Liberté épidémique ⥀ Les Mouches di Jean-Paul Sartre

Una riflessione sulle possibilità e sui limiti della libertà umana attraverso l’interpretazione del mito di Oreste proposta dall’opera teatrale Les Mouches di Jean-Paul Sartre

 

Sartre e il teatro

Alcuni critici hanno ritenuto che Jean-Paul Sartre considerasse la sua produzione teatrale minoritaria rispetto agli scritti filosofici o ai romanzi. Ciò non è propriamente corretto. Nella sua analisi dell’opera teatrale dell’autore, Doroty McCall1 smentisce questi pregiudizi portando a suo supporto due ragioni fondamentali per far capire il rapporto dell’autore con la sua produzione drammatica. Primo, la passione di Sartre per il teatro comincia fin da bambino; l’autore ricorda ne Les Mots, la sua autobiografia del 1964, che durante la sua infanzia, ancor prima della poesia, fu grande il suo entusiasmo nello sfogliare le illustrazioni di Hetzel delle opere teatrali. Secondo, Sartre in numerose interviste ha affermato il suo rammarico nell’osservare l’incapacità della letteratura di essere davvero universale, di poter parlare a tutti, in ogni parte del mondo. È naturale pensare che il teatro, come incrocio perfetto tra letteratura e mass media, avesse un ruolo molto importante nella visione della letteratura dell’autore. Sebbene Sartre disprezzi il teatro come istituzione borghese, possiamo notare che egli sceglie di scrivere conformandosi alla tradizione contrariamente ad altri drammaturghi d’avanguardia a lui contemporanei. La sua produzione non presenta, per quanto riguarda la struttura formale e la precisa adesione alle unità di luogo, tempo e azione, particolari innovazioni. Egli sembra deciso a rappresentare in modo ordinato un universo di passioni e decisioni umane infinito e confuso. Si distingue però per l’anticonformismo di cui sono pervasi i suoi personaggi e per il fatto che essi mirano continuamente a minare le certezze della morale costituita. Eroi esistenzialisti o bastardi (secondo la definizione di un grande critico sartriano, Francis Jeanson2), i personaggi delle pièces sartriane puntano sempre a scardinare l’ordine, a mettere in crisi le convenzioni, a far riflettere il pubblico sulla complessità della natura umana. Coerente al pensiero esistenzialista, l’opera teatrale sartriana mette in scena una situazione concreta analizzandone le possibilità umane: una situazione in cui effettivamente gli spettatori possano immedesimarsi ma non completamente, giungendo ad una riflessione complessiva sulla propria esistenza. Il teatro può essere considerato uno dei generi più efficaci per il pensiero esistenzialista poiché il fine ultimo dell’Esistenzialismo è appunto studiare l’uomo come Essere-nel-Mondo. Secondo Sartre, se lo scrittore non può che essere determinato dall’ambiente di cui è parte, la sua produzione non deve esserlo necessariamente.

 

Copertina della prima edizione di Les Mouches, Gallimard, Paris 1943.

 

Les Mouches e la Résistance

Jean-Paul Sartre inizia a scrivere Les Mouches nel 1941 e la termina l’anno successivo. L’opera fu rappresentata per la prima volta a Parigi il 3 giugno 1943 presso il Théâtre de la Cité, con la regia di Charles Dullin e le scenografie di Henry-George Adam. Les Mouches è un dramma in tre atti, di cui il secondo diviso in due tableaux. L’opera può considerarsi una riscrittura dell’antico mito greco di Oreste ispirata alle note tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide. La trama, con le dovute precisazioni, è simile alla tragedia di Eschilo.

Il mito di Oreste, fin dalle sue origini, ha ampiamente interessato tutta la letteratura europea, a causa della possibilità di discutere, attraverso una storia di dispute famigliari e divine di terribile violenza, le profonde motivazioni morali, sociali che muovono l’essere umano e il suo rapporto con la divinità. Il mito di Oreste, e in generale le vicende dei discendenti di Pelope, sono tema ricorrente delle opere teatrali classiche. I suoi più grandi interpreti in ordine cronologico sono stati: Eschilo, Sofocle ed Euripide. Nell’analisi delle tre tragedie è necessario tenere presente che gli autori si rivolgono sempre non al singolo individuo, ma alla collettività al di là delle classi sociali: le opere artistiche sono un mezzo per far riflettere la cittadinanza sulle leggi umane che sono alla base in primo luogo della convivenza civile. I tre tragediografi greci sono vissuti in un’epoca in cui l’opera teatrale, destinata solo alla rappresentazione, è una creazione da condividere con un pubblico vasto: essa è pensata per intrattenere e istruire il popolo al patrimonio culturale mitologico greco, ma prima di tutto per suscitare la discussione sui temi essenziali per la politica della polis. Il teatro greco è stato scelto da Sartre come ispirazione per rendere accessibili i contenuti della sua filosofia, proprio per la sua capacità di essere apprezzato da un pubblico che coincide quasi con l’insieme dei cittadini, molto più del teatro moderno.

