Tommaso Ottonieri presenta e analizza due volumi di poesia, Cardini e Nyctalopia, di Rita Florit

 

I due volumi di Rita Florit, che andiamo qui a presentare, mi sono apparsi fra loro speculari e complementari quasi; certo non solo perché usciti a distanza brevissima l’uno dall’altro.

Cardini, il secondo; prosimetrico, in cosmologico epos (nella prima metà), poi spezzettandosi in versi giù a cascata; diviso in due sezioni, di cui l’una, la conclusiva (Ces sons sesons [sic]) si differenzia dall’altra per via d’un procedimento – sul piano versale – strutturalmente più riconoscibile, meno magmatico (è la prosa, o semi-prosa, ciò che meglio ospita – lo sappiamo – le de-strutture dell’indecidibile), e persino inatteso dopo l’exploit epico-prosastico della sezione iniziale; ma con un’escandescenza linguistica che riconduce il magma sul piano non delle sintassi ma dell’intraverbale, appunto (sulla scorta di Emilio Villa soprattutto, già citato espressamente nella prima sezione).

Nyctalopia, è invece il primo (in ordine di tempo) dei due libri; in non-versi (se non precisamente prosa). La pronunzia dell’enigma, riposto nel titolo, è incerta, così come la nozione, infatti, che ne è alla base; la sua etimologia, duplice: se può indicare la capacità dello sguardo di penetrare nell’incerta luce crepuscolare e in quella luce notturna, ma anche, viceversa, un’incapacità di vedere attraverso il giorno. «Vedere cieco, illuminare la tenebra». In entrambi i casi, certo, un valore peculiare viene conferito alla cecità: d’una capacità di penetrazione nel fondo dell’oscurità, a evidenziarne gli spessori e i contorni; o semmai, una fuga ulteriore (del senso), volta a una costruzione puramente mentale (in una interpretazione alternativa dell’etimologia: «occhio che non vede durante la notte»): sì che la nyctalopia può essere intesa come una forma di veggenza.

Ma partiamo dal secondo dei volumi, come già accennato; punto di partenza, la sezione non titolata (che assumiamo come epònima) di Cardini, la quale si presenta fin dal titolo come il polo positivo del dittico (che vediamo poi compiersi – decostruendosi – con Nyctalopia), enuncia una singolare qualità di nettezza e orientamento; l’invito posto al lettore, è quello d’incardinare lo sguardo, e così la lingua il senso il suono (la materia verbale), come attorno a una sequenzialità di punti, nella cui roteazione non è tuttavia possibile individuare alcuna granitica costante. Nell’atto di lettura, si ritma piuttosto una semantica mobile, ondivaga, nell’onda e orda d’una prosa rizomatica, mistericamente “narrativa”; i perni su cui questa si dispiega, rimandano, a specchio, il senso su derive agglutinanti visione mito materia organica (il segno base e “glossolalico” del suono, che andrà a espandersi nella seconda sezione, qui è in nuce, dichiarato in un’epigrafe tratta da Andrej Belyj); si stratificano allusività le più criptiche-avvolte (chiarificate in nota: Beckett… Zambrano… Dickinson… Plath… Blake… Villa… e dall’occitano a Origene, al greco classico… e Bonnefoy, Jouve, il Frazer de Il ramo d’oro… su tutti, probabilmente: Lucrezio): fluidi riferimenti (a una classicità ossificata del teatro naturale? e come chiusa nella sua enigmatica compiutezza archeologica di reliquia); ritorni, rotativi, a un Antico/Arcaico (a un Oriente sacrale, forzato a una dannazione del perpetrarsi, attraverso le «gole degli dei divoratori di luce»), postulato e rismembrato insomma, nello stesso istante, nello stesso gesto, alla medesima distanza (abissale e millimetrica), per un tempo microcosmico dello squassamento.

Parlavo di serie mobili e rotanti (e in risonanza; evocative), su cui si sviluppano ambedue i membri del dittico. Quasi trigonometrie verbali, uno sfilacciarsi di computer-grafica (al suo stato archeologico e quasi kandinskyano, preferibilmente); nella prima sezione di Cardini, queste sembrano realizzarsi su un fulcro più magmatico, fluido ma al tempo stesso più oggettivo, atto a suscitare forme solide, e aguzze e contundenti persino. Mater-materia. Cardini célibataires, direi; esclusi ad alcuna rotazione, alcuna funzionalità di fondazione (di fondamento), o di accesso a residui di ultime verità. Cardini, ironicamente, per non incardinare, a noi appaiono (per “satellitare”, piuttosto?); cardini volti, allora, a una mobilità e fluidificazione del senso dei suoi oggetti: postulati e nel medesimo atto, sottratti alla sensorialità linguistica (orale o aurale) dell’ascoltatore.

