«Ora sapete tutto. Sapete come si può ridurre un uomo costretto dall’oppressore all’esilio. Io guardo ancora dal finestrone, giù verso il gabellino, ma c’è più speranza che il segno mi venga?» Riflessione piena di ammirazione su Luciano Bianciardi.

Celebriamo Bianciardi nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione del suo ultimo romanzo, Aprire il fuoco, testo che racchiude al suo interno tutte le sfumature dell’uomo che lo ha scritto. Uomo, prima che scrittore, perché per Bianciardi la scrittura è il mezzo attraverso il quale esprimere il suo essere umano e gli altri esseri umani – anche se probabilmente avrebbe apprezzato di più il tanto amato e milleriano termine ectoplasmi

All’inaugurazione della nuova sede della Fondazione Bianciardi di Grosseto (1 giugno 2019)[1] , giunta proprio a cinquant’anni dalla pubblicazione di Aprire il fuoco, Lucia Matergi, la Direttrice della Fondazione, ha letto ad alta voce un estratto da Il lavoro culturale che mi ha fatto improvvisamente tornare alla memoria le parole di Ettore, il figlio dell’autore, che a proposito di Aprire il fuoco, nella prefazione all’edizione di «Eretica – Stampa Alternativa» del 2008, scriveva:

 « […] ritengo che Bianciardi sia un autore da leggere a voce alta, tanta è la potenza evocativa che egli affida alla parola.»[2]

La lettura, che sia a voce bassa, o urlata o sussurrata, rappresenta un momento di condivisione, che è una caratteristica fondamentale della carriera letteraria di Bianciardi. La condivisione, intesa nel senso più materiale del con-dividere, potrebbe essere proprio la chiave di lettura per Aprire il fuoco. La trama del libro è abbastanza semplice e vede, come buona parte degli altri scritti bianciardiani, il protagonista in prima persona singolare raccontare la sua storia, che ha per sfondo la città di Nesci (che cela la tanto odiata-amata Rapallo, nella quale l’autore si trovò a vivere durante il periodo più buio di tutta la sua vita[3]) negli anni Sessanta del Novecento. A questa narrazione viene sovrapposto un altro periodo storico, quello delle Cinque gloriose Giornate di Milano del 1848, quasi un secolo prima. Il Risorgimento è il periodo storico prediletto dall’autore, quello al quale tornare spesso e volentieri non solo con la memoria, ma anche con la scrittura che consente a Bianciardi di provare quotidianamente gli stimoli avvertiti da bambino quando, il padre, gli regalò uno dei testi che più lo influenzarono: I Mille di Bandi[4]. Questa lettura potrebbe essere considerata la base dalla quale il nostro autore iniziò a formarsi, non solo dal punto di vista stilistico e linguistico, ma anche morale; l’ammirazione che nutriva nei confronti di Garibaldi e per il periodo Risorgimentale erano, per l’autore, da non limitare alla propria cultura e formazione; attraverso i suoi testi Bianciardi provò a trasmettere ai suoi lettori le stesse consapevolezze che gli erano state trasmesse dallo studio di quel periodo storico perché, si sa, la storia insegna – o per lo meno dovrebbe.

Bianciardi era un uomo che amava condividere le sue conoscenze con chiunque trovasse il tempo per ascoltarlo o leggerlo: si pensi a Viaggio in Barberia, quando scrive di aver dato lezioni di storia ad uno dei camerieri del ristorante in cui stava mangiando:

Quando vedo la scritta Hotel Gallieni, non resisto alla tentazione di dare una lezione di storia a qualcuno e decido che scenderemo dal signor generale. E mentre stiamo lì a riempire la penultima – spero – fiche, leggo ad alta voce l’intestazione. Hotel Gallieni.
«Voi sapete chi fosse questo Gallieni?», chiedo rivolto a tutti e a nessuno.
Gli italiani lo ignorano, nessuno risponde. Risponde il ragazzo che fa da portiere: «Oui, monsieur, il était un général».
«Bravo.»
Ma il ragazzo vuole strafare, e aggiunge che Gallieni era un generale francese, vissuto ai tempi di Hitler. E io lo correggo: «No, giovanotto, non ai tempi di Hitler. Non durante la seconda guerra mondiale. Durante la prima. Fu anche ministro della guerra. Fu lui che organizzò una colonna di tassì parigini, per portare rinforzi sulla Marna.»
E continuo su questo binario suscitando l’ammirazione del mio giovane ascoltatore.
«Quanto è bello, monsieur, conoscere la storia!».
Certo, figliolo mio, è bello conoscere la storia. Se avrò tempo, domani ti spiego la battaglia di Custoza, sei contento? La conosco nei minimi particolari, battaglione per battaglione.[5]

