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“Se viviamo è per marciare sulla testa dei Re” La storia del cuoco di Salvia di Lucania, Giovanni Passannante | di Francisco Soriano

[Prima parte di due]

Non molti conoscono il passato libertario del giovane Giovanni Pascoli che, in onore del “sedizioso” Giovanni Passannante, compose un Inno a lui dedicato. I molti critici nutrono dubbi e incertezze sulla composizione del testo, di cui ci rimangono solo gli ultimi versi poiché Pascoli, perseguitato e incarcerato nel 1879 per le sue idee socialiste e la “tendenza alla sovversione”, distruggerà il breve componimento impaurito dalle indagini della polizia. Conosciamo soltanto poche parole finali: Con la berretta del cuoco faremo una bandiera. Il giorno successivo all’attentato di Passannante al re, venne lanciata una bomba a Firenze contro un corteo monarchico dove pare ci furono tre morti e diversi feriti, mentre a Pisa, un altro ordigno dinamitardo esplose durante un’altra manifestazione contro la monarchia: venne arrestato Pietro Orsolini che, nonostante avesse provato la propria innocenza, morì nel carcere di Lucca nel 1887. Fu a Bologna che Pascoli strinse amicizia con Severino Ferrari e Ugo Brilli, aderendo all’Internazionale Socialista e manifestando insieme con loro nelle piazze e in altri luoghi pubblici. L’impegno politico di Pascoli, tuttavia, non fu continuo e il suo attivismo risultò essere il risultato di un fattore umano e sentimentale contro quelle che lui stesso interpretava come ingiustizie sociali e prevaricazioni del potere costituito. La sensibilità del poeta si caratterizzò molto per le questioni di ordine sociale come per l’impegno sul tema dell’emigrazione quando, in quei tempi, migliaia di connazionali malfamati lasciavano l’Italia: in Pascoli, il “fenomeno” del migrante aveva un fascino doloroso e letterario, anche perché questa dinamica era molto simile a quella dei perseguitati politici destinati all’esilio per la mancanza di libertà e uguaglianza. Le sue convinzioni lo spingevano inoltre a ritenere che il consolidamento sociale del ceto medio in classe impiegatizia e la struttura burocratica fossero un problema sociale rilevante: egli immaginava una società di piccoli proprietari agricoli; società possibile grazie a una possente quanto auspicata riforma agraria che avrebbe potuto realizzare il sogno di un mondo bucolico e pacificato sui valori della terra e della natura.