Jean-Paul Sartre scrive Les Mouches in una precisa condizione storica di repressione ed espone per la prima volta in un’opera letteraria le riflessioni sulla libertà umana che saranno la base per il suo primo scritto propriamente filosofico, L’Être et le néant, pubblicato infatti nello stesso anno. Les Mouches nasce come un’opera di grande impegno sociale, destinata a far sorgere nel pubblico contemporaneo una riflessione non solo sulla libertà esistenziale dell’uomo ma anche – e ciò non è da sottovalutare – sulla situazione sociopolitica. Il pubblico dell’opera sartriana è vessato dalla sopraffazione nazista e cova in sé un profondo desiderio di ribellione verso gli oppressori. Sartre utilizza l’opera teatrale non solo per divulgare le proprie posizioni filosofiche, ma anche con uno scopo più pragmatico. Il popolo degli Argivi, oppresso dai sensi di colpa e paralizzato, è la chiara trasposizione del popolo francese che sta crollando sotto le prepotenze naziste. Il governo di Vichy cerca di sedare lo scontento e il dolore della popolazione propagandando rassegnazione per la sconfitta; i collaborazionisti mandano il messaggio che ormai tutto è perso e la sottomissione è l’unico modo per garantire alla Francia pace e sicurezza. Oreste può dunque essere considerato un eroe della Resistenza. Oreste, figlio di Agamennone, sovrano di Micene (o Argo), a seguito dell’omicidio del padre da parte della madre Clitennestra e del suo amante Egidio, cresce esule ad Atene, la città simbolo nella Grecia antica del potere, della cultura e della civiltà. Nell’opera sartriana Atene rappresenta la Francia prima della guerra. Gli Argivi, come i francesi durante la Seconda guerra mondiale, sono dilaniati da conflitti interni, hanno perduto il ricordo della pace e vivono in un continuo stato di terrore e senso di colpa (per non essersi ribellati al regicidio) rappresentata nell’opera dalla presenza allegorica delle mosche (le Erinni, nella tradizione greca) che li tormentano. Oreste è il partigiano, che decide di compiere atti estremi per salvare la sua patria dall’oppressione del potere. Egisto rappresenta lo straniero usurpatore, l’invasore nazista, e Clitennestra, la regina che cede il potere al re illegittimo, è la figura che rappresenta il collaborazionismo. Il duplice omicidio è un atto terroristico partigiano indiscriminato contro gli oppressori e i francesi che collaborano con il regime. L’Oreste di Sartre ingaggia una battaglia contro il nuovo ordine costituito: egli è colui che desterà le coscienze dei suoi concittadini, è colui che gli farà «aprire gli occhi». Il regicidio e il matricidio (attenzione: nell’opera sartriana non vi è spazio per la visione freudiana) appaiono come le uniche risoluzioni possibili per estirpare il totalitarismo: solo la lotta armata può liberare il popolo dalla sottomissione. La violenza è l’unica soluzione per sovvertire l’ordine ed eliminare il conformismo. E solo Oreste può attuarlo, partigiano, giovane, forte, colto e pronto al sacrificio.

