siano mossi. Quando apre il frigorifero vede la frutta nel cassetto della frutta, la verdura sui ripiani principali, lo yogurt di soia sullo sportello insieme a una bottiglia di acqua, un tubetto di maionese, un barattolino azzurro in cui tiene aglio e cipolla usati a metà. La cipolla è avvolta in un pezzo di carta stagnola. Chiude il frigorifero e si rende conto di avere le mani appiccicose di qualcosa di zuccheroso. Si lecca le dita con la punta della lingua. Nota una pesca mezza mangiata sotto a una sedia e si china per raccoglierla. Si siede in terra e finisce di mangiarla perché tanto, si dice, il pavimento è pulito e buttare una pesca giusto perché è caduta per terra non è una buona motivazione. Poi getta il nocciolo rossastro nel cestino dell’umido e lo guarda stare sugli altri resti di frutta, verdura e fazzoletti di carta usati. In uno dei fazzoletti ci si è pulita il naso dal muco la sera prima.

Cristiano varca la soglia della stanza arrivando dal piccolo corridoio.

“Che fai qui?”, parla con la voce ancora impastata dal sonno. Si passa una mano sugli occhi, che non riescono a reggere il colpo della luce accesa.

“Non lo so. Mi sono svegliata qui. Penso di aver camminato nel sonno”

“Non sei mai stata sonnambula”

“Lo so. Magari domani chiamo mia madre e le chiedo se l’ho mai fatto” indica il cesto della frutta “Stavo mangiando una pesca”

“Era buona almeno?” le si avvicina per abbracciarla e convincerla a tornare a letto. Anche lui indossa solo le mutande. Sono di cotone bianco.

“Abbastanza, ma non è importante”. Marta e Cristiano si danno un bacio e il cellulare squilla. Cristiano allunga la mano verso il cellulare anche se non è il suo.

La sera prima Marta lo aveva lasciato sul tavolo della cucina. Lo aveva dimenticato lì perché era troppo impegnata a spingere Cristiano in corridoio e poi in camera da letto per poterselo scopare alla luce dell’abat-jour. L’unico momento di pace in una giornata che non era stata delle migliori. Dopo una lunga giornata in ufficio, Marta era tornata a casa in taxi, aveva oltrepassato la porta del palazzo, preso l’ascensore fino al settimo piano e poi aveva usato la chiave di casa, la più grande del mazzo, aveva aperto la porta e poi aveva lasciato cadere pigramente la borsa sul divanetto sul quale, la sera prima, aveva succhiato il cazzo di Cristiano fino a farlo venire. Senza usare le mani. Si era tolta le scarpe, poi la giacca. Era andata in bagno, aveva pisciato, si era lavata le mani ed era tornata in cucina a piedi scalzi per preparare la cena. Funghi e piselli, con i quali avrebbe condito della pasta. A Cristiano piaceva molto la pasta condita con i funghi e i piselli. In bianco, senza panna. La panna lo disgustava. Quando era tornato a casa dal lavoro, Cristiano aveva dato un bacio in fronte alla sua giovane moglie e poi era andato in bagno. Aveva cacato ed era rimasto in bagno venti minuti. Poi era tornato in cucina e aveva cenato insieme a Marta. Non avevano parlato molto. 

Il cellulare di Marta segnalava un messaggio. “Dobbiamo parlare”, da Marco.

“Chi cazzo è Marco?”, Cristiano mostra a Marta la notifica sullo schermo del cellulare. Marta dice: “Nessuno”.

“Se fosse nessuno non ti direbbe che ti deve parlare a quest’ora del mattino”

“Marco è solo un collega in ufficio. Sarà per qualche pratica, qualche cosa in ufficio… non lo so. Non è niente di importante, tesoro. Sta’ tranquillo”

Cristiano lancia il cellulare di Marta sul pavimento. Lo schermo del cellulare si rompe in mille pezzi. I danni sono molto superiori a quelli che Cristiano intendeva causare al cellulare della moglie, che poi erano danni che avrebbe voluto causare al messaggio scritto da Marco e di riflesso a Marco. Il cellulare è da buttare.

“Che problemi hai?!” urla Marta. Cristiano la guarda. Non dice e non fa niente. “Perché cazzo lo hai fatto?”. Marta si preoccupa vagamente di abbassare la voce per non svegliare i vicini. “Sai benissimo quanto cazzo è costato quel cazzo di cellulare! Che ti prende?”

“Te lo sei scopato?”

“Chi?”

“Quel coglione”

“Di chi cazzo stai parlando?”

“Il coglione che adesso non potrà più mandarti nessun messaggino del cazzo”

Marta lo guarda allibita. Rimane ancora più allibita quando Cristiano le tira uno schiaffo. Marta pensa a tutte le volte che Cristiano ha usato le mani e i piedi per comunicarle che lo stava facendo arrabbiare. Una volta, Marta aveva sorriso troppo al cameriere e Cristiano le aveva tirato un calcio sotto al tavolo. Marta ne aveva riso. Poi c’era stata quella volta in cui Cristiano le aveva tirato uno schiaffo sulla nuca perché non le era piaciuta la sua battuta sulla lunghezza del suo pene. Anche in quel caso, Marta ne aveva riso. O ridacchiato. O forse si era solo sforzata di non dargli peso.

Cristiano le tira uno schiaffo “E reagisci, cazzo. Non stare lì a guardarmi e basta. Mi fai incazzare”. Marta si porta una mano alla guancia colpita. Ha gli occhi pieni di lacrime.

“Mi hai fatto male”, parla piano. Era la prima volta che Cristiano le faceva davvero male. Non le piaceva. Cristiano le tira un altro schiaffo. Al terzo, Marta gli afferra la mano. D’istinto, gli morde l’avambraccio. Forte. Cristiano dice che gli ha fatto male. Schiaffeggia di nuovo Marta, sull’altra guancia. Poi la spinge in terra.

“Non fare la stronza con me”, la minaccia con l’indice.

“Perché lo stai facendo?”

Cristiano afferra la fruttiera di porcellana e rovescia tutto il contenuto sul tavolo senza preoccuparsi di niente. La alza sopra la testa. Marta si raggomitola sul pavimento, si copre la testa con le braccia. Con un rumore atroce la fruttiera si rompe in mille pezzi, come lo schermo del cellulare, che ancora giace in terra. Alcuni dei pezzi della fruttiera finiscono sul dorso del cellulare morto. Marta urla quando un frammento di porcellana le si conficca in un dito del piede. Urla.

“Non voglio più vedere o sentire il suo cazzo di nome” Cristiano continua a minacciarla con l’indice “Hai capito?”. Marta annuisce. “E adesso pulisci il casino che hai fatto”

Il matrimonio di Marta e Cristiano durerà per trenta lunghi anni. Sarà una storia di alti e bassi, fatta di schiaffi, abusi e falsi sorrisi. Dopo l’episodio del messaggio di Marco, Marta farà richiesta di trasferimento. Continuerà il suo lavoro d’ufficio in un altro ufficio, con altri colleghi, altre colleghe. A casa la aspetterà Cristiano e quando sarà Marta quella ad arrivare a casa per prima, tutto dovrà essere perfettamente al suo posto.

Cristiano torna in camera da letto a piedi nudi, con le sole mutande di cotone bianco addosso. Calpesta le mattonelle per tutto il corridoio e poi aggira il letto per raggiungere il suo posto. Si siede sul materasso e poi si sdraia. Si copre perché camminare scalzo gli ha fatto venire freddo. Si addormenta quasi subito.

 

         

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