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Sadeq Hedayat, La Civetta Cieca della Persia | di Francisco Soriano Terza parte

[Terza parte di tre. Leggi la seconda parte]

In quegli anni tragici, in Europa, la guerra annichiliva e impoveriva popoli e nazioni, trascinando il mondo nella sua pagina più buia: l’Olocausto. Reza Shah abdicava in favore di suo figlio Mohammad che sarebbe stato l’ultimo dei regnanti prima della sanguinosa rivoluzione islamica del 1979, guidata dall’ayatollah Khomeini. Hedayat pubblicò a puntate su una rivista la sua Civetta Cieca in un momento in cui la censura apparve meno aggressiva. Anche i partiti di sinistra ebbero maggiore spazio e Hedayat, pur non aderendovi formalmente, mantenne rapporti strettissimi con alcuni dei suoi componenti come Alavi e Tabari. La sua vocazione fu quella di dare all’Iran un respiro davvero moderno alla letteratura e svecchiare seriamente i suoi rigidissimi canoni. Infatti, Hedayat piuttosto di enfatizzare i contenuti e i valori letterari affermati voleva mutarli, capovolgerli, rinnovarli: un tentativo incompreso in un Paese che non intendeva mettersi in discussione su molti aspetti che appartengono alla sfera “valoriale”. Presto tornarono le atrocità e le persecuzioni della monarchia e già si spianavano le porte alla deriva islamica che sul finire degli anni ’80 avrebbe destinato l’Iran al conservatorismo clericale e al grigiore delle gerarchie di potere dei guardiani della rivoluzione e dei basji, squadracce di sottoproletari disposti a uccidere e bastonare in qualsiasi momento come la storia di questi anni recenti ci ha mostrato. Fu nel 1947 che Hedayat partecipò al primo Congresso degli Scrittori iraniani, un evento in parte finanziato dai centri culturali iranici e russi e “ben saldo nelle mani” dei cosiddetti intellettuali conservatori che si fronteggiavano aspramente con un gruppo denominato del “quartetto”. Nel 1953, la buona notizia: la Civetta Cieca viene tradotta in francese per la prima volta da Roger Lescot, presso l’editore José Corti. L’opera ebbe un successo indescrivibile tanto che Henry Miller ne rimase impressionato e lo stesso Breton la definì come un “capolavoro e un classico del surrealismo”. Hedayat era scomodo e non prendeva parte alla politica attiva ma colpiva le fondamenta culturali di un sistema corrotto e clientelare come è rimasto immutato oggi. Con il bellissimo Haji Agha, egli descrive la mentalità difficile clientelare da sconfiggere nella società e nel malcostume politico. Per capire il “fastidio” che ancora suscita Hedayat, i romanzi La Civetta Cieca e Haji Agha sono stati banditi anche dalla “XVIII Fiera Internazionale del Libro di Teheran”, tenutasi nel 2005. Infine, Tup-e Morvari è l’ultimo scritto del 1947 prima del suicidio, una satira raffinata prontamente censurata. Nel 1948 le sue ultime traduzioni, quella del capolavoro kafkiano: Nella colonia penale. Hedayat è un intellettuale fondamentalmente non ideologico e anti-teleologico. La tendenza a considerare Kafka come un riferimento in letteratura anche in termini valoriali, lo pone già in aperto contrasto con i comunisti del Tudeh iraniano che consideravano logicamente Kafla come un decadente, pessimista, lontano da ogni vocazione rivoluzionaria positiva. Quando Hedayat scrisse Il Messaggio di Kafka, fu accusato di aver insinuato il credo di un pessimismo che teneva lontana la religione: il suo era “pessimismo laico” e antireligioso in un mondo dove non vi era più spazio “né per Dio né per altri, sostanzialmente un mondo determinato dal Nulla”. Per Hedayat, Kafka è uno scrittore originale con una nuova visione delle cose: “Ci sono pochi scrittori che creano un’idea, un tema o un approccio nuovi e, in particolare, suggeriscono un approccio completamente nuovo al problema dell’esistenza a cui non si è pensato prima”. Hedayat rifiuta l’ipocrita riformismo e modernismo clonato da riferimenti europei di certi iraniani e vuole dare un contributo concreto secondo un modello sociale e culturale anti populista, contro i sistemi clientelari e avverso generalmente a modalità di organizzazione sociale di tipo assistenziale. Il suo è un vero e proprio scontro sociale contro gruppi di potere in seno alla società, molto resistenti e implacabili nell’opposizione al cambiamento. Si susseguirono anni in cui Hedayat perse la sua innata vocazione alla scrittura, effetto di un malessere già maturato da tempo: erano gli anni che vanno dal 1948 a 1951. Hedayat divenne sempre più “svuotato” di ogni afflato di ribellione. In una lettera a un amico dei tempi del liceo, scrisse: “Il nocciolo della questione è che sono stanco di tutto. Ha a che fare con i miei nervi. Trascorro la notte in una situazione molto peggiore di quella di un criminale condannato. Sono stanco della vita. Niente mi dà incentivo o conforto e non posso ingannare me stesso più. Una lacuna ha interrotto la linea di comunicazione tra la vita, le circostanze e me. Non ci capiamo più”.

