‘Senza senno non si può certo vivere’, mi dico, e da un momento all’altro attendo che anche il corpo scricchioli, sobbalzi in un crescendo di dissonanze, alluda ad un prossimo e ineludibile franare. Niente. Conterei, morte aspettando, di continuare le mie passeggiate serali, di rispondere alla vecchia corrispondenza, di rivedere qualche amico, e per ora nulla sembra impedirlo. Le mie giornate sarebbero perfettamente uguali a quelle di sempre, ma pure qualcosa è cambiato, non foss’altro per questo mio continuo frugarmi, auscultarmi in cerca d’un segno, d’un cedimento che mi metta sull’avviso, caso mai le mie previsioni si rivelassero sfortunatamente azzeccate, ed io fossi davvero in procinto di smettere questo mio cammino terreno. Quando questo pensiero diventa assillante e le ombre si allungano sui muri, esco, passeggio per le vie in cerca d’un fratello di sventura, ché mi rassicuri -con la sua sola esistenza- sulle possibilità di continuare in questa vita; vita alla quale mi legano un naturale istinto e una certa spensieratezza di carattere.
Stamane passeggiavo qua vicino (non mi allontano mai troppo, poiché mi è preso uno strambo timore di perder l’orientamento e non ritrovare più la via di casa); passeggiavo dunque ed ho incontrato una donna: slanciata, elegantissima in un vestito estivo color crema, e con un cappello a larghe falde, azzurro. Cosa strana, vedendomi mi ha sorriso; nei suoi occhi crepitava la fiamma della volontà e dell’intelligenza. Un così palese sfoggio di tutte quelle qualità che io avevo misteriosamente perduto -non certo per sua colpa, d’accordo- mi pareva tuttavia impudente. Desiderando la fine di quel fastidio, mi ero scostato perché, continuando quel suo pattinare aggraziato potesse sparire alle mie spalle. La sua andatura maliziosa, sensuale, mi allettava invece a trattenerla, a rispondere al suo occhieggiare vivace. Vinto da quella inaspettata sensazione la invitai a seguirmi, ed ella mi camminò accanto fino alle rive del fiume, dove spesso mi sono recato a mirare le anatre e l’acqua scura, riposante, del crepuscolo inoltrato. Io miravo l’acqua e lei me, l’ombra delle magnolie ci faceva fragili fili screpolati oro sull’acqua, sagome prossime a svanire come residui d’un sogno. Un sogno ch’era parso lungo, lungo più della veglia.Mi condusse poi a casa, ed io la seguii docilmente, con la mano nella sua, i passanti ci scambiavano per due innamorati. Rannicchiato sotto le coperte sentivo il calore del suo seno nudo contro il mio petto.
Ogni tanto ancora mi prende quella vecchia paura di non poter vivere senza il senno, ma lei sorride, e mi carezza con le mani sottili, e insieme guardiamo fuori, tra le piante bagnate dal sole.Anche alla grande cena di nozze lei mi carezzerà i capelli e guarderà nei miei grandi occhi ottusi, e io ascolterò i discorsi di tutti, e tutti mi ameranno.

