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Rino Cavasino

Rino Cavasino è nato il 17 dicembre 1972 a Trapani. Ha studiato ad Urbino, lavora a Firenze nella Galleria degli Uffizi.

Ha pubblicato in italiano e in siciliano sulle riviste Tratti (n. 72, estate 2006), Ellin Selae (n. 80, inverno 2007) e Atelier (n. 45, marzo 2007, silloge dal titolo “Acqua Pia”, presentazione di Giovanni Tuzet), e nelle antologie Nodo sottile 4 (a cura di Vittorio Biagini e Andrea Sirotti, Milano, Crocetti, 2004, prefazione di Fabio Zinelli) e in Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia (a cura di Gian Ruggero Manzoni, Reggio Emilia, Diabasis, 2004, silloge dal titolo “Una fisica dell’anima”), Premio MezzagoArtePremio CastelfiorentinoPoesia di strada. Nel 2004 ha vinto il premio “Giacomo Noventa e Romano Pascutto” per la poesia dialettale. Collabora con l’Istituto nazionale di ricerche “Demopolis”.
Pubblicherà tra poco la raccolta Il tempestario in versi italiani e siciliani.
’Mparma di manu
ad Atmikananda
Ô merveille, qu’on puisse ainsi faire présent
de ce qu’on ne possède pas soi-même,
ô doux miracle de nos mains vides!
O meraviglia, che si possa così far dono
di ciò che non si possiede per sé stessi,
o dolce miracolo delle nostre mani vuote!
Georges Bernanos
Journal d’un curé de campagne
Mi sunnài ch’avìa un pirtusu
’mparma di manu, facci
e facci, ’ucchi di firuta, mali
’un mi facìa, anzi era duci
taliàricci ’nfunnu, vìdiri ’a peddi
di sutta, ciuri rosa giarnu:
nuddu alluccutu si scantava,
ma un raggiteddu ’nzinu ’nterra
si ’mpirtusava, e ghiò tuccava l’orvi,
’i ciunchi c’u lustru d’a manu,
comu San Petru cu l’ùmmira sua,
’u Signuruzzu c’un filu di tònaca.
Scurrìanu tutti cosi dintra
’sta funtana sempri addumata,
carizzi e pugna, l’acqua
e ’u vinu binidittu,
tutt’u sangu d’a murritusa:
miraculusa gèbbia senza funnu
d’i me manu vacanti,
dunava socc’un ci avìa, ci dava
a bìviri all’assitati, di iornu
s’abbiviràvanu cristiani e armali,
e ghiò mi ci ’mriacava ’ntê nuttati.
In palma di mano – Sognai che avevo un buco / in palma di mano, faccia / a faccia, bocche di ferita, male / non mi faceva, anzi era dolce / guardarci in fondo, vedere la pelle / da sotto, fiore rosa pallido: / nessuno sbalordito s’impauriva, / ma un raggiuolo sino a terra / si ficcava, ed io toccavo gli orbi, / gli storpi con il lustro della mano, / come San Pietro con l’ombra sua, / il Signoruccio con un filo di tunica. / Scorreva tutto dentro / ’sta fontana sempre accesa, / carezze e pugni, l’acqua / e il vino benedetto, / tutto il sangue dell’emorroissa: / miracoloso abbeveratoio senza fondo / delle mie mani vuote, / donavo ciò che non avevo, davo / da bere agli assetati, di giorno / s’abbeveravano cristiani ed animali, / ed io mi ci ubriacavo nelle nottate.
QUESTIONARIO
1. La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani e stranieri) della sua poesia dialettale, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.
Prima ancora di cominciare a scrivere in siciliano, amavo già da un po’ di tempo la prosa di Vincenzo Consolo, la sua torturante ricerca di una lingua “contaminata”, attinta a fondali arcaici, da cui ogni parola sembra riecheggiare il travaglio della sua storia, scritta e orale, incarnandola nelle ancor vive, fisiche varianti di una forma, di un suono.
Accanto, gli scrittori che hanno vissuto il dialetto con più viscerale partecipazione, talvolta fino alla violenza (ma quasi mai “espressionistica”; comunque, sempre fedele ai parlanti, alla lingua, più che al furore di chi scrive): Basile, Goldoni, Belli, Eduardo, Pierro, Pasolini.
E i dialetti, anzi le lingue, del cinema: De Sica, Rossellini, Visconti, ancora Pasolini, Olmi.
