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Sadeq Hedayat, La civetta cieca della Persia | di Francisco Soriano

[Prima parte di tre]

André Breton annoverò fra i classici del surrealismo La Civetta Cieca di Sadeq Hedayat. Tuttavia, rimane difficile il tentativo di trovare una collocazione letteraria a questo prodigioso e profondissimo scrittore persiano vissuto per diversi anni in Francia. In Persia, terra d’origine di Hedayat, viene considerato ancora oggi un intellettuale decadente e un “inguaribile pessimista”. In questi anni, i suoi testi sono stati censurati a più riprese dalle rigide burocrazie islamiche. Hedayat è lo scrittore contemporaneo più inviso alle autorità sciite che intravedono in lui un «personaggio controproducente e pericoloso» che irride i valori delle istituzioni, che ha subito l’influsso malefico e diabolico dell’Occidente e mette in discussione lo sciismo duodecimano, religione di Stato e riferimento valoriale assoluto per il popolo iraniano.

In realtà, il Kafka persiano è un originale intellettuale che traduce nei suoi scritti il forte bagaglio valoriale proprio della sua terra, lo rende “tangibile in parole” con uno stile metaforico, superbamente sfuggente ai più distratti e forse superficiali lettori. È questo l’esordio della Civetta Cieca: «… Ci sono delle piaghe che, come la lebbra, corrodono lentamente la nostra anima, in solitudine». La storia si dipana bellissima nella sua evocazione di contenuti esistenziali forti, nella narrazione delle interessanti vicissitudini di un miniaturista di portapenne, oggetto simbolo di un artigianato ancora fiorente in Persia. Sadeq Hedayat nacque nella capitale Teheran nel 1903, di famiglia aristocratica nonché nipote dello scrittore Reza-Qoli Khan Hedayat, un funzionario molto conosciuto che ricopriva cariche pubbliche e governative nella Persia di allora: il bisnonno era un noto poeta, storico della letteratura persiana e autore di opere importantissime. Molti membri della sua famiglia furono l’élite dei funzionari statali di allora nonché leader politici e generali dell’esercito dello Shah. Come tutti i figli della buona borghesia iraniana, studiò presso la scuola francese al Collège Saint-Louis e al prestigioso Dar ol-Fonoon, dal 1914 al 1916. Studente di ingegneria in Belgio, dopo solo un anno decise di trasferirsi a Parigi per studiare architettura. Hedayat non sembrò interessato agli studi accademici e mostrò presto una sensibilità letteraria: soprattutto, si distinse per una sorta di “inconciliabile sensibilità” con il mondo esterno. Non a caso, già nel 1927, tentò per la prima volta il suicidio gettandosi nella Marna e venne salvato rocambolescamente da un pescatore del luogo che attraversava in quel momento il fiume in barca. Dopo quattro anni di soggiorno in Francia, il giovane Sadeq ritornò in Iran abbandonando la borsa di studio universitaria, senza laurearsi, nel 1930. La sua vita in Iran, inizialmente, non fu appariscente: fra studio e incarichi lavorativi di brevi periodi egli cercò in tutti i modi di sopravvivere in un ambiente da subito ostile. Lo studio, la critica e la riflessione letteraria assorbirono gran parte del suo tempo; si dedicò appassionatamente alla ricerca, agli studi sul folklore e sulla storia della Persia; lesse incessantemente le opere dei suoi autori preferiti: Edgar Allan Poe, Rainer Maria Rilke, Anton Cechov, Guy de Maupassant, Franz Kafka.

