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Salvatore Pagliuca

Salvatore Pagliuca, nato a Muro Lucano ove risiede, svolge l’attività di archeologo per il Ministero dei Beni Culturali ed è tra gli artefici della nascita del Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano. Le sue prime esperienze poetiche, segnalate al premio internazionale di poesia ‘Alfonso Gatto’ nel 1993 e contrassegnate da un accentuato sperimentalismo plurilinguistico, scaturiscono nella silloge Cocktél (Librìa, 1993). Nel 1997 pubblica Orto botanico (ed. Librìa) ove l’uso del dialetto murese diverrà prevalente nella evocazione di un cosmo fisicamente e metaforicamente rarefatto e marginale; con questa raccolta vince nello stesso anno il premio ‘Albino Pierro’Del 2008 è cor’ šcantàt’ con il quale è finalista al ‘Premio Lanciano’. Nel 2010 è tra i vincitori – per gli inediti – del ‘Premio MezzagoArte’. Aderente alla corrente letteraria dei neo-dialettali, le sue poesie sono state antologizzate in Il rosa del tramonto – destini poetici dialettali (Campanotto Editore, 1998), in Poeti Lucani tra Otto e Novecento e in Profilo della poesia dialettale lucana dal cinquecento a oggi (Antonio Capuano Editrice, 2000/2001) e in Scritture frammentarie (Edizioni del silenzio, 2005). Suoi versi sono stati pubblicati su diverse riviste letterarie tra cuiPagine (n.23, Roma 1998), Periferie (n.26, Roma 2008) e Il parlar franco, nn.8/9, Rimini 2008/2009. Suoi inediti sono presenti nel volume fotografico So quanti passi  –Memoire de murs (con traduzione in francese) del reporter italo-francese Antonio Pagnotta (Lavello, 1998) e nel volume Le parole disabitate (Le voci della Luna2010).

 

da Cocktél (Librìa, 1993)

just a moment, please

stà a sent’ citt’ citt’
com’ a l’accuatùr’ addrét’
a li purtùn’:
tru tru
struculatùr’ appis’
au restaurant ‘new moon’
téh téh
giuànn’ tis’ tis’
ch’ ammònn’  purtuàl’ in the cocktél
ti ti
il cellulare acceso ingrilla
quigghju muort’ accis’
r’ ron mimì

(fermati) solo un attimo, per favore – ascolta in silenzio / come a nascondino dietro / ai portoni: / tru tru / strofina-panni appeso / al ristorante ‘luna nov’’ / vedi vedi / giovanni impettito / che sbuccia arance nel cocktail / ti ti / s’ mont’ la cap’ col cellulare / quel delinquente / di don mimì

 

da cor’ šcantàt’ (2008)

Putij ess’ r’ aùst’ o a marz’.
Stiemm’ ra quacch’ part’.
T’ tengh’ ammént’ tal’ e qual’,
com’ nu miezz-bùst’ stupàt’
stritt’ stritt’ ndò la sacch’.
Stievv’ r’ quart’, arrizzicàt’
dret’ a na ris’ patutizz’-
nu picch’ šcantàt’- p’ quacch’
cos’ ca er’ stat’ o man’ man’
c’ avia venì.

Poteva essere di agosto o a marzo. / Stavamo da qualche parte. / Ti ricordo esattamente, / come un ritratto conservato / con cautela in tasca. / Stavi un po’ girata, rabbrividita / dietro un sorriso malaticcio – / un po’ spaventata – per qualche / cosa successa o che rapidamente / sarebbe avvenuta.

***

Questionario 

1. La preghiamo di indicarci i modelli di riferimento (italiani e stranieri) della sua poesia dialettale, dove questi studi e letture l’hanno portata all’individuazione del suo stile.

Ho iniziato ad avvicinarmi alla poesia attraverso la lettura dei testi dei miei conterranei: Scotellaro, Pierro, Sinisgalli e Riviello. E, poi, tra gli altri, Pasolini (e quindi Pascoli), i lirici greci (soprattutto Archiloco), Lucrezio, Leopardi, Montale, Caproni, Bertolucci, Luzi, Zanzotto, Loi, Scataglini, Ruffilli, la Cavalli, Rilke, Heaney, Baudelaire, Neruda, Mandelstam, Elitis, Kavafis e tutto quanto mi è sembrato  interessante della produzione degli ultimi ventanni.

2. Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in dialetto e quella in italiano (se presente)?

Non so. Credo di no, anche se vi è uno stacco sensibile tra il magma plurilinguistico di ‘Cocktél’ e quello che segue.

3. Con quali poeti contemporanei (dialettali, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti italiani e/o dialettali l’hanno colpita di più?

Ho avuto rapporti epistolari e telefonici, nemmeno frequenti, con Achille Serrao, Assunta Finiguerra e Nino De Vita. Molti tra quelli che ho già elencato i poeti del cuore.

4. Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera in dialetto? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa in dialetto e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?

Il territorio di cui si impasta la mia lingua con tutte le sue stratigrafie storiche e sentimentali; il quotidiano come nocciolo della Storia. Il terremoto del 23 novembre 1980 (pietra miliare nella storia del mio territorio) e la morte prematura di mio padre (1973) e di mia madre (1979) forse il substrato emotivo delle mie scritture.

5. Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, in dialetto, nel corso degli anni?

Da giovane sono stato assiduo lettore di Pasolini, delle sue riflessioni sul ‘Corriere’. Faro del mio essere – poeta e cittadino – è stata la poesia su ‘Valle Giulia’ e la difesa dei poliziotti figli di operai e contadini. Derivante anche dalle considerazioni profetiche di Pasolini sulle ‘omologazioni culturali’ e sull’autonomia degli intellettuali forse la scelta di usare una mia lingua con cui ascoltare, attraverso i suoni muresi, il respiro del mondo.

6. Il suo modo di scrivere in dialetto è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?

Il mio dialetto è quello del mio paese, Muro Lucano (ca 6.000 persone), e, sostanzialmente, è rappresentativo della mia comunità. Vi è un recupero, a volte, di arcaismi per accentuare aspetti fonetici – in un gioco di assonanze ed omofonie – che esaltano l’asprezza di un linguaggio che ricalca quello del territorio.

7. In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?

Circa due tremila.

8. La sua regione presenta leggi di tutela del dialetto o supporta le pubblicazioni in dialetto con qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)?

No.

         

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