Poi, alcuni tra quelli che sento più vicini, e basta: senza poter dire se davvero, e come e quanto, abbiano influito o influiscano sulla mia scrittura (tanto meno su quella dialettale). Scrittori del corpo e dei sensi, dei nervi e della fisiologia, della natura febbrile, abbrividente, panica, dagl’inabissamenti nella carnalità all’estrema sublimazione formale, metaforica, fino ad una chirurgica passione, algebrica incandescenza: Góngora, Marino (misconosciute ossessioni, estasi musicali), il pur “metafisico” Donne, Baudelaire, Verlaine, Nietzsche, Hamsun (paesaggi e dialoghi di pulsanti inconsci), Pascoli, d’Annunzio, Yeats (“dialettale” – gaelico – e universale, carnale e metafisico), Rilke, Montale, Kawabata (impronte su palmi di mano, epidermidi), Penna, Biamonti.
Ma, in fondo, non ho mai saputo fugare l’impressione che il dialetto sia affiorato sulle labbra, sulla pagina, repentino e dal nulla, senza apparenti intercessioni letterarie, quasi inconscio, involontario, anzi contro una lunga tenace volontà opposta, persino un rigetto della “sicilitudine”. Ricordo una tempesta di scirocco, e poche parole, solo quelle, per dirla.
 
2. Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in dialetto e quella in italiano (se presente)?
Ho la misteriosa sensazione che i versi italiani vorrebbero parlare di me, della mia vita, della mia storia e memoria, di cose e persone che ho conosciute e amate; quelli siciliani, invece, d’altri, con parole rubate in bocca d’altri, messe in scena sul palco d’un oscuro teatro, in cui mi sento spettatore, quasi più che autore o regista, di vite storie e memorie altrui, di cose e persone sconosciute, ma in cerca di una lingua, forse di questa lingua: che «è e non è la nostra», mi scrive un amico, e «ci appartiene in quanto è appartenuta a persone cui apparteniamo».
3. Con quali poeti contemporanei (dialettali, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti italiani e/o dialettali l’hanno colpita di più?
Con Isacco Turina mi sono incamminato, anni or sono, lungo un remoto, anche arduo, scosceso sentiero di quasi esclusiva comunanza e corrispondenza, di coltivazione segreta, “clandestina”, dell’«azzardo» poetico, passione lenta e silenziosa, distillando dubbi, ardimenti, disincanti; senza mai consentire all’amicizia, credo, d’allentare la morsa del rigore, la reciproca, inflessibile severità, o semplicemente sincerità; almeno fino ad oggi.
Un grande amico, Alessandro Domian (Atmikananda), ancor più “clandestino” artista e cultore di “haiku”, viaggiatore e “mistico”, sente la poesia con sensi acutissimi, istinto quasi ferino, al di qua o al di là degl’intellettualismi e accademismi italici, delle introduzioni e delle note e degli “apparati critici”, in un riparo ombroso come una caverna eremitica, cercandola per naturale nutrimento e con fedeltà alla parola come se fosse musica, colore, profumo, senza con ciò rinunciare a calarsi a fondo in ogni suo dirupo, rischiandoci la pelle: rara, felice malattia che non sospettavo e che spero m’abbia un po’ attaccata. La partecipazione a qualche incontro della rivista Atelier, l’esperienza fiorentina del Nodo Sottile e dei cicli di letture nella biblioteca delle Oblate, a cura di Vittorio Biagini, gl’incontri marchigiani di Poesia di Strada, il premio veneto “Giacomo Noventa – Romano Pascutto”, i compagni di viaggio dell’antologia Oltre il tempo, e le più o meno fortuite rotte personali, hanno seminato altre voci, intessuto altri incroci e scambi, meno assidui ma di peso e intensità: come Giovanni Tuzet, Franca Mancinelli, Andrea Ponso, Gian Ruggero Manzoni, Giovanni Nadiani, Nino De Vita, Giuliano Scabia, Novella Torre, Alessio Alessandrini, Marco Di Pasquale, Lucilio Santoni, Giuseppe Di Bella, Manuel Cohen.
Pari, se non a volte superiori energie ho scambiato con amici che sperimentano altre “lingue”, specialmente le arti visive.
Le migliori letture di questi anni: qua e là tra i versi, in ordine sparso, d’Isacco Turina, Valerio Magrelli, Nino De Vita, Salvatore Pagliuca.
E forse altrove ho fatto esperienza di un più vitale sentimento del “dialetto”, di una sua “verità” ancor più prossima e toccante: ad esempio nel teatro di Emma Dante, nel cinema di Emanuele Crialese.
4. Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera in dialetto? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa in dialetto e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?
Ad occhio nudo, mi sembra: elementi frutti umori di una natura “mediterranea”, aspra e selvatica, vento mare sole sale sabbia tufo scogliere grotte, olio vino gelsi fichi datteri, uova di tonno e di ricci; architettura, edilizia, manufatti del profondo sud, spesso d’origine araba: dedali urbani, vicoli, cortili, torri d’avvistamento, saline, tonnare, giare, cuscusiere, cupole; sostanze corporee: ossa, sangue, mestruo, seme.
