Una nota sul tempo e sulla lotta, da “Il cinghiale che uccise Liberty Valance” di Giordano Meacci (Minimum fax, 2016)

Cosa significa prendere coscienza di sé? Fermatevi a riflettere, lo sguardo verso il mare, i piedi ben ancorati nella sabbia sotto l’ombrellone: cosa significa pensarsi un io? È difficile, per chi, come noi, si crede (autocosciente) da quando ha memoria: la percezione dell’io è, fuori dalla meditazione filosofica, un dato acquisito, una certezza non meno solida della fame, della sete, del dolore, delle percezioni tutte. È il centro, la memoria di quelle percezioni. Ora pensate a un essere naturale, un essere che sia solo quelle percezioni, in perfetta comunione con il mondo-natura in cui vive. Un essere che a differenza di noi, nulla abbia a che fare con la téchne e sia tutt’uno con il il suo universo biologico. Pensate a un animale, a un cinghiale. Sì, a un cinghiale che vive nell’attimo, tra gli odori del finocchietto selvatico e gli umori sparsi nel periodo dell’accoppiamento; un cinghiale dei boschi in provincia di Siena che, da un presente a un altro presente, da un attimo a un altro attimo, prenda coscienza di sé. Terrificante. Non il cinghiale, ma l’improvvisa consapevolezza di accumulare passato, di poter immagazzinare concetti, poi altri concetti, poi segni, altri segni e dopo i segni, espressioni semantiche, linguaggio. Terrificante, l’idea di passare dalla più completa ignoranza del nulla, alla comprensione del passato: Apperbohr (questo è il nome del cinghiale, ma per gli «Alti sulle Zampe», gli uomini, è Cinghiarossa, per via del colore del pelo), inizia a comprendere che «Apperbohr è stato», è stato qualcosa prima dell’eterno presente della natura, è stato qualcosa di altro, che non è più e, al tempo stesso, è ancora. Inizia a prendere coscienza del tempo. E prendere coscienza del tempo, è prendere coscienza di sé e della propria finitudine; è rapportarsi con il sé che «è stato» prima, con tutti i sé che sono stati, che saranno poi e con il sé che non sarà più. Apperbohr è un cinghiale che potrebbe chiedersi, con Parmenide, «Poiché l’uno partecipa del tempo, cioè del fatto di diventare più vecchio e più giovane, non è necessario che partecipi anche del passato, del futuro e del presente, visto che partecipa del tempo?». Apperbohr sente il passato, il futuro, sente il tempo: «Io ho capito le cose..», confida agli altri cinghiali del branco; ha capito, ma non riesce a comunicarlo. Gli altri cinghiali si perdono nella reiterata esposizione di sé di Apperbohr, si perdono tra gli odori, i suoni, nella sopravvenienza di altri esemplari del branco. Apperbohr ha capito, ma non riesce ad avere alcun riscontro della sua scoperta di sé. L’oblio solitario dell’Apperbohr autocosciente riflette quello di Corsignano, uno dei tanti paesi del centro Italia, dove il ciclo della vita non fa rumore, dove si muore così come si vive, avvolti in una statica nebbia di tardo autunno. Forse Apperbohr è l’unico a interrogarsi sulla coscienza, nella stasi di Corsignano, l’unico che tenta di penetrare la barriera invalicabile dell’io al cospetto del tempo. Anche i dialoghi sapienziali delle coppie Andrea-Durante e Fabrizio-Walter, sono avvolti dalla stessa quiete che avvolge tutto l’universo corsignanese; rimangono nulla più di digressioni inerti sulla realtà: Andrea e Durante stesi per terra a fumare nel bosco, Walter e Fabrizio immobili davanti al film di John Ford che dà il titolo al romanzo (L’uomo che uccise Liberty Valance). Ma Apperbohr no, è diverso: sente il peso dei «cicli», del giorno e della notte, il peso di dover trovare un riscontro all’Apperbohr che sente di essere, e così, un giorno, decide di passare all’azione. Sì, perché l’esistenza di Apperbohr − e qui riposa uno dei temi più interessanti della questione − per essere cosciente di sé deve farsi resistenza; deve estrinsecarsi nella «necessaria e pressante» «creazione di fuochi ribelli», di resistenze e guerriglia, «di appropriazione del cibo e di làscito “a mònito” di quelle che la stampa dell’epoca ha definito “le barricate cinghialesche”». Cosa cerca Apperbohr, con le sue azioni, che dovrebbero servire «da esempio a tutti i cinghiali della provincia»? Il suo obiettivo politico non è l’instaurazione di una nuova prassi per i cinghiali e neppure la rivendicazione di un territorio; rientra sempre nell’affermazione di sé, nella traccia e nel lascito, a fronte della pressione del tempo. Apperbohr si sente uno e sente che c’è qualcosa, tra gli Apperbohr che è stato, che era e che sarà, che «c’era, c’è e ci sarà»; c’è qualcosa di lui che va oltre il tempo, oltre i cicli, ed è questo che vuole affermare. È alla ricerca di un tu, un tu che capisca il suo mondo e lo renda un io; e lo trova, Apperbohr, in una radura, nel cielo luminoso e nei fianchi grassi del suo amore Llhjoo-wrahh:

non ha peso il fatto che Llhjoo-wrahh comprenda la lingua degli Alti sulle Zampe, la lingua nuova di Apperbohr, perché ora le parole non hanno significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì, e gli fa perdere consistenza, e lo intristisce di fatica, quando – se solo gli Alti sulle Zampe lo capissero, se soltanto i rvrrn riuscissero a farsene un’idea consapevole è già tutto lì.