Giovanni Passannante nacque nel 1849, a Salvia di Lucania, oggi Savoia di Lucania, in provincia di Potenza, in quella terra povera e dimenticata dell’Italia meridionale. Sguattero, pastore, lavapiatti, cuoco, ultimo di ben dieci figli era soprannominato “cambio” per una mano storpia a causa di un incidente domestico con l’acqua bollente. Il destino funesto, simile a quello di migliaia di cittadini lucani e meridionali dell’epoca, non pregiudicò il suo desiderio di apprendere e conoscere la scrittura che potenziò dopo aver frequentato solo la prima elementare. Giovanissimo cominciò a cercare lavoro e dopo aver prestato servizio a Vietri di Potenza, si trasferì nel capoluogo lucano dove conobbe Giovanni Agoglia che aveva ricoperto la carica di ufficiale nell’esercito napoleonico. Agoglia era originario di Salvia e consentì al giovane Passannante di intraprendere studi e conoscenze, seppur limitati, avendolo assunto come domestico. L’anarchico Passannante si dedicherà alla lettura di testi sacri, a giornali e scritti di Mazzini con contenuti risorgimentali. Il periodo coinciderà con le sue frequentazioni nelle associazioni repubblicane e filomazziniane tanto che, nel 1870, verrà sorpreso ad affiggere proclami rivoluzionari contro il papato e la monarchia anche perché, visti i primi moti di protesta in Calabria e in altri luoghi dell’Italia meridionale, gli era sembrato propizio inneggiare a Mazzini e Garibaldi. Dalle azioni di quest’ultimo però si sarebbe presto dissociato essendo per lui insopportabili alcune sue simpatie monarchiche. Già un anno prima partecipò a un incontro denominato dell’Anticoncilio, organizzato addirittura nel Teatro San Ferdinando di Napoli: nella città partenopea vi erano intellettuali e cittadini di chiara ispirazione repubblicana molto attivi nella rivendicazioni di diritti e libertà. In queste sessioni si proclamava l’opposizione alla “cieca fede su cui è fondato il cattolicesimo, il gran principio del libero esame”, tanto che la questura intervenne per vietarne la continuazione. Ad ogni modo, sorpreso anche con le copie del mazziniano Il Popolo d’Italia fu arrestato e recluso per tre mesi. In quell’occasione fu amnistiato e ritornò nella sua Basilicata: Passannante non si diede per vinto, anzi intensificò i suoi impegni anche lavorativi fino a raggiungere Salerno, dove venne impiegato come cuoco presso la fabbrica di tessuti degli Svizzeri nel 1876, presso la famiglia August Engler. Erano anni di rivolte e convulsi momenti di attrito nelle società europee: nella seconda metà dell’Ottocento vi furono molti attentati a sovrani e funzionari di governo. Intanto Passannante, con una certa audacia, cominciò una nuova attività: l’apertura di una trattoria definita Trattoria del Popolo, dove non di rado venivano dispensati cibi gratuiti a chi mostrava di averne bisogno perché disagiato. Questa esperienza finì nel 1877. Fu in questo periodo che maturarono in lui convinzioni anarchiche o, quanto meno, ebbe chiara l’idea che sotto il vessillo libertario i suoi afflati egualitari e di libertà potessero meglio realizzarsi. Si iscrisse alla Società di Mutuo Soccorso di Pellezzano e alla Società di Mutuo Soccorso degli Operai, ma non condividendone la gestione fece presto a uscirne definitivamente. Nel 1878 si diresse verso Napoli. L’Italia di quegli anni era in una situazione economica e sociale abbastanza complicata e in un percorso di unificazione senza un futuro ben delineato. Il 16 novembre del 1878, le cronache raccontano di Giovanni Passannante alla ricerca di un’arma da taglio per attentare alla vita del re: scambiò la sua giacca con una sorta di temperino con una lama di otto centimetri. Il giorno successivo a Napoli, tra la folla festante e acclamante il passaggio della carrozza reale in largo Carriera Grande, Passannante si avvicinò al re Umberto I e, salito sul predellino, tentò maldestramente di accoltellare il regnante urlando: “Viva Orsini, Viva la Repubblica Internazionale”. Il re venne protetto dalla regina Margherita che, lanciando un mazzo di fiori, spostò l’obiettivo del pugnale sul ministro Cairoli che rimase ferito alla gamba. Gli storici riportano qualche graffio per il re e il ferimento del ministro. Passannante aveva in mano un pezzo di tessuto rosso con delle strisce legate come se fosse un piccolo drappo sul quale aveva scritto di proprio pugno con inchiostro: “Morte al re, viva la Repubblica Universale, viva Orsini”. L’anarchico fu prontamente bloccato dai corazzieri e arrestato dal capitano Stefano De Giovannini che lo colpì con un fendente alla testa. Passannante rischiò il linciaggio della folla e fu a malapena tratto in salvo dalle forze dell’ordine. Si narra che nella reggia dei Savoia, la regina Margherita ebbe un malore così sentenziando: “Si è rotto l’incantesimo di casa Savoia!”. Fu questo forse il motivo di tanto odio verso Passannante e delle pene inflitte successivamente con atrocità disumana. Dopo l’attentato, ci furono tentativi di insurrezione a Bologna e nel Matese, a Pesaro, a Genova, a Pisa e Lucca, in altre città e in Campania, dove situazioni di disagio si manifestavano sempre in qualche rivolta. Solo un giorno dopo l’attentato molti rappresentanti della buona società nobiliare del Sud lucano malfamato accorsero presso il re: Ascanio Branca, Salvatore Correale e Giuseppe Imperatrice, fra i tanti, che chiesero scusa per aver avuto come corregionale uno come Passannante. Il re promise loro di far visita in Lucania soggiornando a Potenza per due giorni nel gennaio del 1881, ristabilendo la “pace” con la regione più dimenticata e povera d’Italia. Il momento storico era molto incerto e già prima dell’attentato al re vi furono molte manifestazioni di “matrice internazionalista” soprattutto a Napoli: furono arrestati l’operaia femminista Annita Lanzara e i tipografi Luigi Felicò e Taddeo Ricciardi. Altri movimentisti seguirono la stessa sorte, come Francesco Saverio Merlino, Saverio Salzano, Francesco Castaldi, Cesare Ceccarelli e Giovanni Maggi.

Il 19 novembre l’anarchico fu condotto nel carcere di San Francesco, in isolamento: le cronache narrano di un Passannante affranto ma tranquillo. Quello che avvenne dopo l’arresto dell’anarchico è qualcosa di assolutamente incredibile e disumano. I Savoia si dimostrarono rancorosi e vendicativi al punto da influenzare le dimissioni del governo Cairoli colpevole di non essere stato attento alle questioni dell’ordine pubblico. Inoltre, ordinarono al sindaco di Salvia (recatosi servilmente al cospetto del re, pagandosi l’affitto di un buon vestito per chiedere le “scuse della comunità lucana”), di far internare l’intera famiglia Passannante nel manicomio criminale di Aversa. Non solo, il monarca tramite suoi emissari fece sapere al sindaco del paesino di non essere ancora soddisfatto, e per punizione impose di cambiare il nome a quello che sembrava essere l’avamposto criminale di Giovanni Passannante che da quel momento non si doveva chiamare più Salvia, ma Savoia di Lucania. