Un viaggio senza stella polare

In Italia il settore del non profit, stando al 9° censimento presentato dall’Istat nel 2011, conta sul contributo lavorativo di 4,7 milioni di volontari, 681 mila dipendenti, 270 mila lavoratori esterni e 5 mila lavoratori temporanei. Fra loro ci siamo anche noi del progetto editoriale «Argo» e dell’associazione di promozione sociale Nie Wiem. Apparteniamo a quel 19,7% che si occupa di eventi, feste, sagre e altre manifestazioni. La nostra esistenza, tuttavia, come quella di tutti i lavoratori, dal 2008 è a rischio.

Intervenendo al convegno #ItaliaNonProfit, il 16 aprile del 2014, il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti, sostenne: «Occorre costruire attorno all’economia sociale e solidale il futuro del Paese, puntando su imprese cooperative, imprese sociali, cooperative di comunità, e ogni altra forma di economia sociale e associativa che metta al centro la persona e non la finanza, i bisogni dei soci e della comunità e non la remunerazione del capitale.»

Tuttavia, i fondi regionali per le associazioni sono continuati a diminuire e quei pochi rimasti, per quanto riguarda le associazioni che si occupano di cultura, sono stati spostati, come nella Regione Marche, nel settore dei Distretti Culturali Evoluti, obbligando le associazioni a ragionare e comportarsi come aziende, imprese creative, vincolate proprio dalla finanza e dalla remunerazione del capitale, obbligate ad anticipare i fondi ricevuti tramite fidejussioni e altri strumenti finanziari.

In questa situazione occorre resistere e trovare un modo per restare ciò che si è, ragionando in modo alternativo al pensiero unico e liberandosi della logica aziendalista totalitaria.

Per condividere la nostra storia e fare rete con altri soggetti, ho deciso di riflettere sull’esperienza di associazionismo ormai quasi ventennale che abbiamo alle spalle.

  1. Storia di un’avventura

Tutte le avventure iniziano allo stesso modo: un gruppo di giovani, a un certo punto, deve allontanarsi dall’ambiente familiare per completare la propria formazione, superare una serie di prove e tornare nella comunità, formandone una propria.

Il gruppo, prima o poi, si scioglie e ciascuno va per la sua strada, oppure l’avventura continua, come la nostra. Le spedizioni iniziate dalla redazione di «Argo» a Bologna, fra 1999 e 2000, e ad Ancona, nel 2003, dall’associazione Nie Wiem, si sono fuse in un’unica muta nel 2007.

Attorno ai pionieri che iniziarono il viaggio, a cavallo fra Novecento e Duemila, si è costituita negli anni una piccola comunità, che svolge attività di formazione, produzione e promozione in campo artistico, principalmente nei settori del cinema e della poesia, fra Ancona, Bologna, Trieste, Roma e Parigi.

I membri attivi della comunità sono, per ciò che riguarda «Argo», i redattori e i collaboratori della collana editoriale (una quarantina nelle redazioni della rivista e dell’Annuario di poesia); per ciò che riguarda Nie Wiem, i volontari e i collaboratori dell’associazione (dai quindici del direttivo alla cinquantina coinvolta durante i festival).

Con il tempo la comunità ha creato, prima a Bologna poi ad Ancona, il Centro di Arti e Scienze Applicate C.A.S.A., con laboratori di cinema, narrativa, fotografia, giornalismo, webmaster e, da ultimo, la Scuola delle Arti per Bambini; i festival di cinema Corto Dorico e di poesia La Punta della Lingua; la collana editoriale Argo.

Queste attività sono diventate tali e tante che richiedono una gestione professionale, ma essa può essere garantita anche mantenendo lo statuto di un’associazione senza scopo di lucro, fondata sui principi della partecipazione democratica, senza la necessità di diventare un’azienda.

 

  1. L’autonomia come fine

 

2.1 Argo: una collana editoriale autoprodotta

 

Il nostro gruppo di giovani era composto da studenti universitari. L’ambiente familiare era l’Università di Bologna. La prova da superare era fondare una rivista. Con una rivista, nei nostri sogni, avremmo contribuito a migliorare la vita dell’umanità. Così nacque «Argo», fra 1999 e 2000.

I nostri modelli non erano giornali commerciali, bensì riviste culturali: da «Il Caffè» (1774-1776) a «Il Verri» (dal 1956 a oggi).

Per finanziare la pubblicazione dei primi numeri di «Argo» fondammo un’associazione studentesca universitaria. Avevamo bisogno di un garante e scegliemmo il professor Guido Guglielmi, un maestro per molti di noi, nonostante proprio lui sostenesse che «i maestri non esistono».