L’italiano accoglie l’immaginario del corpo, assai meno quello della natura, o almeno di quella, carnale, natura: come se non sapesse pronunciarsi in italiano, o come se tacessero – e dunque sparissero – i “personaggi” che sanno dare nomi siciliani a quelle cose, a quei luoghi, a quelle sensazioni, la loro fantasia, il loro teatro; in italiano parlo solo io, e parlo da solo.
5. Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, in dialetto, nel corso degli anni?
Penso che una specie di “cosmologia barocca” abbia incontrato, quasi all’origine, il mio sentire e la mia scrittura: cioè, un’incessante metamorfosi ed alchimia di sostanze immagini metafore, un loro muoversi per flussi e correnti, travasi e versamenti, emorragie e trasfusioni, concavi e convessi, inabissamenti e affioramenti, febbrili psicofisiologie macro- e microcosmiche, corpo come natura, natura come corpo.
Cose che ho creduto di riconoscere anche in altre “lingue” del “barocco”: per esempio l’architettura di Borromini, la scultura di Bernini, la musica da Monteverdi a Bach; un’ondosità di echi, un risonante moto perpetuo, che forse attrae, calamita le parole, le sillabe, i fonemi entro certe sintassi ed armonie, certi metri ritmi timbri (fino, sovente, ad un primato – verifica, prova decisiva – del suono, dei versi labbreggiati, sillabati ad occhi chiusi).
Cose che ho creduto di riconoscere (o, piuttosto, ho cercato?), risalendo le epoche, anche nelle visioni di Tintoretto ed El Greco, nelle Rime di Michelangelo, nella poesia persiana (ad esempio Rûmî), araba, arabosicula…
Credo che poi l’inseguimento di un’estetica dei sensi e del corpo sia finito sulle tracce della sua stessa atmosferica rarefazione: Susan Sontag, del cinema che ormai sento di gran lunga il più intenso e profondo, quasi il solo vero cinema, cioè quello di Robert Bresson (“trascendente” e “mistico”), disse «fisica dell’anima». Formicolio di superfici senza profondità, riflessi ed echi senza fonti, minime onde e vibrazioni che sfiorano i sensi fino all’ipnosi; fino alla «profonda superficie dell’oggetto», disse Mishima di Tanizaki. Gli esiti epidermici, transitori ed istantanei, delle pulsioni, degl’insondabili moti di profondità, il loro fiore senza radici e fusti, la pelle e i suoi corrugamenti, la sua muta lingua sensibile. Marino: «Madonna, ha voce in suo silenzio il core E la lingua degli occhi invan s’affrena. Già del’istoria del’interno ardore Fatta è la fronte tua publica scena»… «Di ciò ch’altrui tacendo il guardo dice, Che ti vale il negar? son spettatrice.» Ma quanto più effimeri e fluttuanti i fenomeni captati dai sensi, orme e schegge, trasalimenti, labili increspature, tanto più fitta vorrei la trama fonetica, più fonde e vibratili le risonanze lessicali e morfologiche, più tortile la curva della sintassi, più tattile prensile ed anche dolorosamente sensitiva una lingua che tentasse d’irretirne e salvarne qualcosa: fugace, sempre inattingibile e indicibile memoria dei corpi, dei sensi, in cerca di fonemi che la reincarnino. Bresson: «traduire le vent invisible par l’eau qu’il sculpte en passant».
Forse queste voci testimoniano più dei miei amori che della mia scrittura.