Apperbohr ha trovato un corpo, un tu attraverso il quale si può sentire un io; può sconfiggere il tempo, fermarlo nell’eterno presente oltre il linguaggio, nell’uno in cui confluiscono il suo corpo e il corpo di Llhjoo-wrahh. È ancora un eterno presente, quello in cui s’immerge Apperbohr unendosi a Llhjoo-wrahh, ma un presente di cui è cosciente, un presente che si mostra come la più grande verità dell’autocoscienza: «è già tutto lì», in quell’uno che si forma da due unità, nell’incontro di due verità in una radura, ai confini del bosco. Apperbohr sa bene che quell’eternità non è che momentanea, ha imparato a conoscere i cicli, il tempo; e il tempo lo richiama al bisogno dell’affermazione di sé, all’azione, a «quei fàtti che sòli / Verità van cercàndo ed aiùtano il mòndo a compòrsi da sè / In un cèntro più sòlido e nuòvo di paròle e di vìta da dìre». Deve ancora comporre il proprio mondo, semantizzare la propria coscienza in armonia col quel mondo; per questo ancora spinge i cinghiali del branco alle barricate, ancora a raccoglierne i frutti. Per esistere, Apperbohr, deve resistere, lottare, fare della propria necessità conoscitiva una prassi. Fino alla morte, che incontra per la prima volta sotto uno «spicchio di luna alla fine delle colline»; la morte di Chraww-nisst, al quale non riesce a spiegare cosa sia, in effetti, la morte: «è questo, morire, amico mio? Quest’ammasso di carne, e di sangue, e di peli, che non si muove più? … … Sei questo, morire? … Tutta quella vita inutile che c’era e che non c’è più?». La morte dell’amico è ancora un’esperienza del tempo, un prendere coscienza di un tempo in cui non si è più, dove la vita s’annichilisce nell’immobilità. Apperbohr sa, che potrà non essere più Apperbohr e, in fondo, l’ha sempre saputo. Per questo ha lasciato la sua impronta nel tempo, ha conosciuto il mondo con l’azione fino alla fine, fino al 26 ottobre del 2000 − nel tempo degli Alti sulle Zampe − sotto i colpi di due palle Sauvestre da 28 grammi, tirate da poco più di 80 metri di distanza. Nell’eterno presente dei boschi tra Budo e Corsignano, della natura che si estrinseca sempre e solo nell’attimo, i cinghiali, di Apperbohr, si sono già dimenticati; il suo nome non è altro che una sopravvivenza, un fatto inerte nella memoria come un odore o un colore, al limite della radura: «Apperbohr chi?» si chiede Mm-eerrockwr, il più anziano tra i cinghiali del bosco, nel presente in cui tutto si perde e, senza traccia, si cancella. Si annichilisce nel buio del nulla, del «nhkrawh», nel luogo dove manca la luce, dove si è «qualcosacomenonluminoso di luminoso», un baleno che dal tempo confuso del prima riverbera sul presente. La fine è buio per i cinghiali, non è niente più che un’assenza, alla quale, nell’attualità eterna della natura, non si riesce a dare una spiegazione; è ciò che resta di Apperbohr, un’assenza che riverbera nel presente per poco, fino a spegnersi, nel tempo uniforme del fare. Perché i cinghiali «o fanno, o non fanno», ignorano il concetto di «potere»; per quello serve pianificazione, serve la coscienza del tempo, la coscienza di sé come qualcosa nel tempo, la coscienza della fine come un limite a cui resistere: serve l’autocoscienza di Apperbohr, il sapersi e il conoscersi come una (r)esistenza ai «cicli» del tempo. Per questo Apperbohr si è ribellato, ha costruito barricate: per sapersi nella resistenza all’Apperbohr che non sarà più, per conoscere quell’uno che è sempre nell’uno che è stato, che era e che non sarà più. E si è volto all’azione per riconoscersi nel mondo, nel tu che gli potesse rendere coscienza di quell’uno immodificabile all’evidenza del tempo. Nell’affascinante «PRONTUARIO CINGHIALESE» al termine del romanzo si legge:

«Ribelle» («guerrigliero», «rivoluzionario»): è un modo linguistico che ha trovato A. per riconoscersi nell’altro; quindi ribelle ha per lui il valore di «essere nell’altro da sé», wrgckhee, «quasi-te». (Espressione che usa anche nell’amore).

Ribellarsi all’evidenza del tempo significa tentare di conoscersi, di ri-conoscersi nell’«altro da sé», nel «quasi-te» che permetta di ritornare alla coscienza di sé; significa cercare di comprendersi nell’urto con il mondo, nella coscienza del presente che si erge come una barricata, contro i modi del tempo. Così, questa nota, costruita sulla ritmica insistenza dell’anafora, vuole essere un omaggio al coraggio di Apperbohr, alla lotta strenua per la permanenza dell’uno, di qualcosa di luminoso nella notte del nhkrawh.