 
L’importanza della comune conoscenza e della condivisione di valori è esplicitata in Aprire il fuoco dal riferimento all’episodio milanese delle gloriose Cinque giornate di Milano, dal quale emerge come sia possibile riuscire a rendere compatta una comunità formata da tante classi sociali diverse attraverso la consapevolezza del proprio passato e del proprio presente. Nonostante le differenze di ideale, di pensiero e di ceto che esistono tra gli abitanti di una grande città come Milano, se questa massa individua un nemico comune, le differenze di partenza agli occhi degli uni e degli altri svaniscono. A partire da questi pensieri ecco che torna alla mente la forte critica di Bianciardi alla società italiana degli anni del secondo Dopoguerra, che spinse il singolo all’individualismo dei consumi, fino a mettere in secondo piano l’importanza della condivisione e il senso di comunità. 

Bianciardi è un giovane provinciale che nel 1954 si trasferisce a Milano per partecipare alla creazione di quella che oggi noi conosciamo come “La” Feltrinelli, la casa editrice che pubblicò i suoi romanzi più noti e che ancora oggi pubblica non solo le riedizioni postume dei suoi romanzi, ma anche le traduzioni che principalmente resero famoso l’incazzato d’Italia. Fu l’unico in grado di dare un senso ai difficili e intricati periodi milleriani e questo non solo per abilità lessicale, non solo per bravura e innata capacità traduttoria. Questo perché la grande qualità di Bianciardi era quella di riuscire a guardare, a studiare e a cogliere ogni piccola sottigliezza non solo del linguaggio che mutava, ma anche di coloro che quel linguaggio lo parlavano e lo stavano integrando nella vita quotidiana, come le famose «segretariette secche, senza sedere, inteccherite da parer di sale» descritte nella Vita agra e che diventano, nell’opera, l’emblema dell’influenza che la società ha sul singolo, in quanto queste donne vengono private completamente della loro femminilità – privazione pretesa da standard di magrezza che ancor oggi premono sul genere femminile –  in virtù della loro capacità lavorativa: la velocità che sono in grado di raggiungere camminando sui tacchi, grazie all’esile corporatura, è abbastanza elevata da permettere loro di lavorare, quindi produrre, tanto e senza difficoltà, finendo però per metterle nella condizione di perdere contatto con la loro corporeità e con la realtà, fino ad annullare la personalità e condurre alla standardizzazione senza errori.

Il rapporto con Miller, tradotto negli anni Sessanta, lo segnò non solo perché fu la scintilla che lo portò al successo – pubblicò il romanzo che lo portò all’apice della fama, La vita agra, proprio sulla scia di queste traduzioni – ma perché gli mostrò un nuovo modo di e per scrivere e, a questo proposito, Bianciardi scrisse che «quando incontri un autore che scrive esattamente come avresti sognato di scrivere tu, allora ti sembra di inventare, non di tradurre»[6].
Una lingua sciolta, un utilizzo dell’elenco come mezzo espressivo pieno e non privo di contenuti, un accumulo di aggettivi e termini tecnici che non danno un senso di aspro e inutile riempimento ma che, al contrario, mettono in evidenza la grande cultura e abilità di scrittore; un esempio:

La riduzione di fine a mezzo, qui e altrove, aliena, integra, disintegra, spersonalizza e automatizza, e così viene fuori l’incomunicabilità, e così viene fuori l’uomo-massa e la prostituta moderna, nelle sue varie sottospecie di cortigiana, mondana, amante, ganza, mignotta, zoccola, druda, ragazza-squillo, passeggiatrice, giù giù fino alla battona, alla barbona, alla spolverina e alla merdaiola, infima categoria che annovera le pestatrici di cacche canine negli stradoni bui di periferia, a notte.[7]