 

«era la fissità regola gioco                        e lei mutevole muta mutava»

 

Avevo fatto allusione (o solo mentalmente?) a una sorta di frattale geometrismo, caratterizzante questa specifica visione del dire; ma le figure nella rotazione piuttosto si annodano, avvolgono, implicandosi l’una nell’altra. E giusto nel punto in cui più si sono avvinte più strette, queste giungono a concatenarsi, tramite una enciclopedia di reliquie culturali, attingenti a un’identità organica profonda (il pensiero materiante del corpo) ma anche, a un bacino anteriore e più vasto; memoriale. (Forse la memoria stessa dell’organico, archeologico, fitto di segnali, e ormai mineralizzato a fondo; transitivamente, sull’identità che dal profondo-corpo del proprio essere, promana la rotazione del suo dire).

Restando in Cardini; nella seconda sezione, Ces sons sesons (calembour di suoni/stagioni), dal palinsesto di allusioni collassate (meno fitto che nella sezione epònima, ma se possibile, più avvolto), si schiude, per via d’un furor allitterativo e persino ecolàlico (glossolalico, allora), una più piena memoria profonda dell’organico: che viene esposta, quasi filmata nella microscopìa del suo stesso pullulare: nella sua decompositiva evidenza, nella fermentazione sonora, cioè verbale, semantica (esposta/esplosa), materica, immaginale. Ma, ancor più della prima, è in questa sezione che Florit rende il più furente omaggio al grande occulto o “clandestino” maestro del nostro secondo ‘900, gran sacerdote di decentramenti, e vertigini di autodecostruzioni (e autodistruzioni). Emilio Villa naturalmente (oggetto, poi, d’un recente approfondimento esegetico, da parte di Rita); alla vertigine (eccessiva e (auto)azzerante) della parola, sacralizzata e messa a nudo nel medesimo gesto iper(de)costruente, che fu tratto tra i più rapinosi dell’enciclopedico magma villiano, a un’idea irriducibilmente barbarica (anti-irenica) del classico, ma anche, a quel viscerale incardinarsi (erudizione estrema, barbarica, originaria: regressiva a disseppellire arcaiche arcane stratigrafie della materia – culturale e biologica) di suono (verbale) e di evenemenziale visione (che è veduta, anche, di manufatti e attributi: esplorati e rifondati nell’atto del dire, come fagocitati e ruminati per cavarne dal bolo un cristallo coerente e ulteriore).

La sonorità che si cava dai corsi nei visceri della/e lingua/e, lievita da un cumulo di parole composte, poste a inseguire l’impossibile delle loro etimologie selvagge (reinventandole), aggregandosi disaggregandosi in esse. A visitare le risonanze riposte nelle archeologie del linguaggio, per saturarle e svuotarle, conferendovi un risalto ulteriore e straniato. Il discepolato (pur sentito “impossibile”) di Florit (in questa fase del suo lavoro, almeno) rispetto alle vorticose oltranze villiane, che è manifesto quanto coinvolgente in Cardini (corpo a corpo ingaggiato con un’entità sempre-autre, forse extraverbale, innominabile persino, ma che la lingua tuttavia si sforza di riportare in luce, a rivestirla del dono d’una paradossale e quasi oscena concretezza), questo aperto riferirsi insomma si metabolizzerà diversamente in Nyctalopia; in senso alquanto minimalizzato (nella strana eccedenza d’una prosa nitida come cristallo, incrinata come cristallo), pure si solca, lì, di più profonde latenze.

È, certo, l’origine (non sacralizzabile ma in via di definizione, credo di cogliere) il deposito di materiale culturale, che nella parola di Rita – in(s)cardinante o scrutante (nel velo della notte) – si rimescola; ma quel che si scopre, a seguire le curve del suono, è un deserto di enigmatiche rovine extraverbali, che solo tornano ad animarsi, quasi golem, nella rotazione testuale, ricombinandosi ex-novo di angolatura in angolatura.

Nyctalopia mostra, più netta, l’ascendenza al modus alto-espressionistico del frantume (punto d’incontro poesia-prosa ma di reciproca disintegrazione), che dové presto suicidarsi (o convertirsi in più facile artismo), agli albori del nostro modernismo (vociano). «Una frantumazione, una dissipazione, dissipa?… tu?»; e penso allora a Boine particolarmente, la natura agglutinatoria e azzerante della sua sintassi (tra fusioni degli epiteti, derive dei deverbali e denominali, sussultorietà anacolutiche, e quant’altro è stato messo in luce di quella prosa mai meditata abbastanza).(Ma poi, allora, i Canti Orfici? La notte, proprio? Così paranarrativa, campo nyctalopico, e delirante; una filigrana fin troppo ovvia, per il poemetto in non-versi di Rita).

È sull’onda di quell’antitradizione (pure, da Cardini a Nyctalopia, rarefattasi a fondo), che Rita focalizza le rotazioni del concetto, che caratterizzano i suoi tagli dell’oscurità. «Vulcaniche vulnerabili vulve-radure ruderi petraie […] Nudità nutrice all’occhio pineale nel pulsare fermo, contratto-esteso». E le deglutizioni, regredienti dall’Os, consumate in Cardini, danno luogo piuttosto a strani, rotondi risonanti frutti, che si pronunziano e staccano come in un’unica, quasi, emissione di respiro, una sola bolla.

