Quale il senso della Storia e della nostra storia in essa? Cosa possiamo trattenere del tempo, dei fatti, degli eventi che hanno segnato la vita, che hanno scavato in noi dei profondi solchi nei quali giace il senso segreto del nostro essere? Chi sarà in grado di vedere ancora, di muovere occhi e anima, in quelle fessure ombrose, per decifrarne segni e traiettorie esistenziali? Domande destinate a rimanere inevase, a vedere forse le risposte trascinarsi dietro sé, a braccetto col passare del tempo, con lo svanire di quelle persone, fattezze singolari e collettive che quelle stesse domande generarono.

Ci troviamo ora in quegli anni particolari, a breve gli anni 20. Momenti che contengono in nuce il futuro del secolo, come da prassi storica. Normale che una generazione si ponga domande inerenti la propria esistenza, che si interroghi sul significato del proprio passaggio, che osservi e faccia i conti con la morte.

Questi i temi che Rossella Or ha affrontato nel suo ultimo spettacolo, andato in scena a fine settembre al Teatro Tordinona di Roma, spazio tra l’altro gestito da Ulisse Benedetti, che di questa storia è, in qualche modo, anche protagonista. Il testo – interamente scritto da Rossella – è dedicato a Simone Carella e Mario Prosperi, persone che hanno segnato fortemente la vita teatrale romana (e non solo) dell’ultima parte di Novecento, ed in modi e tempi diversi la vita stessa dell’autrice.

 

Ne consegue che “Controcanto voce” – il titolo – sia uno spettacolo sulla memoria e sul trapasso. Arrangiato all’interno di un atto unico di poco meno di un’ora e mezza, Rossella Or, su un tappeto di fogli sparsi e fiori, (accompagnata dai puntuali Paola Sebastiani, Fabio Collepiccolo, Roberto Zorzut) mette in scena un dialogo interiore fatto di ragionamenti vorticosi, filamenti, movenze tipiche di un’esperienza tragica. La trama – di natura astratta – è quasi tutta nel mimetismo fisico e fonico di Rossella, che di volta in volta poggia se stessa e le sue membra sulle braccia orali dei tre attori, che la sorreggono fin sul punto di quasi cadere. Bravissima in questo Sebastiani, che con voce pulita e perfettamente udibile tiene lo spettatore non completamente alienato dai fatti narrati o sussurrati, mimati.

Rossella – la signora Marie – non ama esporsi totalmente. Si sposta flebilmente da una panca all’altra della scena, tra i fogli sparsi e le rose, si nasconde dalla poca luce, dilazionata da un proiettore che fissa sullo sfondo il video di fili d’erba in movimento. Lascia spesso parlare i suoi zigomi sagomati dalle ombre, le espressioni di spavento, terrore e disperazione. E’ il corpo del teatro in scena. L’audio esterno è tutto nel rumorio di fondo di una campagna, suonano campane, poi infine un passaggio di pianoforte. Marie muove e parla se stessa quasi a non dire, non dire tutto. Domandare?

Cosa domandare, e a chi? Cosa dire e a chi? Perché dire, se quel che verrà detto finirà anch’esso nell’oblio del tempo. Ora, prima che venga detta, la parola stessa è già afona, rivolta all’interno della figura umana. Il pubblico può seguire l’andamento? Può riflettersi in uno specchio tarkovskyano che esce da un piccolo secchio posto al centro della scena. Siamo uguali? Possiamo riconoscerci? O l’anima della signora Marie, più elevata viene cacciata inesorabilmente via dal potere dello specchio?

 

 

Rossella Or riesce anche a sparire in fondo alla scena, dove la luce non potrà arrivare mai, non farsi vedere, smarrirsi totalmente eppure essere perennemente presente, rotolarsi in verticale su una parete buia, dormire – forse – con la testa in un cuscino appoggiato alla parete scura. Gli altri attori la inseguono, le parlano, quasi a invocare il senso di quello che stiamo vedendo, che essi stessi non riescono pienamente a comprendere. Il senso. Il segreto custodito in una valigia di cartone. Oggettistica post bellica. Cose ormai incredibilmente insignificanti da nominare sul margine di una panca.

Se non ci fosse stata quella guerra…

Ma la guerra c’è stata e questo mondo è quello che ne rimane.

Claudio Orlandi


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Rossella Or, attrice e poetessa, è stata protagonista dell’avanguardia teatrale romana fin dagli anni ’70. Ha lavorato con Memè Perlini, Simone Carella, Giuliano Vasilicò, Giorgio Barberi Corsetti, Leo De Berardinis, Mario Prosperi, e ha successivamente iniziato una serie di lavori in proprio di rara intensità (con recupero della parola) di cui ha curato, anche, testo e regia. Di lei scrisse qualche anno fa, a proposito di un suo spettacolo, il critico teatrale Nico Garrone: “Rossella, se venisse a patti con il galateo della rappresentazione, sarebbe una straordinaria Figliastra, o la delirante Contessa dei Giganti della Montagna. Ma ieri sera ci ha fatto pensare, o sognare, a qualcosa di più: ad un immaginario incontro nell’aldilà tra i fantasmi di Eleonora Duse e di Antonin Artaud.”In campo cinematografico Rossella ha recitato nel film “Regina Coeli”, diretto da Nico D’Alessandria, ed è protagonista del film “Estate Romana” di Matteo Garrone. Un suo volume di versi dal titolo  L’acqua tende alle rive è di imminente uscita per la casa editrice Zona, nella collana Rossocorpolingua, a cura di Maria Concetta Petrollo .La poesia di Rossella Or (che è sempre stata avulsa dalla letteratura come istituzione, come per una cura ossessiva della marginalità, ma legatissima, in una lunga frequentazione, alla parola scritta), si nutre dello studio attento e puntiglioso delle avanguardie teatrali e letterarie, della pratica ossessiva del gesto rigoroso e portato all’estremo (completamente calato, e possiamo dire, riversato e riconvertito nella parola), cui è collegato il sentimento straordinariamente vivo dell’esistenzialità, dell’assurdo, dell’ossimoro del vivere, dell’ambiguità felice della vita.

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©Foto di scena di Giorgio Migliorati.