Henry Miller diventò anche personaggio de La vita agra: l’autore infatti lo ribattezzò Enrico Molinari, e con questo personaggio Bianciardi giocò, gli diede una confidenza presa e confermata durante gli anni in cui tradusse dall’inglese le sue parole. Della confidenza con gli autori tradotti Bianciardi ne fece uno stile di scrittura, uno scambio perenne, un dialogo e una chiacchierata attraverso la condivisione di parole, pensieri e personaggi. Non è un caso che scorrendo le righe delle sue Cinque Giornate ci imbattiamo – di nuovo – in Miller, in Cattaneo, in Malaparte, in Visconti Venosta, in Donleavy, e l’elenco potrebbe essere infinito.
Aprire il fuoco è un romanzo a tutti gli effetti ma è simile ad un indovinello: chiunque provi a leggerlo senza conoscere l’autore si troverà sommerso da nomi, nickname, riferimenti storici sovrapposti e un’apparente confusione che cela, però, una grande linearità mentale e una capacità di adattamento tutt’altro che casuale. Bisognerebbe che Bianciardi venisse rivalutato perché si tratta non solo di un grande scrittore ma di una specie di biblioteca personale che non solo offre la possibilità di allargare e approfondire le nostre letture, ma soprattutto perché ci consente di fare continui rimbalzi nel mondo dei libri, dell’editoria e della traduzione. Ad esempio, in Aprire il fuoco troviamo sottolineata con insistenza la decisione dei milanesi di astenersi dal fumo durante la notte di Capodanno come protesta contro gli austriaci: informazioni queste che vengono riportate direttamente dai Ricordi di gioventù. Cose vedute o sapute. 1847-1860  di Visconti Venosta – del quale inoltre si finge precettore nel romanzo – e L’insurrezione di Milano di Carlo Cattaneo, i quali scrissero nel dettaglio di questo nuovo mezzo di protesta.

Bianciardi non aveva la presunzione di essere un vate, non era un intellettuale che sfoggiava la sua cultura come se fosse un cappotto nuovo; anzi, nascosto sotto il bavero del suo sgualcito paltò, si nascondeva un uomo fragile, disilluso, ma consapevole della potenza che ha la cultura e di quanta libertà si possa nascondere dietro le parole.
In un articolo del ’68 Bianciardi scrisse:

È il principio della censura che dobbiamo combattere. Perché guardate bene, se si stabilisce che è lecito negare il diritto dell’esistenza di certe parole e di certe immagini, potrebbe un bel giorno succedere che, cambiando il contenuto e l’oggetto del sentimento del pudore, i censori di domani vietino altre parole e altre immagini, magari proprio le parole e le immagini che sono oggi più sacre ai censori contemporanei.[8]

Da questo estratto è facile evincere come la sua opera sia – in toto – un inno alla libertà di espressione, alla libertà di costume, alla libertà totale che l’uomo deve pretendere dalla società in cui vive per non diventare «un pezzo dell’apparato burocratico commerciale».
A chiunque decidesse di entrare nel mondo di Bianciardi sembrerebbe chiaro quanto il singolo non sia padrone di niente, che nessun individuo ha realmente la possibilità di scegliere quello che visceralmente vuole e vuole essere, perché è la società che lo decide per lui: è l’educazione che riceve ad orientare il suo pensiero, è il lavoro che pensa di voler fare a modificare la sua persona.
Bianciardi questo lo sapeva, lo scriveva, e chiunque affronti la lettura di uno qualsiasi dei suoi scritti si renderà conto che l’unica libertà che abbiamo è quella di scegliere le parole da usare «perché, se noi troviamo il “farmaco” contro l’omosessualità, ecco che qualcuno troverà anche la medicina che guarisca dal comunismo, oppure dalla musica elettronica. Se si definisce “malattia” quella che è in realtà una libera scelta (anche ideologica, si capisce) chi ci salva più dalla caccia alle streghe?».[9]

Ilaria Delledonne

Note:

[1] http://www.fondazionebianciardi.it/[2] Aprire il fuoco, Luciano Bianciardi, Eretica edizioni, 2008, p. 5[3] Bianciardi si trasferì a Rapallo perché lì aveva acquistato un appartamento con la compagna; il periodo ligure rappresenta un periodo di declino per l’autore.[4] Vita agra di un anarchico a Milano, Pino Corrias, Feltrinelli, 2011, «[Il padre] che regala al figlio, ottavo compleanno, I Mille di Giuseppe Bandi, garibaldino. Storia letta e riletta fino a impararla a memoria, libro che, appena entrato in Feltrinelli, 1954, Luciano proporrà di ripubblicare e Giangiacomo lo guarderà con faccia sbalordita. Ed è anche il libro che gli darà lo spunto per scrivere La battaglia soda, Aprire il fuoco, Garibaldi, quello che gli regalerà una passione perpetua che nessuno, a Milano, capiva»[5] Viaggio in Barberia, Luciano Bianciardi, Edt, 1969, pp. 92-93
[6] Vita agra di un anarchico, Corrias, p. 171
[7]
La vita agra, Luciano Bianciardi.
[8] Una lettera di Luciano Bianciardi, Kent, marzo 1968 in Antimeridiano vol. II  
[9] Le istituzioni da negare, ABC, 06.09.1968 in Antimeridiano vol. II