Del resto, scegliemmo il nome Argo perché come gli Argonauti avremmo viaggiato in mare aperto, senza punti di riferimento. Col tempo la rivista crebbe: organizzammo una distribuzione in alcune librerie sparse per l’Italia e trovammo un editore, Pendragon, disponibile a distribuirci.

Il primo numero distribuito in libreria era gratuito: il nostro obiettivo era ridistribuire i soldi pagati dagli studenti con le tasse universitarie, fornendogli uno strumento gratuito per aggiornarsi. I nostri lettori sparsi per l’Italia, però, ci scrissero, dicendo che nelle librerie la rivista non si trovava.

Chiamammo i librai e scoprimmo che i prodotti gratuiti, in libreria, rimangono in magazzino, perché la libreria è un negozio e deve vendere per restare aperta. Fu la prima volta che il nostro sogno dovette scontrarsi con la realtà del mercato.

Decidemmo allora di dare alla rivista un prezzo simbolico: in copertina, accanto alla testata, mettemmo l’immagine di una moneta da 2 Euro. Tuttavia, conquistato l’accesso alle librerie, «Argo» perse i finanziamenti dell’Università, refrattaria a finanziare prodotti a pagamento con i fondi per il diritto allo studio e le associazioni studentesche.

Imparammo, quindi, a cercare abbonati e sponsor. Imparammo cos’è una bolla di consegna. Imparammo cos’è un business plan. Conseguita la laurea, molti di noi abbandonarono Bologna e la redazione, ma chi rimase, fra lavoretti e specializzazioni, non smise di credere nel sogno argonautico.

Provammo a farne un lavoro: per incassare avremmo dovuto trasformare «Argo» in un magazine. Io andai a Milano, nella redazione del «Corriere della Sera», per incontrare Ottavio Rossani, a cui chiesi cosa dovessimo raggiungere per essere distribuiti in edicola: stampare ventimila copie e avere delle firme prestigiose per curare delle rubriche fisse.

L’associazione studentesca universitaria era diventata un’associazione di promozione sociale, riconosciuta dalla Regione Emilia-Romagna, che era uno dei nostri sponsor. Uno di noi, Marco Benedettelli, era addirittura tornato dalla Germania per portare a termine quest’avventura.

Avevamo anche trovato una redazione: prima il Vag61 di via Paolo Fabbri, poi gli studi di Radio Città Fujiko in via Giambologna. L’Università aveva smesso di finanziare «Argo» ma non le nostre attività: noi continuavamo a organizzare iniziative (presentazioni, spettacoli, cineforum) per gli studenti.

A Bologna, nel 2004 era arrivato, come assessore alla cultura, Angelo Guglielmi, il fratello del nostro non-maestro: una sincronia. Per noi Angelo Guglielmi era il fondatore della Neoavanguardia, il direttore della Rai 3 di Avanzi, Blob, Fuoriorario. Insomma, un altro compagno di viaggio.

Con il sostegno di Guglielmi, in veste di assessore, organizzammo al Teatro delle Moline uno spettacolo interattivo, Laborinto, ispirato all’omonimo numero di «Argo», dedicato al Lavoro, con in copertina Edoardo Sanguineti scamiciato nei bagni del Teatro della Corte di Genova, fotografato dal nostro Mattia Santini.

Con l’appoggio divertito di Angelo Guglielmi, per presentare un numero dedicato al Gioco, organizzammo una caccia al tesoro in giro per il centro di Bologna. E infine un convegno “Visioni culturali in tv e nei nuovi media” a Palazzo D’Accursio.

Al progetto di trasformare «Argo» in un magazine, vincolato al mercato, preferimmo l’autonomia. Continuavamo ad avere rapporti con l’Università di Bologna, ma anche l’ultima presidente dell’associazione, Silvia Righini, all’epoca studentessa universitaria, si stava per laureare. Era il 2007. Dovevamo cambiare rotta.

Fu così che «Argo» incontrò Nie Wiem. 

 

2.2 Nie Wiem: un’associazione autonoma per l’autoproduzione

 

Nie Wiem esisteva dal 2003. La fondammo ad Ancona con Natalia Paci, avvocata appassionata di poesia, e Flavio Raccichini, commercialista amante del cinema. Perché? La risposta è nel nome che scegliemmo: Nie Wiem in polacco significa non so. E noi dubitavamo delle idee ricevute.

Perché il polacco? Natalia amava la poeta polacca Wislawa Szymborska, che a sua volta amava quelle due paroline alate – nie wiem –, come confessò quando le consegnarono il premio Nobel per la Letteratura nel 1996, perché in esse è contenuto – notava – il segreto di ogni ricerca.

