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Scalare, scavare | Racconto di Claudio Morandini

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«Giochiamo a scalare le montagne!»

Lo ha detto Alberto, e a noi è sembrata subito una buona idea. Giusto dietro casa mia c’è un cantiere abbandonato in cui possiamo fare quel che ci pare. Prendiamo nella rimessa del padre di Luchino tre badili e un piccone e ci avviamo.

Per scalare una montagna ci vuole la montagna, e nel cantiere non c’è neanche un monticello, un cumuletto. Tutta la terra estratta dai primi scavi è stata portata via da tempo, sui camion, sennò avremmo usato quella. Dovremo tirarcela su noi, quella montagna, poi ci saliremo enfatizzando gli sforzi e i gesti, come alpinisti veri, e il primo che arriverà lassù in vetta scaricherà zolle e fango su quelli ancora in arrampicata. Ecco perché ci servono i badili e il piccone.

Discutiamo a lungo sulla zona più adatta a erigere la montagna. Che sia lontano dalla strada e dalle finestre di casa mia, o ci scopriranno subito, e allora addio divertimento. Che la terra sia morbida, o faremo troppa fatica e rischieremo di stancarci prima di finire. «Ecco, qui. Che vi pare?» dice Saverio indicando con l’aria dell’esperto un punto qualsiasi del terreno. «Certo, bene» approviamo in coro, dandoci un tono anche noi.

Cominciamo a scavare da una parte, per ammucchiare le palate di terra da un’altra, e andiamo avanti in questo modo per un’ora, due. Per non sentire la fatica ci raccontiamo storie, ci sfidiamo in gare di insulti o bestemmie, ma come sempre finiamo a parlare della scuola, dei compiti che sono troppi e troppo complicati, dell’ansia che durante certe lezioni ci fa sentire il cuore proprio in fondo alla bocca, del rischio di vomitare ogni volta che un professore prende la scatoletta dei numeri per tirare a sorte gli interrogati. La vita, a parlarne così, ci sembra tetra e disperata. E chissà per quanti anni ancora dovremo sentirci il cuore in gola e la pancia in tumulto. Allora, mentre scaviamo, sudati, già ricoperti di polvere, con i moccoli che penzolano dalle narici e ci scivolano in bocca, pensiamo a quello che faremo da grandi, ai mestieri che non richiedano studi troppo lunghi, fatti di pochi gesti netti, come il macellaio (Alberto), il poliziotto (io), il gruista (Luchino, che è figlio di un gruista), l’ammazzatore di bestie al macello (Saverio), il bidello (Peppo, che crede che i bidelli siano figure di spicco, giacché sgridano un po’ tutti, compresi gli insegnanti).

Ogni tanto ci fermiamo, per misurare con lo sguardo l’altezza della nostra montagna. Ma la troviamo sempre bassa, un cumulo insulso da cui ogni badilata rotola giù e che sembra non elevarsi mai. «Non ce la faremo per oggi» dice Peppo. «Continuiamo domani» dico io. «Ma domani non avremo più voglia di giocare a scalare la montagna!» «Perché? Io ho sempre voglia di…» «Perché… perché…»

Ci mancano le parole per definire quella specie di volubilità che ci coglie spesso di fronte a cose che fino a poco prima ci sembravano indispensabili, e ci costringe a rinunciare tra mille sbadigli che ci riempiono gli occhi di lacrime. Però è vero: dobbiamo tirare su la montagna oggi, prima di sera, salirci, riempirci di zolle in testa fino a stordirci, e tornare a casa contenti. Domani chissà che cos’altro ci inventeremo. Così, sbuffando, ammucchiamo terra per un’altra oretta, scavando sempre più in profondità.

Adesso nessuno ha più voglia di parlare. Sbuffiamo, rantoliamo, tiriamo su con il naso, ed è tutto, alla nostra età è come parlare. Però, ecco, dopo la terza ora il cumulo prima informe sembra prendere una sua fisionomia, assomiglia a una piramide sghemba, è una montagnola, anzi una montagna, poche balle! Ci fermiamo, ansanti, per ammirarla. È più alta di noi, e tanto basta. Da lassù, dalla cima a cono, il primo arrivato scaricherà sui nemici tutta la sua collera, finché non smotterà giù anche lui, ma a quel punto sarà l’ora di cena.

Poi guardiamo ai nostri piedi: per erigere la nostra montagna, a furia di strappare palate di terra alle radici e alle pietre abbiamo creato una montagna al contrario, un grosso buco polveroso, imbutiforme. Saverio ci si è anche immerso, in quel buco, per tirarne fuori la terra con più agio, e ora che è lì dentro non vorrebbe uscirne. «Vieni su!» gli diciamo. Lui nicchia. «Venite giù voi» dice. «Ma il gioco è un altro.» «I giochi si cambiano.» Si accuccia nel buco, respira a fondo come se dovesse tuffarsi, si prende le gambe con le braccia, abbassa la testa sulle ginocchia. «Guardate, sono morto» dice.

«Potremmo riempirlo di terra da quassù» suggerisce Peppo, che di noi è il più sveglio. L’idea sul momento ci diverte: ma non lo facciamo, perché ci attira di più scendere accanto a Saverio per accucciarci e fingerci morti anche noi. Così ci caliamo e continuiamo a scavare finché il fondo non è abbastanza largo da accoglierci tutti. Stiamo stretti, è vero, nella terra nera, ma anche questo ci piace, ci conforta. Della montagna che ci ha fatto faticare per più di tre ore non ci importa più niente. Volevamo fare gli stambecchi o le aquile, e ci ritroviamo arrotolati come lombrichi, ma va bene così. Quaggiù i grandi non ci troveranno mai, fantastichiamo, accovacciati come Saverio. Ci chiameranno, quando sarà ora, e noi non risponderemo. Ci cercheranno, ma a nessuno verrà in mente di guardare in fondo a un buco che prima non esisteva e si confonde nel terreno accidentato del cantiere. Tra un po’ sarà buio, e allora sarà impossibile vederci. Riappariremo tra la gente come spettri, e sarà uno spasso.

Be’, siamo ancora qui sotto. Respiriamo appena, ci sentiamo respirare. Ogni tanto ci scappa da ridere, per un niente, poi torniamo seri. Ci raccontiamo sottovoce quanto dolore proveranno i grandi a crederci scomparsi. Assaporiamo la malinconia, la nostalgia di casa, l’inerzia, il freddo, l’intorpidimento degli arti, il senso crescente di fame. Ci commuoviamo quasi a immaginare il lutto impotente dei nostri amici, dei parenti. Sarà questa la morte? ci chiediamo immersi nella nostra montagna al contrario, sarà questo senso di torpore, dolore, noia?

Quando, senza dirci nulla, decidiamo che è sufficiente e ci tiriamo in piedi, ci sentiamo aggranchiti come dei vecchi. Uscendo dalla fossa all’ombra della montagna che abbiamo tirato su, ci chiediamo se qualcuno ci sta già cercando nei campi, tremante di angoscia.

Nessuno ci ha cercati, scopriremo una volta tornati a casa.

 

         

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