Oggi è morto un cantante mezzo famoso di cui non parlava nessuno da anni. Forse è morto anche Fidel Castro. La gente continua a morire e tutti si stupiscono, postano fiori e scrivono RIP RIP RIP e io penso sempre che sia il verso di un uccello strano, un qualche trampoliere di palude, un rallo acquatico o qualcosa del genere, che non so nemmeno se esista. Una palla di piume marroncino chiaro che si mimetizza nel canneto e “RIP, RIP, RIP”. E ti apposti col binocolo ma non lo vedi, nessuno lo vede. Ma tutti sono convinti che ci sia da qualche parte.

Da qualche parte c’è anche il morto, quello vero. C’è la sua faccia truccata dai visagisti delle pompe funebri sempre attenti a distendere bene l’espressione facciale tanto che poi tutti diranno “è morto sereno”, “ah, che bella espressione, pareva vivo”. Sereno un cazzo. Nella migliore delle ipotesi aveva un male incurabile che gli procurava dolori lancinanti in almeno tre parti del corpo. Magari anche in qualche posto irraggiungibile, tipo la parte finale del condotto anale. Ma chi se ne importa ora. Ora è morto. E da morto sorride. Ed è vestito da festa con un rosario in mano e le scarpe della domenica. Ed essendo morto non sa che gli hanno cambiato completamente i connotati e l’hanno esposto rigido come un ghiacciolo alla contemplazione di parenti, amici e gente che non ha mai stimato. Da qualche parte la salma c’è, qualcuno pagherà la bara e l’interramento, qualche funzionario religioso o meno si occuperà delle esequie. Ma a chi posta RIP RIP RIP non interessa. Non importa che il cantante mezzo famoso sia stato trovato in bagno con la testa dentro all’oblò del cesso e la faccia viola dalle convulsioni. Quello che conta è un bel RIP, magari scrivendo “ciao Marco, ci mancherai”, bevendo un tè alla menta in soggiorno al caldo del termosifone in ghisa. Marco in realtà non mancherà a nessuno. I suoi congiunti sono tutti morti, la moglie l’ha lasciato e in tv non compariva più dal 2003. Ma tu caro postatore di RIP non demordi. Hai trovato anche un vecchio video, quello del 2003, la sua ultima apparizione al Festival di Sanremo come “Big”. L’ha già postato mezzo mondo ma nella cerchia dei tuoi 236 amici ancora nessuno. Sarai il primo a fare un bel RIP, a cui ne seguiranno altri, sempre più affranti. E intanto ti torna in mente anche l’unica canzone un po’ famosa del cantante mezzo famoso. “Resta qui stasera”, cantata con l’accompagnamento dell’immarcescibile Vince Tempera, presentata con grande enfasi nientemeno che da Pippo Baudo. Ti ricordi di averla anche vista in un canzoniere dei boy scout, ma l’hai sempre saltata perché gli accordi erano troppo astrusi. Come si farà il MI5+? E il FAdim? E chi se ne frega ora che è morto? Ora che la tua chitarra giace in un angolo impolverata e gli unici suoni che riesci a produrre sono i mostri che riesci a eliminare a Invisible Fighter o i goal che fai con la playstation,  giocando contro squadre sfigate con centrocampisti moldavi o kazaki che nessuno ha mai sentito.

Quando vedo le tempeste di RIP penso anch’io alla morte. Penso al mio profilo Facebook che rimarrà aperto per anni perché non avrò dato a nessuno la mia password. Molti amici posteranno foto imbarazzanti della mia adolescenza per far vedere che mi conoscevano da anni, da più anni rispetto alla maggior parte degli altri amici, come se le amicizie si misurassero in anni di conoscenza. Ai compleanni e agli anniversari del mio decesso pioveranno ancora commenti e foto, ma sempre meno, sempre più raramente. A un certo punto tutti mi avranno dimenticato e come una tomba senza fiori e piena di piante infestanti anche il mio profilo Facebook finirà sepolto da pubblicità di deodoranti, scarpe ortopediche, macchine sportive e tanti, tantissimi siti erotici. Poi, attratto da tanti rifiuti informatici, a un certo ci si attaccherà anche un hacker giapponese o coreano, postando simboli indecifrabili e prezzi di cellulari. E alla fine Facebook sarà sostituito da un nuovo portale e tutti migreranno lì e la mia tomba in rete finirà sotto strati di codici di programmazione, dimenticata per sempre. Anche cercandomi su google anno dopo anno usciranno sempre meno risultati, ma qualcosa ci sarà sempre, come la radioattività delle scorie nucleari che impiega 20.000 anni per decadere. Non so se tra 20.000 anni qualcuno riuscirà a trovare qualche mia traccia in rete. Ma il solo pensiero che questo sia anche ipoteticamente possibile è fonte per me di grande consolazione.

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Nell’immagine, Kalamida | Athens / Greece. Foto di Mattia Santini