In pochi anni Nie Wiem riuscì a creare un festival del cinema, dedicato in particolare al cinema breve, Corto Dorico, oggi diretto da Daniele Ciprì, e un festival della poesia, La Punta della Lingua, dedicato alla poesia come arte fra le arti, oggi co-diretto da Luigi Socci e da me.

Nie Wiem è un’associazione vera, con una ventina di soci attivi, più i volontari che si aggregano per i singoli progetti. Era così già nel 2007, quando dovevamo assicurare un futuro ad «Argo», dopo la chiusura dell’associazione di promozione sociale.

Nie Wiem era una solida realtà, radicata nel territorio, un porto sicuro, dunque, anche per «Argo», che avrebbe continuato a mantenere la sua autonomia editoriale, garantendosi però una solida gestione.

2.2.1 Un’associazione di promozione sociale per il volontariato e l’attività commerciale

Pur mantenendo la redazione a Bologna, trasferimmo la base operativa ad Ancona. Nel 2009 cambiammo editore, passando a Cattedrale di Massimo Canalini, con cui pubblicammo il numero 15 di «Argo» Oscenità e i numeri seguenti fino al 18. Con Cattedrale nel 2010 inaugurammo la collana editoriale, pubblicando l’antologia Calpestare l’oblio. Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana e la monografia Coralina, dedicata all’artista Coralina Cataldi-Tassoni. Nel 2014 siamo approdati a Gwynplaine Edizioni, con cui abbiamo pubblicato l’antologia della poesia italiana in dialetto L’Italia a pezzi e l’Annuario di Poesia 2015.

L’acquisizione di «Argo», essendo la vendita in libreria un’attività commerciale, contribuì alla scelta di cambiare natura e statuto di Nie Wiem, da onlus ad associazione di promozione sociale.

I finanziamenti necessari per pubblicare i nostri libri, tuttavia, non provengono dalla vendita in libreria ma dalle sponsorizzazioni e dal crowdfunding. Solo con il passaggio a Gwynplaine abbiamo iniziato a incassare le prime entrate dalla vendita in libreria.

 

2.2.2 La retribuzione dei soci lavoratori per gestire la prevalente attività di volontariato

Il nuovo statuto avrebbe inoltre consentito a Nie Wiem di retribuire il lavoro di alcuni soci, che superava, per impegno, il semplice volontariato, diventando con gli anni un impegno professionale, soprattutto nella contabilità e nella comunicazione, oltre che nell’organizzazione dei festival.

Il nerbo di Nie Wiem è rappresentato dai volontari: una ventina fra i soci attivi durante tutto l’anno, che diventano dai trenta ai cinquanta, in concomitanza dei festival. Sono migliaia le realtà analoghe nel mondo, finanziate dagli enti pubblici secondo il principio della sussidiarietà.

 

2.2.3 I finanziamenti pubblici per La Punta della Lingua

Ancora nel 1999, quando Natalia ed io ci siamo conosciuti, era il Comune di Ancona in prima persona ad organizzare un festival di poesia, Poesia in giardino, pagando direttamente curatori, ospiti, materiali promozionali, pubblicazioni, ecc.

Con un quinto delle spese sostenute per Poesia in giardino, nel 2006 il Comune di Ancona iniziò a sostenere La Punta della Lingua, che moltiplicò ben presto il numero degli ospiti e la risonanza della manifestazione, grazie alla qualità del programma ma anche al lavoro gratuito dei volontari.

Negli ultimi anni i finanziamenti comunali sono continuati a crescere in linea con la crescita della manifestazione, ormai internazionale. E gli altri enti locali? Fino al 2013 La Punta della Lingua ha potuto contare sui finanziamenti della Legge Regionale 04/10, gestiti dalla Provincia di Ancona.

Dal 2014, venute meno le Province, Nie Wiem ha dovuto bussare direttamente alla porta della Regione Marche, che, non avendo un bando per festival letterari, ha concesso a La Punta della Lingua un contributo di 5000 Euro da un fondo per attività culturali senza bando.

Dal 2016, con l’ulteriore calo dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni, La Punta della Lingua potrebbe perdere anche quel contributo minimo. La mancanza di bandi per manifestazioni letterarie minaccia la nuova edizione del festival.

Sarebbe una perdita notevole per il territorio, che negli ultimi anni, vista la crisi dell’industria e della manifattura, ha deciso di investire sul turismo e sui distretti culturali evoluti: l’importanza del festival La Punta della Lingua, oltre che dagli ospiti internazionali (Billy Collins, John Giorno, Adam Zagajewsky, Tony Harrison) e dalle location prestigiose, è testimoniata, fra l’altro, dalle 225.000 visualizzazioni all’anno del sito internet www.lapuntadellalingua.it.