 

Caverna, si presume, della voce:
la cassa armonica deglutitoria della bocca,
lì dove si forma/agglutina il senso
del suono (dove nutrimento e parola si confondono)

 

Ma anche nel primo dei volumi usciti, cui ci riferiamo (Nyctalopia), risuona uno dei portati vistosi quanto (sacralmente?) terrifici della lezione villiana: quell’idea anti-irenica, anti-statica, del classico (cui ci riferivamo); punto agonico di scontro, piuttosto, il classico, pensabile persino come Materia, cui tornare per sondarne le energie inespresse (sterilizzate dalla patina di indiscussa, monumentale canonicità, sovrappostasi ad esse). Nella vibrante, oscura compostezza di Nyctalopia, l’immagine-cardine (su cui il poemetto si chiude, nel segno ancora del «cieco intravedere») è quella del magma: o del «magma vulcanizzato in occhio». Un improvviso «rigurgito», per cui la béance della cecità, «notte mancanza», possa spalancarsi a una finale deglutizione («Apri le fauci… divoraci»).

Inavvertito, quasi un atto mancato, qui in Nyctalopia vibra tuttavia un richiamo sottilissimo ad una oscurità del suono: “os-cura”, composto, trattinato, così. Caverna, si presume, della voce: la cassa armonica deglutitoria della bocca, lì dove si forma/agglutina il senso del suono (dove nutrimento e parola si confondono). Os è certo l’organo agglutinante, la caverna delle materie agglutinate, o ancor meglio, una sorta di antro agglutinativo (dove si rimescolano le reliquie linguistiche e sonore che la poesia di Florit fermenta e decanta), ma è anche il passaggio per cui il linguaggio neoformatosi va a ingoiarsi, e gli impeti sillabici scomparendo nella cecità esofagea. L’agglutinazione si fa deglutizione: trasformazione del suono in bolo. Così il corpo, questo diventa uno strumento gravitazionale, il deposito in cui il linguaggio precipita. E il corpo, che muove il linguaggio, dal linguaggio è sommosso; e curato, per forza di os-curità.

Eppure evidente il corto-circuito, su cui al suo cadere (l’etimologia sciolta in posizione di paratesto, nella finale Nota dell’autrice: ma, prima, l’ultima stanza del poemetto, che ho appena citata), verticalmente si attorciglia, precipite, il lichene nyctalopico. Non è soltanto, insomma, l’ossimoro del buio e della luce (della vista-cecità), riassunto tutto nell’incertezza etimologica del titolo, a chiarificare/oscurare il passaggio nyctalopico: ma è l’interferenza os-ops, bocca-occhio (lingua-vista, bolo-immagine), l’accordo profondo, ferita e feritoia, che si varia nello scorrere del poemetto, per l’intero arco delle sue partizioni une e distinte (di Imus, Corpus, Memento). A partire, ovviamente, da un imus.

«Sotto parola vibrazione risonante, da porose profondità chiama. […] Sfida la tenebra».

Così allora, la materia fonata/ruminata della visione, può ringoiarsi nella camera magmatica in cui si forma, nell’atto stesso per cui ne erompe; una fisica del de/formarsi del senso si guarda stratificarsi nel ribollente, bulimico seno d’una (impossibile?) metafisica della materia; cioè, di per sé, null’altro che il simbolico, il giro fluttuante, concreto/fantasmato, del linguaggio.

La bascula di vedere e non vedere, parola e mutezza; notti del frastagliarsi dell’ombra, occulti nell’ombra; potremo ricondurre, allora, questo, a una penetratività – anche – dello sguardo/lingua, capacità di esplorazione dell’oscurità (del senso, o linguaggio, non più decrittabile, per via dell’incertezza dei codici su cui s’era trasmesso)? (la necessità allora di praticare il suo anteriore, il suo indistinto? tramite la cecità stessa della parola, che dovrà tornare a posarsi sugli strati delle sue disperse reliquie?)

Sguardo della lingua, e lingua dello sguardo? Dove, il riguardante, in cecità, il nyctalope (scrutante-veggente) è anche colui che, lettore e interprete, si attenta a sporgere uno sguardo, ed eseguirlo linguisticamente; vocalmente. Incertezza di sguardo, e visione-dentro il vorticato magma, il vibrante cristallo, che ogni parola autenticamente di poesia non smette di erigere in solido: dall’imus, il corpus (e l’estendersi della memoria della sua fremente materia); schermandosi alla visione di ciò che è l’altro: esponendosi alla visione, per farsi-altro.

Perché ciò che si chiede alla parola (ciò che la parola di poesia richiede), è di far esplodere le evidenze tracciate dai codici, e dai dispositivi che li confermano; portare in luce la resistenza dell’ombra, il fuoco metamorfico che arde nella sua piega. Attraverso le caverne dell’os/ops: tastando le pareti in cui suono è (non ancora) voce: materializzarla, renderla reale; perimetrando il suo steso indicibile. Forzare l’occludente confine del dire; diretto accedere, per os, all’occulto focus dell’evidenza, tastando viva la carne della notte.

 

 


È trascritto (con successive modifiche) il discorso di presentazione ai volumi di Rita R. Florit Cardini e Nyctalopia, pronunziato in Roma, La Camera Verde,

12 dicembre 2018