Un ruolo dirompente nella letteratura persiana, soprattutto nella prosa e nel genere del “romanzo”, va riconosciuto senza dubbio alla Civetta Cieca. Nella storia, il gioco di sovrapposizioni tra finzione e realtà vede protagonista un malinconico e pessimista personaggio che si dimena in una vita tesa alla ricerca di un valore, di un amore, di un fine: l’uomo del narrato è Hedayat stesso. La Civetta Cieca è un racconto costruito su un’architettura di silenzi assordanti, di mera ricerca esistenziale in una vita fatta di misteri inestricabili che permeano all’inverosimile ogni essere. Hedayat dice nel suo romanzo: “la pratica della vita mi ha rivelato il profondo abisso che mi separa dagli altri: ho capito che, per quanto m’è possibile, devo tacere e tenere per me quello che penso”. Il miniaturista della Civetta Cieca, il personaggio principale del romanzo, dipinge la stessa scena di sempre: un vecchietto accovacciato sotto un bel cipresso e, ai suoi piedi, un ruscello che scorre dirompente mentre una danzatrice sembra porgere un ramoscello con foglie cuoriformi. È così che il protagonista-Hedayat diviene artefice ma anche semplice attore di un crepuscolo umano sempre “immanente”, che devasta il suo equilibrio e travolge la sua umanità. Sono le visioni del narrato che ci sorprendono in uno squallido sobborgo: il sogno tipico di un “orientale” che nasconde qualsivoglia riferimento di tempo e di spazio e che, da questo fascinoso sovrapporsi di mondi delicati e paralleli, ci consegna all’orrore della visione di un assassinio. Hedayat fa “sognare” la sua eroina: “un Paese meraviglioso abitato da esseri privi delle grossolane necessità tipiche degli uomini; un regno incantato, popolato da dèi, eroi pieni di fascino e bellezze. Uomini e donne vivi e felici, che passeggiano in allegri gruppi ridenti, pronti ad accogliere amanti solleciti, al centro di melodie dolci e tristi”. Per Hedayat la cosa più importante è scrivere: “l’unica cosa che m’induce a scrivere è il bisogno, il bisogno soverchiante e ora più pungente che mai, di comunicare i miei pensieri al mio essere immaginario, alla mia ombra, quell’ombra sinistra che in questo momento si stende sulla parete nella luce della lampada a olio, nell’atto di studiare attentamente e divorare ogni parola che scrivo”. L’edizione italiana del capolavoro di Hedayat, è di Reza Gheissarieh per le edizioni Feltrinelli: una pubblicazione degli anni ’80. Gheissarieh, insignito dal Presidente Ciampi per il suo contributo di diffusione della cultura italiana nel mondo, oltre a essere un “romanziere in proprio”, ha contribuito massicciamente alla conoscenza della nostra letteratura traducendo tra i molti Pasolini, Moravia, Silone, Buzzati, Bertolucci, Maraini, Morante, Calvino, Tabucchi, De Luca, Benni e Umberto Eco, partecipando a simposi, conferenze e workshop e guidando schiere di giovani appassionati che, negli ultimi anni in Iran, sono cresciuti a dismisura e si dedicano alla traduzione occupando alla stregua di un “genere letterario”, una dimensione e un’importanza davvero inestimabili. Grazie alla loro tenacia e al complicato rapporto con la censura, la letteratura italiana tradotta da questi intellettuali, trova riscontri “dominanti” nel mercato editoriale iraniano e consente a migliaia di persone con lo studio e la lettura una sorta di affrancamento, seppur limitato, dall’asfissiante regime islamico.

In un lontano articolo del 1996, lo scrittore Erfan coinvolto nella diaspora degli intellettuali iraniani fuggiti all’estero, citato da Mathieu Lindon, affermò su Hedayat: non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione islamica se tutti gli intellettuali avessero letto Haji Agha di Sadeq Hedayat. Non è semplicemente una provocazione di Erfan: piuttosto è la risposta a qualche nostro interrogativo sul perché, ancora oggi, in pieno regime islamico sciita, Hedayat e il suo Haji Agha siano censurati alla stregua di un “libro diabolico”. La realtà è che il narrato dei libri di Sadeq è moderno, contemporaneo e pone questioni che probabilmente nell’Iran di oggi sono ancora irrisolte. Gran parte della poesia è stata sempre legata a paradigmi religiosi tassativamente sciiti, perché in una teocrazia la religione deve essere “invasiva” nell’etica, nel sociale, nel politico e nell’economia. Non sorprende l’amore di Hedayat per Khayam oltre il quale la poesia è quasi tutta sciita: fu lui a capire per primo che la causa di tutti i mali è il “fondamentalismo prima di ogni altro fondamentalismo”. La sua letteratura però, a distanza di anni ci appare ancora nuova e rinvigorita nonostante la rivoluzione islamica abbia tentato disperatamente di evitare ogni forma di mutazione agendo nelle scuole, nelle moschee, nella fitta rete familiare, nella società civile. Precedendo tutti, Hedayat intravide profeticamente i fallimenti e le tragedie del suo Paese, pur nella assoluta consapevolezza della ricchezza storica e culturale dei suoi antenati. Fattore questo ancor più doloroso per milioni di iraniani di oggi. In fondo, Sadeq cercava una purezza impossibile in un mondo pullulante di vermi, in un quotidiano che non rifiuta privilegi e compromesso corruttivo. È la forza stupefacente della vanità, dell’individualismo egoista, della violenza del più forte che discrimina e che trionfa con una ripetitività incredibile.

Hedayat è disperatamente persiano, esule in patria e in ogni dove in cui non fosse possibile rompere con il conformismo disgustoso e paralizzante. Hedayat rivive ancora più vigorosamente ogni qualvolta la cultura restauratrice della rivoluzione islamica prende il sopravvento. E con lui, tutti coloro i quali si oppongono alla negazione, alla banalizzazione, alla semplificazione, nel nome dell’oscurantista mondo della censura e della violenza.

         

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