 

2.2.4 I finanziamenti pubblici per Corto Dorico

Per quanto riguarda Corto Dorico, solo in anni remoti il Comune di Ancona poté permettersi di organizzare in proprio una rassegna cinematografica e fino al 2014 l’amministrazione ha sostenuto questa manifestazione di riferimento nel settore con contributi minimi e senza concedere la co-organizzazione.

Dal 2014, grazie alla co-organizzazione del Comune, il Festival ha trovato la sua location d’elezione alla Mole Vanvitelliana. Il contributo comunale, fermo da anni a 5000 Euro, nel 2016 è raddoppiato, salendo a 10000 Euro.

La Regione Marche, come il Mibact, ha per anni sostenuto Corto Dorico, inserendolo fra le più importanti manifestazioni del bando cinema. Dal 2015 il Mibact, dopo una pausa di qualche anno, è tornato a finanziare il festival. Nel 2015, però, il bando cinema della Regione Marche non è stato finanziato e per il 2016 sono stati stanziati 10000 Euro totali per i festival del cinema di tutto il territorio regionale.

Il taglio dei fondi regionali impone a Nie Wiem di concorrere ai bandi per le imprese creative.

 

2.2.3 I laboratori autofinanziati

Nel 2008, nella redazione bolognese di «Argo», avviammo il progetto “C.A.S.A. – Centro di Arti e Scienze Applicate”, un progetto di formazione artistica e scientifica a forte matrice laboratoriale. Iniziammo con un corso di Fotografia digitale e camera chiara, a cura dell’allora direttore artistico di «Argo», Mattia Santini, e un corso di Scrittura collaborativa, a cura del collettivo di scrittori Kai Zen, in collaborazione con Wu Ming 2.

Nel 2009 trasferimmo il progetto ad Ancona con i laboratori di videomaker (curato da Paolo Paliaga e ancora oggi attivo, grazie alla collaborazione di Emanuele Mochi, con il titolo Cinemaèreale), narrativa (curato per alcuni anni dall’editor Massimo Canalini) e fotografia (curato da Ljudmila Socci, trasferitasi poi a Londra).

Nel 2011 si aggiunsero i laboratori di traduzione letteraria (curato per due edizioni da Giovanna Scocchera) e di giornalismo (curato da Filippo Brunamonti per un’edizione e per alcuni anni da Maria Manganaro). Nel 2015 sono partiti un laboratorio di burattini e uno di webmaster con WordPress (curato dal nostro webmaster Stefano Trillini). Nel 2016 è nata la Scuola delle Arti per Bambini, a cura di Natalia Paci, con laboratori per bambini dai 5 ai 10 anni di musica, cartoni animati, fumetto, teatro e burattini, arte e creatività, fotografia.

Ai laboratori del C.A.S.A. si sono aggiunte, dal 2010, workshop e masterclass a pagamento durante Corto Dorico, a cura di Lucia Mascino, Gianclaudio Cappai, Tarek Ben Abdallah (2010); Simone Massi (2012); Daniele Gaglianone (2013); Daniele Ciprì (2014) e in collaborazione con Sergio Marcelli (2016-2017); Massimo Gaudioso (2015); Filippo Gravino (2016).

 

  1. L’impresa come mezzo

 

Impegnarsi benevolmente, gratuitamente, per offrire prodotti e manifestazioni culturali gratuite o a prezzi popolari, incentrate su una visione critica della società: il fine per cui creammo «Argo» e Nie Wiem non era un fine commerciale, ma culturale e critico nei confronti della società in cui viviamo.

Convincere i politici e gli imprenditori a finanziare i nostri progetti senza prospettare tornaconti politici ed economici che non fossero direttamente collegati alla natura dei progetti non è stato facile e i finanziamenti, in effetti, sono stati sempre al di sotto del valore reale dei progetti stessi.

È stato utile scoprire che esistono metodi di raccolta fondi non estranei all’etica dei nostri progetti, come il fundraising e il crowdfunding, che, pur imponendo strategie economiche tipiche dell’economia capitalista (marketing), sono volti a sostenere progetti non-profit ad essa alternativi.

Conciliare le esigenze materiali (aumentare il budget dei progetti, prevedendo una retribuzione per i soci lavoratori) con le aspirazioni ideali (mantenersi autonomi, indipendenti e critici), è la più grande sfida che si trova di fronte ogni associazione per continuare a svolgere le proprie attività, soprattutto nel momento in cui l’organizzazione cresce e diventa un punto di riferimento a livello prima locale, poi nazionale e infine internazionale.

