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Ricordi? | di Valerio Mieli | recensione di Enrico Carli

Regia: Valerio Mieli Genere: drammatico Cast: Luca Marinelli, Linda Caridi, Giovanni Anzaldo, Camilla Diana Paese: Italia, Francia Anno: 2018 Durata: 106 min.

Chi ha voglia di vedere l’ennesima storia sentimentale eterosessuale alzi la mano. Sono esclusi adolescenti e ogni altro target di riferimento, come per esempio “innamorate che portano al cinema gli innamorati” (i maschi vorrebbero vedere l’ultimo film d’azione, dice il vecchio adagio, ma la scelta del film è alterna e gli tocca la prossima). L’anziano capitato al cinema per caso che sceglie per esclusione o perché ha sbagliato sala, è pure lui esonerato dal voto. Chi rimane?  

Naturalmente un sacco di altra gente che ha o non ha tra i suoi ricordi l’enormità di storie d’amore rappresentate al cinema o in letteratura. Se ne ha viste o lette molte può fare raffronti; se ne ha viste o lette poche c’è la speranza di trovarle coinvolgenti. Se poi hai dodici anni c’è la felice eventualità di trovarle illuminanti.

Ma d’amore bisogna pur parlarne sempre, cercando di dire cose meno banali possibili o di far vibrare corde nuove, e forse per questo i film di Valerio Mieli – due, ad oggi – sono film d’amore a tesi. Il precedente, Dieci inverni, mostrava gli andirivieni di una coppia nel corso del tempo e della stagione della rigidità, e c’era dunque tra gli intervalli un sacco di spazio che lo spettatore doveva immaginare unendo i puntini, a partire dai dettagli disseminati nel corso della narrazione a scomparti temporali. C’era l’azione del caso che agisce o non agisce a seconda che gli si voglia o no dare importanza – e nell’ambito di una storia sentimentale bisogna essere almeno in due per attribuire valore a una casualità e far sì che questa diventi storia comune, pertanto si verifichi guadagnando lo status di aneddoto/predestinazione. In Ricordi? il fulcro è sempre il tempo in una storia d’amore, ma una diversa percezione del tempo: quello tutto interiore. La mendacità dei ricordi verso l’esperienza della vita di coppia. Ricordi che si accavallano nelle loro differenti versioni nel salotto con gli amici, ricordi che si confondono nell’intimità della coppia (“Scusa, mi sono sbagliato… non eri tu”).

Nel tempo delle narrazioni personali, o meglio nel tempo in cui si riflette sull’istinto di questa tendenza tutta umana – attribuire troppa importanza alle proprie narrazioni personali può essere salvifico e anche estremamente pericoloso – la “realtà” viene parcellizzata in versioni soggettive che si rinfacciano l’un l’altra l’assenza di obiettività. Ricordi? non ci coinvolge nella storia preminente dei due protagonisti senza nome, perché i particolari sono lì come rimandi alla vita dello spettatore: chiunque ha avuto genitori che litigavano aspramente (quelli di lui), o che litigavano poco e trattenevano molto (quelli di lei). Chiunque ha cercato un oggetto per casa e l’ha trovato per caso molto tempo dopo. Chiunque è stato triste (lui) o felice (lei). Nella successione dei ricordi dei due protagonisti cerchiamo i nostri, ripercorriamo la nostra vita famigliare e sentimentale alla ricerca di tutte le volte che i nostri ricordi non sono stati affidabili.

Il lui e lei dello schermo sono due umori, due caratteri abbozzati e agli antipodi, per questo motivo senza quasi spessore – Luca Marinelli non ha mai interpretato un personaggio così privo di sfaccettature, mentre la fisicità di Linda Caridi è talmente approntata alla solarità che le mancano solo le trecce. I loro ricordi non ci interessano perché loro, ma perché mettono in scena quel flusso in cui viviamo costantemente, quelle sinestesie che ci colgono all’improvviso, senza volerlo, mentre mangiamo una madeleine o sentiamo un profumo che ci precipita nel passato; ci interessano perché la nostra vita si apre ininterrottamente di scorci di prima, cose ritenute vere e risaputamene false, brame mai dome, voglie fulminee di altri scenari. Come folli che s’incontrano per strada ciascuno perso nel proprio vaneggiamento. Le convenzioni ci protendono verso il delirio oggettivo (ciò che chiamiamo realtà), e ciò che abbiamo di più segreto e ostinato in noi ci fa tenere ben ancorati al nostro delirio privato.

Valerio Mieli, anche sceneggiatore, riesce a restituire questo caos percettivo in cui non ci sono modelli che tengano, non c’è salvezza nemmeno nel sentimento – se l’amore è reciproco è solo una circostanza fortuita, uno stallo nel tempo, due soggettività le cui corrisposte visioni coincidono per un po’; quando ciò smette di accadere, le narrazioni soggettive prendono strade differenti, biforcandosi dai destini incrociati. E non solo, suggerisce il film, una narrazione può dominare l’altra e, dal condiviso scrigno segreto del passato, qualcuno può riesumare un dono che porta all’altro persuadendolo della sua immanenza. Quando si hanno troppi fallimenti nel cuore, ogni pegno d’amore ci salva la vita anche a costo d’ingannarci di nuovo. Del resto è uno dei pochi inganni di cui proprio non vogliamo (possiamo?) fare a meno.

Se lo schema degli amori è dentro ogni canzone e comprende quello infelice e non corrisposto, oggi forse ne sappiamo più di ieri e chiediamo di essere liberati dall’ossessione – il riferimento di Ricordi? al cult Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind) è immediato e necessario, in quanto modello col quale confrontarsi se si vuole ragionare sul peso delle soggettività nella vicenda condivisa. Laddove nel film di Michel Gondry i due amanti si facevano cancellare i ricordi dell’amato/a per evitare le sofferenze della separazione, qui, pur appellandosi ai ricordi che sono di per sé inaffidabili (l’interrogativo del titolo è ambiguo e può essere inteso come un feroce dubbio sulla natura di ciò che identifichiamo come ricordi), Mieli non rimane nell’astrazione e si appella a un senso comune, qualcosa di posseduto in due, vale a dire il momento in cui la storia del passato e del presente coincidono formando un nuovo spazio abitabile nel tempo della relazione.  

Laddove la prolissa cerebralità surreale di Gondry (e di Charlie Kaufman, che Eternal Sunshine lo scrisse) indagava la persistenza e l’ossessione del ricordo amoroso, e le relazioni tra i personaggi del cinema di Terrence Malick contengono il flusso ininterrotto delle coscienze, Mieli prende spunto e con affine immersione nell’inconscio scandaglia il rimosso, i dispiaceri che formano, le bugie che restano e la luce che ammanta i nostri momenti migliori, fino a porre l’evidente e scomoda questione sulle emozioni che trasformano il passato a loro piacimento, togliendoci da sotto i piedi il tappeto illusorio di una verità oggettiva e restituendoci qualcosa che ci trascende, una sinfonia cosmica al di sopra della nostra mera volontà di possesso. Viste le intenzioni e gli alti riferimenti, Ricordi? poteva essere un fiasco totale, e invece è un film che osa e lo fa bene, il cui unico neo è in parte il tentativo di empatizzare con più spettatori possibili, mettendo in scena la più classica delle storie d’amore il cui conflitto è già in essere nel momento rutilante dell’attrazione.  



         

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