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Ricominciare da un libro. “Vite di carta” di Simone Pancotti | di Lorenzo Franceschini

Simone Pancotti, classe 1982, qualche anno dopo aver conseguito la maturità classica scoprì di essere affetto da sclerosi multipla. Aveva 22 anni e frequentava il corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Ravenna; dovette abbandonare tutto.

Oggi, grazie ad una nuova terapia e ad una grande forza di volontà, Simone è riuscito a rialzarsi e a coronare il sogno di pubblicare il suo primo romanzo, Vite di carta. Il libro uscirà grazie ad una piattaforma di crowdfunding che richiedeva un certo numero di preordini, ampiamente superato in poche settimane. Il volume è preordinabile fino ad agosto a questo link e in seguito sarà disponibile nelle librerie e nei rivenditori on-line.

Abbiamo intervistato l’autore per parlare del suo libro e della sua vita.

 

Ciao, Simone, grazie per averci concesso questa intervista e grazie per il tuo lavoro.

Grazie a voi per avermi dato questa grande opportunità.

Di cosa parla il tuo libro?

È fondamentalmente un libro sulla seconda possibilità che tutti meritano nella vita. Parla di perdizione e rinascita e di come si possa attraversare il dolore e la sofferenza e restare vivi, nonostante tutto.

Puoi spiegarci il significato del titolo Vite di carta?

Vite di carta nasce dall’idea che la vita sia come la carta. Puoi riempirla di parole, di colori e di sogni e cancellare tutto in un attimo. Puoi vederla scivolare dalle tue mani con un soffio di vento ma puoi raccoglierla, salvarla e darle un nuovo significato.

A quali risorse interiori hai fatto ricorso per fronteggiare la tua malattia?

La sclerosi multipla è una malattia neurologica degenerativa. A volte difficile da diagnosticare, sempre difficile da accettare e con cui è dura convivere. A dire la verità, non so dove ho trovato la forza che mi ha permesso di superare periodi bui e rialzarmi tante volte; ma forse quando si tocca il fondo si può solo risalire. Ho cercato di fare piccoli passi ogni giorno, uscendo piano piano dalla solitudine e dall’isolamento e parlando di quello che sentivo dentro, senza vergogna.

Ora ho trovato un mio equilibrio, soprattutto interiore, anche grazie alle persone che mi regalano il loro affetto quotidianamente, e così è tutto più sopportabile.

Lo Stato ti ha aiutato? In che modo?

A seconda del grado di disabilità che la malattia ha causato, sono previste agevolazioni economiche, come l’esenzione dalle tasse universitarie o l’erogazione di una pensione di invalidità, e lavorative, come l’inserimento in categorie protette con un collocamento mirato.

Nella tua condizione hai la possibilità di lavorare?

A volte chi è affetto da una patologia grave come questa si sente di avere qualcosa in meno degli altri, ma non è così. È vero, abbiamo dei limiti, ma possiamo fare tutto quello che fanno le persone che sono state più fortunate di noi. Possiamo guidare, lavorare, avere una famiglia nostra, e questa consapevolezza deve essere la nostra arma in più; oltre ogni pregiudizio.

La ricerca scientifica sta facendo progressi nella lotta alla tua malattia?

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante e oggi sono disponibili molte cure efficaci che riescono a bloccare la progressione della malattia. Sono molto costose, ma fortunatamente vengono dispensate gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale, così come tutte le terapie e gli esami inerenti alla malattia.

Hai qualche consiglio da dare a chi soffre della tua patologia?

Ognuno vive la malattia e in generale il dolore a modo suo. Posso solo consigliare per esperienza personale di non abbandonare mai la speranza per un futuro migliore e di condividere sempre i momenti difficili con altre persone che ci possono capire. Parlare e far uscire le emozioni che restano spesso dentro di noi e che ci corrodono l’anima è essenziale.

La vita è imprevedibile e può riservare sempre tante belle sorprese.

Quello che hai fatto allarga la dimora dell’essere umano, ci mostra che anche il dolore può essere abitabile. Per questo ti ringrazio, anche a nome della Redazione di Argo.

Di nuovo grazie a voi.

         

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