Di solito i miei versi in italiano nascono, attraverso lente e laboriose stesure, con minime varianti come stratificazioni, da più o meno brevi prose scritte quasi di getto, anche remote, a lungo dimenticate e infine rideste dopo tenaci, misteriose dormienze; questa pratica ha forse acuito, se non proprio suscitato, un sentimento della poesia come speciale stato di “aggregazione” della lingua: dall’originaria materia in prosa a quella finale in versi è come un passaggio di stato della lingua, una specie di “sublimazione”, che le permette di emanare sensi e valori latenti allo stato “ordinario”. Invece la scrittura in siciliano m’è apparsa, in un breve volgere d’anni, sempre più protesa all’ascolto, alle voci vive, in carne ed ossa, al fluttuante reame dell’oralità, come se non potesse farne a meno, come se davvero pendesse da labbra altrui: cordone ombelicale, placenta, allattamento; forse anche perché il mio siciliano è una seconda lingua (la prima, la mia vera madrelingua, è l’italiano regionale), sempre in cerca di sorgenti native, originarie (anche quando non possa che attingervi grazie ai rivoli infiniti delle ricerche antropologiche, etnografiche, demologiche – o demopsicologiche… –, insomma degli studi vasti e profondi sulle “tradizioni popolari” siciliane: da Guastella a Pitrè a Salomone Marino, per fare pochi nomi); perciò sento questa mia lingua familiare e straniera, queste mie parole non davvero mie fino in fondo, piuttosto rubate a una comunità, un clan, o tolte in prestito (sapendo di non poterle mai restituire), e ricomposte in monologhi e dialoghi immaginari (ove contraggono forse nuovi sensi e valori), di persone e cose che non ho mai conosciuto, di vite che non ho mai vissuto, lingue e vite precedenti, anteriori; anzi, questa lingua la vorrei il meno possibile mia e il più possibile d’altri, rubata in bocca d’altri, rubata per sete, e solo così davvero mia, lingua che vive solo in bocca d’altri, di bocca in bocca, sulla bocca di tutti, ma non è nessuna bocca. La lingua preesiste e sopravvive ai parlanti, ma non può farne a meno, come un’energia della sua fonte, o del suo mezzo di propagazione; la lingua si perpetua attraverso l’impermanenza dei parlanti, sua fonte rinnovabile. Eppure, sento di perderla se muore uno di loro, ognuno: la lingua e chi la parla, e le sue parole, sono più importanti del “poeta”, di chi la scrive, e della sua stessa vita; ascoltatore, portavoce a loro insaputa; la lingua è loro più che mia; lingua e poesia d’altri, “corale”; gli altri danno voce e parole anche a me stesso, alla mia vita, che non ne ha, o non ne ha più, o ne ha pochissime, e stenta a trovarne da sola; spesso non c’è stato luogo o tempo in cui davvero io abbia vissuto, e parlato, ciò che ho scritto, o in cui siano davvero vissuti i personaggi che ho scritto: sono parole e ricordi, storie e personaggi d’altri e d’un altrove, scritti da un esilio immaginando un’isola che forse non ho mai conosciuto, non è mai esistita.
La lingua come albero secolare, millenario: ciò che più mi tocca non è il suo senso e valore qui, ora, per me; ma il buio mistero della sua storia “silenziosa”, “muta”, linfa segreta dalle radici ai rami alle foglie; le voci sepolte, sommerse, delle generazioni andate che l’hanno parlata, di quelle a venire che la parleranno (se la parleranno), ciascuna – e ciascuno in ciascuna – ricevendola e lasciandola in eredità; così che sia e non sia mia, mia e di tutti, di ciascuno e di nessuno; la storia invisibile, inascoltabile, intoccabile della lingua, l’età della lingua; i senza nome della storia, i senza voce della lingua, dentro la lingua, ogni voce che ha dato voce alla lingua senza voce; il murmure, il gorgo, la babele della storia, che sale dal passato, «che vorticando dal profondo viene», e «quella che si farà nell’avvenire» (Consolo).
Eppure, questa lingua fatta di voci, fibre le più intime e incorporee dentro un corpo, la debbo costringere – per tentare di “salvarla”? – in una forma, in un corpo, la scrittura, che forse i suoi stessi veri parlanti a stento riconoscono; tanto che l’istantanea scoperta e felicità dell’ascolto spesso restano di gran lunga superiori a quelle della scrittura, insinuandomi la tentazione di lasciare per sempre “muta” questa “poesia”, così com’è nata e morta, nel suo spazio e tempo, “incosciente” (o inconscia) e inattingibile, senza cercare di trapiantarla, innestarla, tradurla, prestarle altra voce, altre parole: non solo la verità è straniera alla parola e sta nella rinuncia alla parola, come disse Kawabata (dopo una vita di parole), ma forse anche la “poesia”?
Poesia orale, volatile. Verbo. Conceptio per aurem.
Forse da ciò scaturisce l’arcana, intermittente sensazione (quasi opposta?) che in questi versi, in queste metamorfosi ancestrali, apotropaiche, propiziatorie, in questi riti sacrificali (rinuncio alla madrelingua per una lingua non del tutto mia, e forse morente), in questi suoni come nomi di tabù, possa annidarsi una virtù medianica, un potere di formule magiche, preghiere, mantra, persino scongiuri e malocchi ed esorcismi; e che salmodiarli, cantillarli a fior di labbra sia come possedere e disseminare la vita la storia la memoria sconosciuta di parlanti sconosciuti, infiniti, quasi evocazioni spiritiche; e che dunque possano, in segreto, persino mai letti né uditi, influenzare l’universo, come serpeggiando attraverso un “corpo mistico”, o come un animismo, sciamanesimo, vudù della parola poetica… «Probabilmente l’impresa della poesia dialettale – mi scrive ancora il mio amico – significa la ricerca di un passato magico in cui i nomi, anziché controllare razionalmente le cose, le evocano.»