Nie Wiem è un’associazione che per animare lo spazio e diffondere lo spirito critico, coinvolgendo gli artisti e i soggetti più deboli, produce materiali e fornisce servizi agli enti pubblici e ai privati. Attraverso il successo dei festival del cinema e della poesia abbiamo acquisito quella credibilità necessaria per portare nelle scuole e nelle città la cooperazione internazionale e una diversa concezione della poesia, artigianale e laboratoriale, a misura di lettrici e lettori, in dialogo con critici e autori, e una diversa concezione del cinema, autoriale e impegnata, alla ricerca di nuovi talenti, con il diretto coinvolgimento del pubblico.

È possibile la conciliazione delle esigenze materiali e delle aspirazioni ideali mantenendo la struttura e lo spirito dell’associazione? All’apparenza no, visto che il pensiero unico contemporaneo impone che le associazioni diventino imprese sociali o imprese creative per continuare a esistere, poiché i fondi pubblici, un tempo destinati alle associazioni, oggi sono tutti destinati all’imprenditoria. Non è necessario cambiare natura sociale, diventando una società, si badi bene: si può partecipare ai bandi anche come associazione, l’importante è che si adotti la mentalità dell’impresa e ci si doti dei suoi strumenti, come i codici Ateco, forniti dalla Camera di Commercio per individuare i settori commerciali in cui si opera.

Per capire cosa sia un’impresa sociale e se sia compatibile con la missione per cui abbiamo creato le nostre associazioni benefiche e avviato i rispettivi progetti culturali, ho partecipato a numerosi incontri sul tema e mi sono documentato. In Italia dei collettori di idee, approfondimenti e progetti sulle imprese sociali e creative si possono trovare nella rivista doppiozero e nel premio per la cultura cheFare.

Tra i materiali pubblicati da «doppiozero», spicca il saggio di Chiara Bandinelli Il miglior lavoro del mondo, utile perché fornisce informazioni e valutazioni critiche. L’indagine di Bandinelli parte dal presupposto che «al di là dei diversi punti di vista, l’impresa sociale presenta un nucleo concettuale piuttosto stabile, che percorre quasi tutte le sue possibili forme e interpretazioni. Si tratta dell’idea che i mezzi imprenditoriali possano essere impiegati per migliorare la società, rendendola più giusta: moralmente, ecologicamente ed economicamente sostenibile. Si stabilisce dunque che l’impresa sia una strategia economica adeguata per portare avanti azioni volte al bene comune, e che l’imprenditore sociale sia il soggetto principe per realizzare l’interesse della collettività.»

In altre parole, per realizzare la giustizia sociale non si milita più nei partiti e non si lotta più contro gli imprenditori che impongono lo sfruttamento dei lavoratori per ricavare profitti, ma ci si arrende spontaneamente e ci si trasforma in imprenditori. È la strategia di ogni totalitarismo, ben sintetizzato da George Orwell in 1984: « «Non ho forse detto che siamo diversi dai persecutori del passato? Non ci accontentiamo dell’obbedienza negativa, e meno che mai di una sottomissione avvilente. Quando infine ti arrenderai a noi, dovrà avvenire di tua spontanea volontà. Noi non distruggiamo l’eretico per il fatto che ci resiste. Anzi, finché ci resiste non lo distruggiamo. Noi lo convertiamo, penetriamo nei suoi recessi mentali più nascosti, lo modelliamo da cima a fondo.»

A lungo, per qualche anno, anche noi abbiamo esitato. La rotta sembrava tracciata: Nie Wiem avrebbe dovuto trasformarsi in un’impresa sociale se voleva continuare a operare in regime di sussidiarietà con gli enti pubblici, convertiti alla logica privata. Eppure, in noi permaneva il dubbio che quella fosse una rotta obbligata dall’economia capitalista che sussume, come in un inevitabile gorgo o buco nero, ogni forma di vita, anche quelle a lei alternative.

Forse, dunque, la sfida consiste davvero nel mantenersi associazione di promozione sociale, che è una struttura collettiva, democratica, solidale e cooperativa non concorrenziale, ma strutturandosi e assumendo gli strumenti dell’impresa sociale, sotto forma di impresa creativa, compresi i codici Ateco, forniti dalla Camera di Commercio.

La sfida consiste nel progettare in modo assembleare, non verticistico, manifestazioni che diventino piattaforme educative e produttive, capaci di integrare momenti e prodotti di alta formazione con esibizioni spettacolari, non secondo la logica festivaliera, nella quale si pretende che i due momenti coincidano, bensì riservando a entrambi i propri spazi.

