nois.aspx_Noir Désir di Sacha Naspini è la storia di Sacha Naspini che scrive un libro sui Noir Désir. Si potrebbe non essere d’accordo con questa interpretazione, imputarle un vizio di estrema sintesi o dire che è completamente fuori tema. Ma essa si basa su quanto dichiarato dal Naspini stesso in apertura: il lettore non avrà di fronte a sé un romanzo, né un saggio. I Noir Désir sono “un gruppo anomalo”, dunque anomalo sarà pure il libro che porta il loro nome. Uno scrittore di poco più di trent’anni – un onesto toscanaccio che ama scrivere le storie come gli piacerebbe che venissero raccontate – tra le cose di maggior valore che la vita gli ha fatto conoscere possiede gelosamente i Noir Désir e la loro discografia (“un urto al colore della musica, che d’un tratto non è solo musica e basta ma un posto dove ti puoi schierare, scavare o in cui hai la possibilità di leggere il mondo intorno […]. Insomma una perla nera”). Un giorno lo scrittore riceve la proposta di lavorare a “un libro” sulla sua band preferita e “ci resta secco”. Per sua stessa (orgogliosa?) ammissione egli non è un critico musicale e dunque, per esempio, ammette di non sapere “se si può raccontare la musica”. Però la spinta a parlare di loro è talmente forte e viscerale che dunque senza troppi fronzoli e indugi egli decide di partire dall’inizio per arrivare alla fine, allo scopo di fornirci “una specie di bussola”.

Il suo libro comincia perciò come un’autobiografia (come fu che il giovane Sacha perso nella provincia grossetana venne a conoscenza dell’underground francese) e si sviluppa come una biografia (come fu che il giovane Bertrand e i suoi compari dalla provincia bordolese arrivarono a predicare il rock alla corte delle major), per poi rievocare in poche immagini un’intera epoca (quali sentimenti si agitavano al tempo del crollo delle Twin Towers, dell’assedio di Ramallah, della guerra d’Iraq) e infine ripiegare su toni più intimi (che cosa significa vedere “il tuo mito che cambia di colpo”).
Naspini ha dalla sua un’artiglieria da campagna fatta di vernacolo e di asprezze (“inforcare”, “a treno”, “scatarrate di plettro”, “schiaffeggiare con la voce”), una lingua accesa e un lessico collerico con i quali dà descrizione vivida di ogni singola canzone di ogni singolo album dei Noir Dez. E non solo: come gli strumenti musicali fanno esplodere i suoni, così i giornali “sparano” le notizie e i ricordi “catapultano” le persone, e allo stesso modo in cui gli album sono “strepitosi” e le canzoni “spaccano tutto” e “menano ai fianchi”, così anche gran parte dei personaggi di questo libro è animata da una forza e da una determinazione senza pari, al punto che, quando si finisce di leggere, si fatica a ricordare se “ruvido”, “disperato”, “nervoso”, “nostalgico”, “tenero” erano riferiti a qualcosa oppure a qualcuno.

Ciò che Naspini insegna è che la musica , prima che oggetto di critica sterile, debba essere intesa come azione, e che perciò la musica è degna sì di essere raccontata e può essere raccontata, ma a patto che essa sia coerente con il pensiero da cui è scaturita. In questo senso, a mio avviso, il culmine narrativo viene raggiunto non tanto nel trionfo di Des visages des figures in sé, quanto più specificamente nella lettera che Cantat indirizzò nientedimeno che all’AD di Vivendi Universal e della quale diede pubblica lettura in diretta televisiva (“Se anche siamo tutti imbarcati sullo stesso pianeta, non siamo decisamente dello stesso mondo”).

Il libro che risulta da tutto ciò è un bell’oggetto (per formato, copertina, grafica, illustrazioni) e un importante documento (benché carente nella citazione delle fonti), la cui lettura è capace di avvincere, evocare e commuovere (molti i momenti in cui il lettore pensa “c’ero anch’io…”). L’unica pecca, secondo me, è il capitolo inserito come bonus track (una vecchia nota autobiografica che manca di rielaborazione e che poco si adatta al resto).

Lorenzo Biagini