E forse da tutto ciò nasce pure la mia riluttanza (o impotenza?) a comporre questi fasci di preghiere, di mantra (rivolti poi a chi, a cosa?), in una “silloge” un “canzoniere” un libro stampato: come se ciascuno fosse un frutto sconosciuto spiccato da un albero e in un giardino sconosciuti, e ciascuno straniero all’altro, incomunicabile, e tutti assieme esposti, seccati al sole su un tavolaccio, su un tetto di lamiera ondulata, muta natura morta, o still life, o mandala offerto ai venti.
Infine, sempre più spesso io dubito non solo della mia “poesia” (del valore, del senso di quest’azzardo: anche perché dubbi m’appaiono gli esiti, e ancor modesto il numero, dei miei “esperimenti”), ma dell’altrui, e della “poesia” in sé stessa: non credo fino in fondo nella sua esistenza, non ho abbastanza fede; al massimo, la trovo o la perdo a misura che abbasso o alzo gli occhi da certi versi; se certi versi mi persuadano, come tra film e spettatore, ad una fragile, effimera sospensione dell’incredulità. Forse non so più credere all’italiano della letteratura, come a certi attori che interpretano troppi e troppo diversi (e troppo uguali) ruoli: un italiano in mano agli editors, come il cinema ai produttori (almeno quello che vende); forse non so più credere all’italiano della poesia: all’arbitrarietà, all’intercambiabilità di versi e parole, all’ermetismo autobiografico, all’autismo, alle colate magmatiche d’io.
6. Il suo modo di scrivere in dialetto è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Finora ho attinto il dialetto quasi per intero al parlato, a fonti orali, della mia famiglia e comunità (le stesse da cui l’ho appreso), risalendo fino alla generazione dei nonni, correggendolo o integrandolo con i testi della letteratura siciliana dalle origini ad oggi, le grammatiche, i lessici, gli studi linguistici e filologici: dunque il bacino essenziale è il siciliano di Trapani. Nei primi tempi ho cercato di praticare una trascrizione grafica il più possibile rigorosa e fedele alle minime varianti fonetiche locali, sull’esempio di quella adottata da Nino De Vita per la parlata marsalese; poi ho preferito rinunciare alla resa di alcuni fenomeni (o quanto meno moderarla, affidandola all’eventuale competenza dell’eventuale lettore), come il rotacismo della /d/, o i troppo numerosi raddoppiamenti fonosintattici (omessi, del resto, anche nell’uso grafico italiano; ma, ben più che in italiano, fenomeno capillare della pronuncia siciliana, specialmente per alcune consonanti iniziali di parola, come /b d n r/), spinto dal proposito di avvicinarmi ad una più sobria “koinè” o “medietà” linguistica, almeno graficamente rappresentativa del siciliano occidentale, tutto sommato abbastanza omogeneo, anche rispetto alle forme storiche di riferimento dell’uso palermitano; senza con ciò tuttavia rinunciare a frequentissime e corpose irruzioni dai livelli “alti” e “bassi”, letterari e popolari, o da periferie geografiche, o da epoche meno prossime, del siciliano: mai o quasi mai da altre lingue, o di puro arbitrio inventivo (prospettiva, quest’ultima, che fino ad oggi mi ha ripugnato), se non entro i confini di una scelta tra varianti fonetiche e grafiche, con rari esperimenti di traduzione, riscrittura o “restauro” di forme non attestate.
Questo dialetto scritto si allontana talvolta da quello orale, oltre che in tali escursioni di tempo e spazio e lungo gli strati, quasi soltanto nelle curve e svolte sintattiche che lo avviluppano, nel metro che lo modella, in certi addensamenti lessicali, e insomma in quelle cose proprie (anche se non esclusive né irrinunciabili) della forma poetica.