Riporto i passi più significativi, per il nostro caso, del saggio di Bandinelli. Partiamo innanzitutto dal problema dei problemi: l’imprenditore sociale, in cui dovrei trasformarmi io in quanto presidente dell’associazione Nie Wiem, risponde a un’esigenza personale o a un’imposizione del sistema?

«Gli imprenditori sociali – afferma Bandinelli – possono essere visti come imprenditori di se stessi che cercano di fornire servizi, andando a colmare una lacuna nell’operato dello [S]tato» ma, aggiunge la studiosa, «Foucault spiega che questo tipo di soggetto e operato corrispondono al disegno di governamentalità neoliberale, che cerca di realizzare una società affine alle esigenze del mercato»; in effetti: «Foucault sostiene che la soggettività tipica del ne[o]liberalismo è rappresentata dall’imprenditore di se stesso: un individuo che concepisce le proprie volizioni e capacità come una forma di capitale da investire in vista di un ritorno economico.»

Bandinelli porta alcuni esempi di imprenditori sociali che ha incontrato durante la sua ricerca. La prima è Veronica: «Veronica, una stilista indipendente […] vuol fare abiti secondo una “filosofia” diversa da quella dominante nell’industria della moda, […] che rifiutino la “logica di un consumo irresponsabile”. […] Veronica […] dice che vuol “cambiare le cose”, perché “così non possiamo andare avanti”. Allude, vagamente, alla crisi: “Economica, ambientale, sociale, morale…”. Non è chiaro cosa intenda, ma palese è il desiderio di cercare una soluzione agli effetti (molto) indesiderati del consumismo capitalista.»

La seconda è Joanna, «una ragazza danese che vive a Londra, […] vuole creare una linea di abiti coinvolgendo la comunità.»

Poi c’è Alfredo, che «ha investito tutti i suoi risparmi per fondare un’impresa sociale, che “promuove il cambiamento in Italia”.»

Bandinelli fa notare che «Veronica, Joanna e Alfredo sono impegnati in progetti di diversa natura, e con esiti altrettanto differenti, ma li accomuna il desiderio di “cambiare le cose” – financo “il mondo” intero – e la voglia di farlo attraverso mezzi imprenditoriali. Sono i cosiddetti changemaker o – per dirla all’italiana – attori del cambiamento.»

Chi sono gli attori del cambiamento? Eccone il profilo tracciato dalla studiosa: «Una nuova generazione di uomini e donne spesso colti, provenienti da famiglie della classe media, laureati in discipline che spaziano dall’economia alla comunicazione, dall’ingegneria al design, convinti che l’impresa sia il tramite ideale attraverso cui attualizzare i propri valori etici e politici.»

Perché i giovani vogliono diventare imprenditori sociali? Secondo Bandinelli, «il fatto che i giovani – d’altronde oggi spesso si conduce una vita da “giovani”, volenti o nolenti, anche fino a quarant’anni – coltivino l’aspirazione di incidere su ciò che li circonda, per cambiarlo, anche in modo radicale, non è niente di nuovo in sé. Eppure anche solo vent’anni fa chi voleva “cambiare il mondo” si iscriveva a un partito, o magari faceva l’attivista nelle file di qualche movimento sociale, o forse il volontario per un’associazione benefica.»

È proprio questo il nodo della questione che riguarda «Argo», nata 17 anni fa, e Nie Wiem, nata 13 anni fa: vent’anni fa ci dedicammo all’attivismo e fondammo associazioni benefiche.

Cosa è successo nel frattempo? «Oggi sembra che molti invece – continua Bandinelli – siano portati a considerare il lavoro – in particolar modo l’imprenditorialità – come quella sfera nella quale dare vita e realizzare il proprio senso di responsabilità nei confronti degli altri.»

La studiosa non nasconde che «di primo acchito può sembrare strano, addirittura paradossale, che per “cambiare il mondo” si debba diventare imprenditori, gestire strategie di mercato e far quadrare bilanci, cercare investitori e lanciare campagne di marketing. Tuttavia, a una più attenta analisi, l’idea che per contribuire al bene comune la miglior cosa sia imbarcarsi in un’attività indipendente da qualsiasi tipo di organizzazione e istituzione, risulta una delle poche rimaste a disposizione per i trentenni post–crisi.» Questi ultimi non sanno nulla dell’impegno politico, perché sono cresciuti nei disimpegnati anni Ottanta, Novanta e Duemila per poi essere travolti dalla crisi, per cui non hanno orizzonte che quello individualistico dell’impresa e con esso bisogna fare i conti. «Se così è – riflette, infatti, Bandinelli – allora in gioco c’è un particolare modo di pensare il cambiamento, il mondo, l’etica, l’economia e la politica. Un modo che riflette le condizioni di esistenza di molti, e che è il risultato di un sistema che riguarda tutti. Interrogarsi sul pensiero dei changemaker, sul tentativo di reintegrare economia ed etica, significa dunque capire una parte importante del tempo in cui viviamo.»