Hedayat pubblicò racconti brevi, romanzi e drammi storici, un’opera teatrale, un diario di viaggio e, ancora, parodie e scritti satirici. Tradusse opere dal francese inaugurando, in qualche modo, la grande tradizione di traduttori iraniani che si estende fino ai nostri giorni. In Paesi come l’Iran, molto spesso, i traduttori delle grandi opere divengono più famosi degli scrittori stessi per la loro capacità di diffondere conoscenze e valori.  Hedayat fu uno scrittore “eretico”, senza categorie, senza riferimenti che possano inserirlo in uno stretto genere letterario: fu moderno senza mai abbandonare la tradizione e il background culturale della Persia. Il suo spirito era permeato di valori culturali che si traducevano in sensibilità epidermica nei suoi scritti: oggi è un autore che merita riscoperta e studio attentissimo. Amato da schiere di giovani iraniani, rivive ancor oggi con la sua critica raffinata e ironica ai soprusi, alle persecuzioni di intellettuali e studenti, alla mortificazione dell’individuo, alla sottomissione del pensiero all’estremismo islamico, laddove gli ayatollah perpetrano la tortura con sistematica scientificità sottomettendo il proprio popolo. Hedayat ci lascia un’opera affascinante, forse visionaria, vivida di inquietudini e burrascose sortite nei meandri dello spirito umano, con le sue psicosi e le contraddizioni determinate dalla drammaticità della vita. Per tutti i critici, per le sue tecniche di scrittura e la profondità dei messaggi, il romanzo persiano è finalmente proiettato a pieno titolo tra le opere più influenti della letteratura internazionale solo grazie a lui. Perché allora, questo assordante silenzio intorno alla sua figura? Hedayat era l’emblema di un intellettuale poderoso, moderno, nel senso vero del termine. In ogni epoca storica vi sono intellettuali che si trovano a un bivio imprescindibile: quella tensione che li fa muovere fra tradizione e modernità, soprattutto in un Paese culturalmente “monolitico” e molto “sedimentato” come l’Iran, dove ogni minima trasformazione o evoluzione viene sempre giudicata e spesso osteggiata con attenzione e asprezza in ogni campo della vita civile e sociale. Il momento di transizione che Hedayat ha rappresentato per il suo Paese, dal tradizionalismo religioso ed etico a una idea laica e modernista ha compromesso, ma non reso inutile, il percorso che aveva inteso intraprendere. Per molti intellettuali l’idea “modernizzante e laica” è caratterizzata da una seria condizione di “maturità” che rifugge dai luoghi comuni dell’ineluttabilità dei processi e da alcuni cliché che, soprattutto in Occidente, sembrano fondare la convinzione che al di fuori del contesto geografico europeo tutto avvenga per imitazione, plagio o relazione. Alcuni seri analisti, proprio in relazione allo studio delle opere di Hedayat e di pensatori della sua epoca che rispondevano a certi “connotati” progressisti, avvertono che l’esperienza della modernità era di per sé uno “shock” che imponeva a questi ultimi di costruirsi una propria dimensione meglio definita come processo di “individualizzazione”. In Persia, grazie alla storia lontanissima e ricca di tesori inestinguibili, era necessaria un’operazione che detenesse, in continuità, certi valori culturali e, nello stesso tempo, ne creasse dei nuovi da tradurre in stile letterario, scoperta, superamento e riscrittura di “modelli” in una serie infinita di variabili. È quello che il noto filosofo, Ramin Jahanbegloo (perseguitato ancor oggi dal regime degli ayatollah con una violenza che non ha pari), asserisce quando sottolinea che l’«esperienza della modernità per ogni intellettuale contiene i suoi dilemmi distintivi». La questione dunque, va compresa da un punto di vista concettuale, sul ruolo che i dilemmi hanno avuto nel processo di modernizzazione per gli intellettuali iraniani, in un periodo abbastanza lungo che viene individuato fra il 1840 e il 1990. Generazioni di intellettuali si sono succedute e hanno svolto un costante dibattito in un Paese vittima di censure e drammatiche quanto odiose persecuzioni: questi ultimi, nonostante tutto, hanno fatto emergere un dato connotante e, nello stesso momento, un valore abbastanza “condiviso” che viene definito come “pensiero utopico” degli scrittori e pensatori di questo periodo. Esso ha avuto un ruolo centrale nelle opere e nei “dilemmi” che hanno coinvolto gli stessi nel processo di modernizzazione dell’Iran. Le diverse tradizioni di questo pensiero si sono evolute, trasformate, radicate e hanno stratificato sfaccettature nel modo di immaginare e intravedere il passato e il futuro. Fra tutte queste generazioni, un solo intellettuale ne è rimasto in parte avulso ed emarginato: Sadeq Hedayat. Egli stabilì un approccio originale, unico, che lo caratterizzò per aver evitato coerentemente ogni sacralizzazione delle ideologie che ben si ergevano a “strutture metafisiche” in quegli anni, in quei “partiti” e movimenti che erano riconducibili a Stalin, a Hitler, a Reza Shah. Dunque, egli si contraddistinse per il suo fermo criticismo laico alle fondamenta sociali, etiche ed economiche di quegli Stati e dei loro modelli ideologici tra le due guerre mondiali. La sua posizione contro l’intrusione di potenze occidentali nella vita politica dell’Iran non era meno seria di quella che intendeva mantenere nei confronti del potere regale di allora e dei religiosi estremisti. L’essere moderno di Hedayat non veniva rappresentato soltanto da una “questione di razionalità scientifica” o dalla copia di valori e stilemi letterari europei, ma era quello di proiettarsi finalmente in una “dimensione” storica di cambiamento per il proprio Paese. Per alcuni, il suo essere moderno era qualcosa che «gli faceva percepire il rapido cambiamento del mondo e voleva trasformare questo cambiamento in un esperimento del presente». In Hedayat, diversamente da quanto lettori più disattenti pensano, l’esperienza della modernità è senza ombra di dubbio un momento vissuto e una esperienza narrativa che va raccontata. È vero quando, il suo più accreditato biografo Katouzian, dice che Sadeq «non mostra alcuna particolare simpatia per i soggetti dei suoi scritti… . Scrive delle vite delle persone comuni, ma non per loro. Se mai, ci sono frequenti accenni di disapprovazione, molti dei quali ricadono sulle loro opinioni religiose e sulle pratiche superstiziose».