A volte, semmai, ho tentato di sondare strati più fondi e nascosti della storia del siciliano, quasi sospinto da un impulso “ideologico” di “fantalinguistica”: immaginando ciò che sarebbe potuto essere, se non avesse prevalso il volgare toscano, se i testi della scuola siciliana non fossero stati risciacquati in Arno, se Dante non avesse stigmatizzato il volgare siculo («non sine quodam tempore profertur»: non si pronuncia senza un certo indugio, strascicamento). Immaginando di rischiarare tratti che distinguano il siciliano dal toscano: ad esempio ispanismi sintattici; oppure, nel lessico, arabismi, anzi relitti arabi, talvolta azzardandomi quasi a “restaurarli”, a sovraesporne le peculiarità fonetiche, riconducendo (per puro guizzo poetico, non certo scientifico) persino la ridondanza, la percussiva ossessività delle geminate e dei raddoppiamenti fonosintattici siciliani (che pure ho detto di voler sovente passare sotto “silenzio grafico”), alla tessitura allitterante dell’arabo, la dantesca strascicatezza alla cantillazione islamica, il modulato richiamo dei venditori nei mercati (ormai quasi taciturni) a quello del muezzin… (Ciò che forse spiacque ai toscani “traduttori” della scuola poetica siciliana, a Dante che giudicò il volgare siciliano bisognoso di un digrossamento?) Quasi a voler riportare in luce, almeno nella lingua, due secoli e più di storia dell’isola in gran parte sepolti, invisibili, obliati: come i centri storici ricostruiti più volte nei secoli,
ma sempre addosso all’impronta, lungo gli antichi tracciati arabi, attorti in graduali varianti di vicoli e cortili che spezzano la furia dei venti come camere di tonnara, saldezza di scheletri immateriali.
Ma temo che tutto ciò, sempre che sia fondato e sensato, resti nei voti più che nei versi.
Su Tahar Ben Jelloun, marocchino emigrato a Parigi, che scrive in francese, lingua degli ex colonizzatori, del potere, dell’omologazione e del conformismo (ma anche lingua di comunicazione, emancipazione, salvezza, rispetto alla separazione e chiusura, all’isolamento dell’arabo), istillandovi tuttavia la lingua, la cultura, la memoria ancestrale berbera, ha scritto Vincenzo Consolo, uno dei pochissimi a porsi il problema, che «il problema è di non farsi invadere, possedere dalla lingua del potere, di non farsi espropriare della propria memoria, del proprio patrimonio linguistico berbero. Non farsi invadere, ma invadere, con la propria lingua di memoria, la lingua che si è scelta per comunicare. Infrangere questa lingua, farla esplodere, se si vuole sopravvivere come scrittori. Tahar Ben Jelloun questo ha fatto in modo felice, questo continua a fare. E noi aspettiamo in Italia una voce come la sua che venga dal Maghreb a far esplodere la nostra lingua, che venga ad arricchire il nostro romanzo».
Quasi come qualcuno che violasse con la sua memoria la nostra smemoratezza, che riscrivesse con la sua madrelingua la nostra orfana lingua morente; che facesse, a ritroso, tornare in vino isolano i versi della scuola siciliana, dilavati dal fluviale annacquamento toscano, o in novello vino toscano fermentare quelli della scuola arabosicula…
Io purtroppo non sono abbastanza “extracomunitario” e “clandestino”, la sola arma spuntata che mi ritrovi in mano è il dialetto, lingua periferica, ostile e “straniera” in casa di quella nazionale: me l’immagino forse come una serpe in seno, lento veleno, ammutinamento e sabotaggio, o sperimentale innesto, facendo reagire l’italiano con gli elementi “barbari”, “eversivi” del siciliano, echi di remote “alternative” storiche, linguistiche… Ma tutto questo conta poco o niente, peregrina velleità, dato il peso ormai insignificante della “letteratura” nella coscienza culturale e linguistica italiana (ormai l’italiano poco più, o poco meno che lingua della tv, pressoché inservibile, di cui non è certo migliore e più bella la lingua “accademica”, “letteraria”, la lingua degl’«intellettuali»), e forse pure in quella “etnocentrica” dell’occidente globalizzato, globalizzante.
7. In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto nella sua area di appartenenza (paese,
città, provincia, regione)?
Purtroppo non conosco dati in merito, né so con certezza se esistano (credo che ne abbiano raccolto, e ne raccolgano tuttora, una buona messe le ricerche e i rilevamenti dell’Osservatorio e dell’Atlante linguistico della Sicilia, promosse dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani); ma, azzardando un’ipotesi, immagino che la percentuale media isolana sia assai elevata, superiore al 90%, e che la quota si abbassi appena di qualche punto tra i siciliani delle ultime generazioni (almeno riguardo alla competenza linguistica attiva), molti dei quali – come me – hanno acquisito il dialetto ormai come seconda lingua, pur padroneggiandolo a sufficienza. Però, a volermi fidare delle mie osservazioni del tutto empiriche, sarei tentato di rivedere, o almeno moderare, le profezie e i compianti sulla morte dei dialetti: non di rado nei vicoli delle città vecchie, dove possono ancora giocare i bambini, li ho ascoltati usare il siciliano senz’altro come prima lingua.
