[Seconda parte di due. Leggi la prima parte]

Negli anni per “svelare” il “personaggio” Sadeq Hedayat nulla è stato lasciato intentato, soprattutto dagli addetti ai lavori: molti sono stati gli studi che hanno cercato di delineare la sua complessa personalità anche in un’ottica psicanalitica.

Hedayat era un uomo gioviale, ironico, addirittura umorista, satirico e, umanamente, generoso. Al tempo stesso, gli episodi di autolesionismo sfociati nella sua morte hanno dimostrato che in realtà vi fossero frangenti di depressione e “forte esposizione” al dolore e alle sofferenze.

Hedayat aveva il potere di scandagliare meandri vertiginosi dello spirito umano e catturare aspetti del loro sistema psichico con modalità letterarie molto creative, senza mai disdegnare descrizioni realistiche e vissute del quotidiano.

Elementi della personalità e della presunta fragilità di Hedayat si possono dedurre chiaramente dal suo ideale politico, sociale ed etico: egli non cercava e non condivideva particolari consensi tra quelle che erano le istituzioni, i partiti, i movimenti del tempo.

Dunque, l’emarginazione subita da Hedayat consiste in una consapevole condizione umana relativa a una sua coerenza intellettuale. Il suicidio è l’imposizione della sua esperienza vitale: lascia trasparire e forse vuole dimostrare che, nonostante tutto, una speranza di cambiamento, evoluzione e progresso debba esistere.

Hedayat fu anche un uomo felice, quanto divertente per i suoi cari e gli amici: è nella biografia della sua vita che si legge. Amava le quartine del poeta persiano Khayyam più di ogni altra cosa. Non a caso, nel 1923 Sadeq pubblicò un contributo su Khayyam che ebbe come titolo Le quartine del filosofo Khayyam. La prossimità di Hedayat all’etica di Khayyam, lo impegnò nello studio delle filosofie millenarie dello zoroastrismo e del buddismo riuscendo a pubblicare, due anni dopo il primo libro, L’uomo e l’animale.

Alla stregua dello zoroastrismo e dei principi del Buddha, egli si mosse in difesa del mondo animale condannando l’uccisione di questi esseri e divenendo, conseguenzialmente e coerentemente con le sue convinzioni, un vegetariano.

Nel 1926, essendosi trasferito a Parigi pubblicò un articolo su «Le Voile d’Isis», intitolato La magia della Persia, investigando, narrando, chiarificando le origini della magia nella Persia antica, quella ritualità ormai dileguatasi nella notte dei tempi. Scrisse un resoconto sul pantheon mistico di quei luoghi sacri e dell’escatologia, quest’ultima molto complessa, della filosofia zoroastriana. Nel 1927, frutto di letture appassionate, in particolare dei Notebook of Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke, pubblica a Berlino sulla rivista «Iranshahr», un testo intitolato Morte, in cui veniva sublimato il senso della morte, quasi come un richiamo a una sorta di attrazione verso l’ignoto che ci riserva la fine della vita.

Più articolato e completo fu l’articolo sulla medesima rivista e nello stesso anno sui Vantaggi del vegetarismo, a Berlino, partorito da una edizione riveduta e ampliata del suo precedente scritto Uomini e animali.

A Teheran, finalmente, la prima pubblicazione di racconti, Zendeh be Gur, che vuol dire testualmente «interrato vivo». In questo periodo frequentò studenti, intellettuali e studiosi iraniani che tornavano dall’Europa o che orbitavano in questa sorta di nouvelle vague che portava con sé idee e tentativi di cambiamento in ogni settore della società.

Le minacce degli ortodossi islamici, le censure del potere imperiale poco avvezzo alle trasformazioni seppur minime, addirittura l’incarcerazione per le critiche al regime fecero da background ai vari tentativi dei protagonisti della società civile persiana. Una modalità questa tipica dei regimi iraniani,  fino a oggi, che conduce a una sorta di sfiducia e di aperta avversione a intellettuali, libertà di pensiero, voglia di mutamento.

Fra i vari redivivi giunti in patria dall’estero, Hedayat condivise idee e vita civile, uomini come Mojtaba Minovi, Massoud Farzad e Bozorgh Alavi. Formarono un gruppo che venne denominato “Rabaa”, “quartetto”, che mantenne una linea critica e ironica nei confronti di altri intellettuali, chiaramente conservatori, come Taqizadeh, Hekmat, Qazvini ed Eqbal Ashtyani. Furono critici inflessibili del dispotismo religioso e politico, invisi con la stessa intensità di odio dai monarchici di Reza Shah e dai mullah oscurantisti dello sciismo duodecimano, in seguito anche dai membri del Tudeh, il partito comunista persiano di ispirazione bolscevica.