Abbiamo dunque esposto brevemente il fine più esplicito ed immediato dell’opera, quello che ha a che fare con la contingenza storica e che non va dimenticato; ma a questa va aggiunta la riflessione filosofica sull’esistenza umana fondamentale per il Sartre filosofo. Ritorniamo per un attimo alla tragedia antica; in particolare ci concentreremo sull’Orestea di Euripide. L’autore compone due tragedie riguardanti il mito di Oreste: l’Elettra (413 a.C.) e l’Oreste (408 a.C.). La prima ci presenta un’interessantissima figura femminile di Elettra (sorella di Oreste), privata del titolo e del regno, vive una vita di soprusi e umiliazione perpetrati da parte della madre e del patrigno. È lei, disperata e spietata, che ordisce il regicidio ed esegue l’omicidio della madre. Questa Elettra, diversa da quella di Sartre, che è molto più spaventata e influenzabile, nella tragedia di Euripide assume un ruolo centrale. In ogni caso la tragedia termina con i due fratelli costretti a fuggire, inseguiti dalle terribili Erinni, dee della vendetta. La seconda tragedia, riporta l’ordine: Elettra e Oreste sono sottoposti al processo dal re Tindaro, il quale sembra deciso a condannarli al suicidio, quando l’intervento del dio Apollo sancisce la loro assoluzione e mette fine alla catena di violenza che si perpetua da generazioni. Rispetto ai precedenti tragediografi, l’opera di Euripide presenta una maggiore profondità psicologica e interesse alla vicenda umana, al di là di quella divina. Si può notare che in Eschilo e Sofocle i personaggi agiscono sempre entro i limiti del loro destino imposto dalla divinità. In entrambi, secondo diverse gradazioni, l’uomo è parte di un volere più ampio e trascendente anche nei suoi atti più efferati. Invece, nella tragedia di Euripide, fattore scatenante della violenza è l’odio. Elettra odia profondamente Egidio, e ancor di più sua madre Clitennestra, che l’ha spodestata: è per questo motivo che, con assoluta consapevolezza, progetta e attua l’omicidio. Certo, il deus ex machina sarà necessario per ripristinare l’ordine assoluto, ma ogni gesto presente nel dramma fino alla sua conclusione è profondamente umano.

Euripide innova la tragedia greca inserendo un nuovo sentimento: il dubbio3. Le due tragedie di Oreste pongono allo spettatore greco (ma anche, perché no, contemporaneo) un arduo quesito che mette in discussione gli assunti morali-religiosi della tragedia greca: è giusto che l’uomo persegua un destino violento che sembra essere voluto dal divino, o gli dèi invece pongono solo l’uomo davanti alla scelta di commettere o non commettere determinate atrocità? Semplificando: entro che limiti l’uomo è libero e responsabile dei propri atti? Sartre tenterà di rispondere a questa domanda.

 

Sartre, Oreste e il senso della libertà

Occorre ora indagare il finale della tragedia sartriana. Come si può notare nelle ultime pagine dell’opera, Oreste non ha ingaggiato una battaglia solo contro l’ordine terreno costituito. Egidio si rivela un uomo debole e stanco, tormentato dai rimorsi, Clitennestra è infelice e sottomessa; entrambi sono incapaci di mantenere il governo. Colui che detiene il potere è l’unico personaggio divino de Les Mouches: Giove. Il dio agisce all’interno della vicenda e dialoga con i personaggi; è colui che ha promosso l’omicidio di Agamennone permettendo ad Egidio di prendere il potere; è colui che ha scatenato le mosche per asservire i cittadini di Argo e instillare la colpa. È un Giove diverso rispetto agli dèi delle precedenti tragedie greche: se in Sofocle, Eschilo ed anche Euripide gli dèi spronavano l’eroe a ristabilire l’ordine legittimo, il Giove sartriano non ha nessun interesse a cambiare le cose. In effetti, questo Giove assomiglia più al Dio cristiano: il suo regno si fonda sul pentimento. È un dio che si nutre dei rimorsi degli Argivi, spingendoli a chiedere continuamente perdono, anche per le piccolezze, a confessarsi durante riti pubblici:

«Però che profitto ne ho cavato! Per un uomo morto, ventimila altri uomini immersi nel pentimento, ecco il bilancio»4.

Il dio spietato e indifferente s’interessa delle questioni umane solo per consolidare il proprio dominio, ma è anche fisicamente impotente: può agire solo attraverso trucchetti di magia, come appunto far apparire le mosche. Dunque, da incarnazione del sistema mitologico greco Giove diventa l’allegoria del sistema mitologico cristiano, scivolando da una struttura mitica all’altra: la critica dell’autore si amplia al concetto stesso di Dio. L’atto di Oreste punta, perciò, a distruggere l’ordine di ogni dimensione religiosa; è un atto di ribellione, l’attestazione dell’ateismo sartriano:

«Ho appena raccontato la storia di una vocazione mancata: avevo bisogno di Dio, mi fu dato, lo ricevetti senza capire che lo cercavo. Non potendo attecchire nel mio cuore, egli ha vegetato in me, poi è morto. Oggi, quando mi si parla di Lui, dico con quel tanto di divertito, senza una punta di rimpianto con cui un vecchio vagheggino si rivolge ad una vecchia fiamma incontrata per caso: “Cinquant’anni fa, senza quel malinteso, senza quell’errore, senza quell’incidente che ci separò, avrebbe potuto esserci qualcosa tra noi”»5.