Forse lingua privilegiata in un regime di bilinguismo ormai paritario; forse ricrescita dialettale ai danni della lingua nazionale; forse, infine, solo voce di minoranze, sacche linguistiche, non saprei di che portata, stratificazioni sociali che non hanno mai cessato d’esistere e influenzare i fenomeni linguistici. Certo, il dialetto di questi bambini non è quello dei padri o degli avi: intaccato dall’italiano, specialmente il lessico è impoverito, dimidiato, o piuttosto, forse, contaminato, “spurio”; ma ciò non è proprio d’ogni evoluzione linguistica? Il lessico perduto e rigenerato, la lingua delle generazioni…
Il patriarca e sciamano del mio clan, ‘u zu Paulu, contadino, avvicinandosi alla morte parlava un siciliano sempre più fondo e perfetto, come la sola lingua mai nata al mondo, di cui già quello dei figli non è che un’ombra storpia, quanto il suo forse lo era della lingua dei padri. A permettere o vietare la poesia oggi, forse, è il peso della lingua perduta, non salvata, non salvabile.
Decadimento radioattivo della lingua.
Mia madre e mio padre invecchiano; con loro, la loro storia, memoria, lingua. La lingua di mia madre, lingua madre, madre lingua: antiche parole, di sempre, che ascolto per la prima volta, per caso; che avrei potuto non ascoltare, non conoscere mai più; come quelle mai ascoltate, che non mi sarà mai più dato ascoltare. Finché la fonte sarà secca, estinta. Quasi come quando muoia l’ultima persona al mondo che parli una lingua, che muore con lei. Radici sepolte, mai venute a contatto con l’albero emerso, con le sue fronde rivolte al cielo. Vene sotterranee. Vene e visceri del mio corpo, mai visti, mai toccati. La mia carne, il mio sangue: inattingibili.
8. La sua regione presenta leggi di tutela del dialetto o supporta le pubblicazioni in dialetto con qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)? Quale il dibattito culturale e politico a proposito?
La legge più mirata che io conosca è quella della Regione Sicilia n. 85 del 6 maggio 1981, «Provvedimenti intesi a favorire lo studio del dialetto siciliano e delle lingue delle minoranze etniche nelle scuole dell’Isola». Ecco uno stralcio: «Nel quadro delle iniziative di promozione culturale e di educazione permanente, la Regione, al fine di promuovere lo studio e la conoscenza del dialetto siciliano da parte degli studenti e dei cittadini, interviene in favore delle scuole e degli istituti d’istruzione di ogni ordine e grado aventi sede nel territorio regionale, che intendano realizzare, con le modalità previste dalla vigente normativa statale, attività integrative volte alla introduzione dello studio del dialetto ed all’approfondimento dei fatti linguistici, storici, culturali ad esso connessi. L’Assessore regionale per i beni culturali ed ambientali e per la pubblica istruzione istituisce direttamente o promuove, mediante apposita convenzione con istituti universitari dell’Isola e con il Centro di studi filologici e linguistici siciliani, corsi di aggiornamento culturale sulla materia del dialetto siciliano, per i docenti delle scuole ed istituti…».
Da questa legge discendono le circolari, che dettano di anno in anno le modalità d’erogazione dei contributi, con sommari di questa fatta: «Contributi alle scuole ed agli istituti di istruzione di ogni ordine e grado che intendano realizzare attività integrative volte all’introduzione dello studio del dialetto siciliano ed all’approfondimento dei fatti linguistici, storici, culturali ad esso connessi, nonché a favore delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado che programmino attività di educazione degli adulti finalizzate allo studio ed alla conoscenza del predetto dialetto».
Al 5 marzo 1979 rimonta invece una legge regionale (n. 16) con più specifiche «Norme per la promozione culturale e l’educazione permanente», il cui art. 6 recita: «L’Assessore regionale per i beni culturali ed ambientali e per la pubblica istruzione è autorizzato a concedere contributi: fino a 120 milioni (poi modificato in “migliaia di euro”) in favore di comuni, enti ed organizzazioni siciliani per la diffusione e conoscenza, anche al di fuori del territorio della Regione, del teatro dialettale siciliano e di autori siciliani del teatro d’arte e delle tradizioni popolari e folcloristiche e del teatro dell’opera dei pupi». Lo spirito di quest’articolo è riassunto nella legge regionale del 5 dicembre 2007 n. 25, «Interventi in favore delle attività teatrali», dove si ribadisce che la Regione «sostiene iniziative volte alla conservazione ed alla valorizzazione del repertorio classico, siciliano e dialettale».