Hedayat fu critico nelle sue lettere verso ogni ideologia autoritaria che trovava vasti consensi anche nel suo Paese, a cominciare da Hitler, Goebbels, Stalin e Reza Shah. Per lui, rappresentavano il degrado delle idee, ne provava disgusto e disprezzo, li vedeva nella giusta ottica di quelle «figure false della presunta razionalità moderna». I simpatizzanti di Stalin e dell’Unione Sovietica, ormai modello politico, sociale ed economico, a discapito dei diritti umani e della persona, accusavano Hedayat di essere un borghese decadente, un “flaneur”, emarginato dal vero contesto reale, quando lo scrittore persiano al contrario dimostrava seria e notevole aderenza sociale e politica nel criticare lo stato delle cose.

 I suoi contemporanei descritti da lui stesso come “marmaglia” fanno si di che Hedayat diventi un esiliato in patria. Così si esprimeva un suo personaggio letterario: «Ho sentito come se questo mondo non fosse fatto per persone come me. Era fatto per un gruppo di mendicanti, spudorati, sfrontati, pedanti, pazzi e insaziabili … per quelli che erano stati creati al fine di adattarsi a questo mondo e che adulavano e imploravano i potenti della terra e dei cieli proprio come fa un cane affamato che agita la coda per un pezzo di osso davanti alla macelleria…». In Hedayat, la critica alla società iraniana nei suoi aspetti più degeneri è assoluta e senza appello; sono gli atteggiamenti culturali che vanno combattuti come in uno dei suoi capolavori, ancora oggi più censurato di prima (Haji Aqa): «Anche se ti costruisci intorno una Muraglia come in Cina, scoprirai che il mondo sta cambiando troppo velocemente per te… . Tutto ciò che ti preoccupa è il gabinetto, la cucina e la malversazione… . Mai nella tua vita hai posseduto o visto qualcosa di bello, e anche se lo avessi non l’avresti apprezzato. Nessuno scenario, anche se magnifico ti ha mai attratto, tanto meno un bel dipinto o una musica che trasporta ti ha mai affascinato… Non sei altro che prigioniero del tuo ventre e ciò che sta al di sotto di esso. La tua vita ha meno significato per il mondo di quella di un maiale o della peste. Ogni giorno sarebbe un giorno di festa per te quando ti riuscirà di rubare ancora tre o quattromila tomani». Questo dimostra quanto Hedayat abbia in mente che l’idea di modernità deve passare quasi attraverso una “mutazione” socio-culturale dei persiani, utilizzando l’idea che la sua esperienza di intellettuale è diversa da quella di molti altri che portano avanti la retorica di un modernismo ambiguo e irrisorio. Ed è proprio in Kafka che Sadeq riconosce le immagini narrate di chi ha smascherato le ambiguità della modernità, così come veniva concepita da molti intellettuali iraniani. Dunque, la sua critica era estrema e non poteva esprimere né conseguire consensi neppure all’interno della schiera di colleghi.

In definitiva, la sua esperienza letteraria non può essere intesa come una narrazione di depressione e oscurità, sarebbe troppo banale come purtroppo è avvenuto: Sadeq Hedayat è il campione della modernità che visse, senza se e senza ma con onestà intellettuale, spingendosi fino al limite del suicidio come “esperienza” di una vita sulle barricate contro l’ipocrisia.

[Leggi la seconda parte]

         

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