Nel mondo in cui viviamo, i grandi partiti di massa sono travolti da ripetuti casi di corruzione e la parcellizzazione del lavoro ha privato i lavoratori di luoghi di aggregazione e lotta comuni, perciò ciascuno va per conto suo e pensa che, facendo da sé, potrà farcela, invece di unirsi per rivendicare salari e servizi migliori, attraverso la lotta per la redistribuzione del reddito. Per cambiare un sistema che mette le aziende private prima delle persone e addirittura degli stati, invece, si fondano altre aziende private: ecco il paradosso! Nello sfaldamento dello stato sociale, nel momento in cui gli anziani devono essere curati, i bambini devono essere accuditi, si devono mangiare cibi sani e indossare abiti che non siano stati prodotti dallo sfruttamento di manodopera e ambiente, l’impresa sociale si impone.

A Bandinelli pare una strada obbligata: «Se i desideri etici e politici vengono sussunti nella logica del capitale, allora una delle poche vie a disposizione per esprimerli è in effetti l’impresa. L’aspetto critico è dunque la visione del mondo che l’impresa sociale produce e il carattere della soggettività social-imprenditoriale.»

La studiosa non nasconde, tuttavia, che «negli ultimi trent’anni, la retorica dell’impresa è servita soprattutto alla produzione di una forza lavoro autonoma e precaria, incline a farsi sfruttare in cambio delle promesse di realizzazione e successo, e del piacere di fare un lavoro creativo, espressivo. Questo si è visto soprattutto nelle industrie culturali, in cui il lavoro casualizzato e freelance è diventata la norma, e in cui l’assenza di qualsiasi forma associativa, come per esempio i sindacati, ha portato di fatto a una netta depoliticizzazione del lavoro e dei lavoratori.»

Nella depoliticizzazione del lavoro e dei lavoratori «la figura dell’imprenditore sociale complica questo quadro – sottolinea Bandinelli – poiché unisce, almeno a livello discorsivo, impresa e società, facendo della prima uno strumento per migliorare la seconda. Quindi da una parte replica alcuni tratti salienti della soggettività descritta da Foucault, specialmente in quanto percepisce una certa continuità tra il business e i propri ideali, mentre dall’altra se ne distacca nettamente poiché afferma la volontà di agire per gli altri. Questa ambivalenza a mio avviso definisce la posizione dell’impresa sociale in relazione al neoliberalismo.»

Insomma, «si potrebbe anche affermare – avanza la studiosa – che l’impresa sociale, in ultima analisi, rappresenti non altro che un’etichetta di marketing per glamourizzare un processo di privatizzazione del welfare, che in pratica porta i cittadini ad assumersi responsabilità precedentemente considerate dello stato. In questo senso essa rifletterebbe il punto estremo della tendenza delle società neoliberali individuata da Ulrich Beck, e cioè quella di portare gli individui a cercare soluzioni individuali per problemi sistemici.» Eppure, cercare soluzioni individuali per problemi sistemici è come svuotare l’oceano con un cucchiaino. Se non si riconosce l’assurdità dell’azione e si prova soddisfazione a darsi da fare, può anche diventare un’attività a tempo pieno: lo stesso vale per il discorso etico, se esso «si costruisce in relazione al benessere e all’autorealizzazione del singolo», perché in questo caso «etica diventa attualizzazione di un sé virtuoso, ambizione personale – arguisce Bandinelli – che si misura in termini di successo e fallimento del percorso di espressione delle proprie qualità. Il successo è la felicità derivante dalla percezione di poter “cambiare le cose”, e il fallimento è la depressione, il ritirarsi dalle cose che non si possono cambiare, soffrendo per la propria incapacità di esprimersi come attori e fautori di tale auspicato cambiamento.»

Se Don Chisciotte avesse aperto un’azienda per lottare contro i mulini a vento, fidelizzando gli illusi come lui e permettendogli di socializzare, forse avrebbe avuto successo. Per usare le parole della studiosa: «Se cambiare il mondo diventa una questione privata, allora l’impresa sociale assume il carattere di un movimento identitario, nel senso che aspira a creare un certo modo di essere e di comportarsi. Quindi, impresa sociale è anche una tecnica del sé, e cioè una tecnica per interpretare e costruire la propria identità. D’altronde abbiamo visto come la figura dell’imprenditore di se stesso nel neoliberalismo si costruisca a partire da una relazione identitaria con il proprio lavoro, che diventa traduzione della personalità. In quest’ottica l’impresa sociale può essere vista come un processo di soggettivazione in cui gli individui mirano a sviluppare la capacità di attualizzare i propri valori etici per mezzo di un business in un modo percepito come autentico e soddisfacente. Ne consegue che l’anelato cambiamento dovrà realizzarsi tramite la diffusione di una certa soggettività, che spesso viene indicata con il termine changemaker.»