La Regione ha sostenuto fin dalla sua fondazione, nel 1951, il Centro di studi filologici e linguistici siciliani (“Organizzazione non lucrativa di utilità sociale”), attraverso contributi concessi dall’Assessorato dei beni culturali ed ambientali e della pubblica istruzione (in base alla citata legge n. 85 dell’81), come – richiamando pochi esiti tra i più meritori del Centro – per l’opera del monumentale vocabolario (il quinto ed ultimo volume è del 2002), per il vocabolario etimologico di Alberto Varvaro, per il progetto dell’Osservatorio linguistico e per il corpus informatico “Artesia” (Archivio testuale del siciliano antico).
La legge regionale n. 2 del 4 marzo 2005, per trarre un ultimo esempio dal seno della poesia dialettale, ha promosso «l’istituzione di una Fondazione denominata “Ignazio Buttitta” con la finalità della tutela, conservazione, promozione, studio e sviluppo della cultura siciliana in tutti i suoi aspetti storici, sociali, artistici e antropologici».
Non pochi Comuni dell’isola hanno dotato i propri statuti di dichiarazioni a difesa dei dialetti; eccone alcune tra le meno generiche: il Comune «tutela il patrimonio culturale linguistico ed artistico della comunità, concorrendo comunque all’apertura della stessa verso persone e gruppi di altre culture ed etnie, valorizzando il dialetto siciliano con specifiche iniziative, ed arricchendo la biblioteca comunale di testi validi a tale uopo» (Aci Sant’Antonio); il Comune promuove lo «studio del dialetto gallo italico sperlinghese, nonché il recupero, la conservazione e la difesa dello stesso» (Sperlinga); il Comune promuove «la diffusione della cultura nelle sue varie articolazioni e forme con particolare riguardo alla storia locale, al dialetto, alla toponomastica nonché alle tradizioni ed ai costumi locali» (Reitano); il Comune «assume la lingua Siciliana come valore storico e culturale e inalienabile» (Grammichele); infine, il Comune «promuove il censimento scientifico, il restauro, ove necessario, la valorizzazione e lo sviluppo del patrimonio culturale (anche nelle sue espressioni di dialetto, costumi e tradizioni popolari), storico, artistico, archeologico, architettonico ed archivistico, garantendone il godimento da parte della collettività e utilizzandolo come riferimento per le proprie scelte di indirizzo turistico» (Racalmuto).
Ispirandosi alla Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale (“Intangible Cultural Heritage”), approvata dall’UNESCO nel 2003, l’Assessorato regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana (questo il suo nuovo nome) ha istituito, con il D.A. n.77 del 26 luglio 2005, il Registro delle Eredità Immateriali (REI), che raccoglie anche lingue e tradizioni orali dell’isola, un elenco tanto ricco e sublime quanto forse, chissà, inane: il «libro delle espressioni» contempla, ad esempio, “La storia di la Barunissa di Carini” e le parlate galloitaliche di Aidone Nicosia Piazza Armerina San Fratello Sperlinga; nel pomposo «libro dei tesori umani viventi» sono stati iscritti, fra gli altri, i «detentori» del patrimonio orale tradizionale di Filicudi e delle Eolie e la «poetessa popolare» Maria Costa, di Messina.
Non saprei dire se e in che misura, e con quale trasparenza ed efficacia, tutti questi strumenti legislativi abbiano trovato e trovino applicazione.
Il “dibattito culturale”, se pure esiste, temo che sopravviva entro confini assai angusti: accademici o di “cenacolo” o di pure affinità elettive tra “cultori”; senza voler considerare quello, più o meno “folcloristico”, più o meno dignitoso, dei concorsi di letteratura dialettale o delle rivistine strapaesane.
Mi pare piuttosto che alcune case editrici, come la Mesogea di Messina, stiano seminando buoni semi (dentro un più vasto campo: le lingue e le scritture del Mediterraneo), per quale raccolto non so prevedere.
Nelle «note» del Movimento per le autonomie (guidato da Raffaele Lombardo, attuale governatore) per il programma elettorale delle regionali del 2008, tra le «10 idee forza per il nuovo statuto autonomistico siciliano del xxi secolo» c’era la «tutela e promozione dell’identità siciliana nel mondo», che a sua volta includeva la «promozione della cultura e della lingua della Sicilia, anche tramite una legge apposita (modello della Sardegna)»: ciò che fu divulgato con un certo trasporto durante la campagna elettorale; ma io non ho notizia di nessuna «legge apposita», né d’altri riscontri, dopo l’insediamento del governo. Semmai, nel 2007 Lombardo, da presidente della Provincia di Catania, aveva insistito affinché, nell’ambito del “Primo festival del folclore siciliano”, fosse officiata «una Santa Messa con canti, preghiere, inni e salmi in rigorosa lingua siciliana, perché il siciliano ha tutte le caratteristiche per essere considerato una lingua e trattato come tale»…
Novembre 2010
         

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