Giove sconfitto propone ad Oreste di creare con lui un nuovo ordine, secondo i suoi desideri. Oreste rifiuta: non è mai stata sua intenzione sostituire un sistema ad un altro. L’eroe esistenzialista crede nella libertà incondizionata dell’essere umano, nel suo assoluto libero arbitrio: gli uomini non hanno padroni, non sono sottoposti a limiti morali o religiosi a priori. All’inizio dell’opera, Oreste ci viene presentato come un giovane uomo colto, pieno di esperienze, ma anche incapace di mantenere legami, senza patria, senza impegni. Questa leggerezza dell’anima non è priva di peso: egli si sente smarrito, come stesse per dissolversi. Oreste, decide dunque di prendere consistenza accettando il suo ruolo di eroe, impegnandosi affinché il suo popolo possa conoscere la verità: che tutti gli uomini nascono liberi e siamo noi a decidere come comportarci, con la consapevolezza della nostra libertà assoluta. Oreste combatte il tiranno per restituire il dominio sulla propria vita al suo popolo, a cui solo ora, nell’atto di liberarlo, sente di appartenere e sente di poterlo guidare verso un’esistenza più felice, o almeno non imposta. Oreste si caricherà di tutte le colpe del suo atto, porterà con serenità la responsabilità della violenza; egli accoglierà il suo significato in sé, fino ad annullarlo. Oreste non vuole essere un capro espiatorio bensì un taumaturgo: un guaritore che faccia emergere negli altri la verità sulla natura umana. È la révolte che distingue nettamente l’Oreste moderno dai suoi illustri predecessori. Egli ha una concezione della libertà che si può definire épidémique6, ha intenzione di contagiare gli altri con l’esempio dei suoi atti.

Al termine della tragedia, Oreste decide di abbandonare la città di Argo dopo averla liberata. Egli è un terrorista, non mira ad una risoluzione, a creare una nuova società più equa. Puro rivoluzionario, non vestirà mai i panni del sovrano in tempo di pace; egli lascerà al popolo la possibilità di autogestirsi. Il finale dunque è spalancato, i cardini del sistema sono definitivamente distrutti, l’uomo è di fronte alla sua libertà sconfinata. Si può però avanzare un diverso punto di vista riguardo alla conclusione della vicenda. Oreste, nel suo desiderio di essere «un re senza terra e senza sudditi», lascia di fatto dietro di sé una patria debole e in macerie; la partenza di Oreste e, di fatto, l’abbandono dei suoi cittadini, attestano il fallimento etico dell’eroe. Così il partigiano/terrorista, dopo aver compiuto anche atti amorali per difendere l’indipendenza del proprio paese, si trova a doversi confrontare con la società. Oreste si estranea; si prende la responsabilità delle sue azioni ma non delle conseguenze, né delle ripercussioni che avranno sul suo popolo. Sceglie di sottrarsi al giudizio dei suoi simili, ma per Sartre un essere umano che non si confronta con l’altro è destinato al fallimento. L’attestazione della libertà radicale di Oreste è sterile, non è produttiva per mancanza di confronto. Sartre scrive quest’opera nel 1942, durante l’occupazione francese, dopo aver combattuto nell’esercito, essere scampato al campo di lavoro di Treviri e mentre era parte attiva della Resistenza. Dopo la guerra, in tempo di pace, egli diverrà il simbolo dell’intellettuale engagé. L’unico modo per destare le coscienze è attraverso il lavoro, la discussione. Dopo la violenza, giustificata come atto estremo di liberazione, deve però essere concessa la riflessione collettiva, l’elaborazione:

«Noi vogliamo la libertà per la libertà e in ogni circostanza particolare. E, volendo la libertà, scopriamo che essa dipende interamente dalla libertà degli altri e che la libertà degli altri dipende dalla nostra»7.

 

(Marta Chiacchiera)


Note

1 D. McCall, The theatre of Jean Paul Sartre, Columbia University Press, Columbia 1971.

2 F. Jeanson, Sartre, Points, Paris 2016.

3 I.e.: «Febo, fu troppo assurdo il tuo responso» pronunciato da Oreste (Euripide, Elettra, in Le tragedie, vol. 2, a cura di Anna Beltrametti, trad. it. di Filippo Maria Pontani, Einaudi, Torino 2002, p. 699).

4 J.-P. Sartre, Le Mosche, Porta chiusa, con testo francese a fronte, Bompiani, Milano 2017, p. 111.

5 Id., Le parole, Il Saggiatore, Milano 1964, p. 73.

6 F. Jeanson, op. cit., p. 21.

7 J.-P. Sartre, L’Esistenzialismo è un umanismo, a cura di Maurizio Schoepflin, Armando Editore, Roma 2014.