Cervantes scrisse Don Chisciotte nel momento in cui l’ancien régime, il mondo dei cavalieri cedeva il passo al nuovo mondo della borghesia: la sua identità si era formata leggendo vecchi romanzi cavallereschi e solo in punto di morte si rese conto che tutto ciò in cui aveva creduto era stata un’illusione. I changemaker di oggi cavalcano i manuali di marketing come Don Chiosciotte cavalcava Ronzinante e si costruiscono un’identità eroica servendosi di un’ideologia a fine corsa.

Bandinelli però sposa la soggettivizzazione del processo di cambiamento, tirando in ballo addirittura Hannah Arendt: «Quest’idea di azione pubblica che si articola nell’espressione di virtù individuali risuona col concetto di azione politica teorizzato da Hannah Arendt. Secondo la Arendt infatti azione e discorso politici non si originano dalla convergenza dei molti in un Uno, ossia dalla sottomissione a qualche forma di volonté générale; piuttosto sono generati dal rivelarsi dell’identità virtuosa dei singoli. Azione e discorso politico coinvolgono il manifestarsi dell’unicità dell’individuo, del suo carattere virtuoso. Individualità e pluralità sono quindi condizioni essenziali del politico, che di conseguenza assume connotazioni ben diverse da quelle implicite nell’ideale socialdemocratico di una volontà collettiva.» Anche ammesso che ciò sia vero, non si capisce, tuttavia, come si possa sovrapporre la sfera politica, di cui parla Arendt, con la sfera imprenditoriale. In effetti, «Arendt stessa dichiara che si tratta di un tipo di azione politica di tipo “individualistico” poiché “esalta l’impulso all’autorivelazione a detrimento di tutti gli altri fattori”; e coerentemente teorizza una sfera pubblica in cui invece di delegare a istituzioni e partiti, i cittadini possano partecipare direttamente, in una pluralità di spazi di deliberazione che devono essere costantemente ricreati.» Bandinelli stessa è costretta a sottolineare la differenza sostanziale fra i due discorsi: «Tuttavia, a differenza di quanto immaginato dalla pensatrice tedesca, tale azione si articola attraverso l’impresa e cioè tramite un’attività autonomamente perseguita, che funziona all’interno di un mercato competitivo, e che richiede l’accumulo del profitto.»

Chi ha scelto, come noi, di fondare un’associazione benefica, potrebbe continuare a esistere, dotandosi dei mezzi imprenditoriali per svilupparsi, non trasformandosi in impresa e cedendo così alla logica del profitto. È davvero possibile?

 

  1. Conclusione: un esperimento sociale alternativo alla logica del capitale

 

Il processo di formazione e sviluppo di un’associazione d’individui riproduce i meccanismi di formazione e sviluppo delle prime comunità umane. Non a caso, associazione deriva da societas: una serie d’individui si associa e, se i soci aumentano di numero, si espande, altrimenti si estingue.

All’inizio l’associazione assomiglia a un clan, poi diventa una tribù e, se conquista uno spazio, dà vita a un piccolo villaggio. Nella storia le tribù che abitavano villaggi vicini, unendosi davano vita per sinecismo alle città. Le associazioni che gestiscono più spazi all’interno di una città danno vita a una sorta di associttà. È il caso delle grandi associazioni come Acli e Arci, con i loro rispettivi popoli che gestiscono locali in molte città d’Italia, associttà dentro città. All’interno delle associttà Acli e Arci, si vive e si lavora come nelle città. Ciò significa che è possibile restare associazioni senza diventare per forza imprese.

Un’associazione non deve necessariamente trasformarsi in un’impresa per continuare a esistere e svilupparsi, ma può strutturarsi come una polis: l’assemblea dei soci manterrà il governo dell’associttà, sorteggiando le cariche che non richiedono specializzazione ed eleggendo quelle strategiche; determinerà la propria politica sociale, culturale ed economica; i soci lavoratori produrranno, distribuiranno, gestiranno locali, attività, ecc.

Vi saranno entrate ma gli utili dovranno essere investiti nell’associttà. Così la partecipazione democratica potrà trionfare sulla logica del profitto.

Valerio Cuccaroni