Hedayat, in una sua cosciente autoanalisi, ben descrisse se stesso con una certa ironia: «né di qui, né di altrove; cacciato di là, mai arrivato da quest’altra parte». Quest’uomo abbastanza mite, esile e di altezza media, con i suoi occhi vivacissimi e sempre accesi, era il punto di riferimento di quel gruppo di intellettuali che soleva riunirsi e discutere nei bar e nelle case del tè, centro di Teheran, come continuò per anni nel famoso “Bar Naderi” ancora oggi attivo nel centro storico della capitale.

Nel 1932, Hedayat pubblicava un altro suo capolavoro, Se qatreh khun, in italiano “Tre gocce di sangue”, seguito da una terza raccolta, Sayeh Rowshan, che significa “Chiaroscuro”.

Chiudeva questo fertile periodo con la scrittura di Khanum Alaviyeh, cioè la “Signora Alavieh”, sancendo un periodo di importanti tentativi in nuovi percorsi di stile e letterari in Iran. Tra i molti amici che Sadeq ebbe, bisogna ricordare un grande orientalista: Jan Rypka che studiò alcune opere di Hedayat e volle incontrare lo scrittore persiano, divenendo presto suo collaboratore. Così lo descrisse: «Hedayat era fisicamente esile e di media altezza. Aveva una faccia intelligente. Ricorderò sempre la sua semplicità, il suo sorriso caloroso, il suo spirito educato e la sua disposizione pervasiva e vivace. Ogni volta che ci siamo incontrati da allora in poi, i miei sentimenti nei suoi confronti sono rimasti gli stessi. Aveva una personalità immutabile, abbastanza in sintonia con le cose che scriveva».

Nel 1936, Hedayat si trasferì in India dove apprese l’antico Pahlavi, avendo finalmente la possibilità di visionare antichissimi documenti storici della lingua persiana e del passato del suo Paese. Non vi rimase per molto tempo, perché incontrò notevoli problemi di sussistenza economica, almeno fino al 1939.

In India, riuscì a pubblicare il suo capolavoro: Buf-e Kur, “La Civetta Cieca”, in forma ciclostilata, con la nota “Non in vendita in Iran” alla fine del libro, nel timore di rappresaglie da parte del regime monarchico dello Shah.

La carriera di scrittore di Sadeq aveva un prezzo altissimo in termini di serenità personale che non faceva altro che accrescere il suo pessimismo. In una lettera a Rypka, nel 1937, scriveva: «da un po’ di tempo prendo lezioni di Pahlavi dal signor Bahram Anklesaria, il famoso insegnante di Pahlavi. […] Credo che questo non mi avvantaggerà né qui né nell’aldilà […] Ora mi rendo conto che tutto ciò che ho fatto è stato ed è futile […] Recentemente ho iniziato a pensare di entrare in affari con qualche partner e aprire un piccolo negozio. Ma ci manca un capitale sufficiente […] Ti ho mandato una copia di una storia intitolata Alaviyeh Khanum che ho scritto qualche tempo fa. Ora ho una novella, diversi diari di viaggio e una ventina di storie pronte per la pubblicazione. A partire da ora, tuttavia, sembra che non ci sia prospettiva di essere pubblicati in qualsiasi momento a breve». Nella lettera si fa riferimento alla “Civetta Cieca” come manoscritto. In realtà, la sua breve esperienza indiana non fu così disastrosa e Hedayat potè realizzare una serie di traduzioni dal Pahlavi al neopersiano, come il Commento sull’Inno Vohuman e un testo di Ardeshir Pakan, pubblicati successivamente a Teheran, nel 1944 e 1945.

Nel 1944 rimase per due mesi nell’Uzbekistan sovietico, nella capitale Tashkent, dove fu sorpreso ed entusiasta del ritrovamento di manoscritti di letteratura in quantità enorme. Quel periodo sereno gli fece produrre due opere, Velengari e Ab-e Zendeghi. Inoltre, viaggiò moltissimo in India, dopo aver incontrato personaggi e notabili, addirittura il ministro del Marajah di Mysore che invitò Hedayat in un soggiorno di due settimane nel suo palazzo.

Lo stato di costernazione in cui cadde inesorabilmente Hedayat può essere datato già nel 1940, quando di ritorno in Iran poté constatare la situazione esistenziale drammatica dei suoi compagni. Il talentuoso Sadeq rimase imbrigliato nella situazione caotica del regime: come sempre in Iran, i diritti umani e il rispetto per l’individuo dissenziente rimangono una chimera.

Criticato, soprattutto dai religiosi oscurantisti, il grandissimo e primo romanziere persiano dovette far fronte anche ad attacchi personali, come ad esempio l’accusa di essere un consumatore accanito di oppio e di esprimere un contagioso senso di pessimismo tra i giovani. Nonostante gli attacchi vergognosi che sfioravano l’ingiuria e la denigrazione sistematica dell’uomo Hedayat, egli continuò a vivere come aveva sempre fatto, trovando lavoro nella Banca Nazionale e collaborando, dal 1943, al «Giornale della Musica» fino al suo trasferimento presso la Facoltà di Belle Arti di Teheran.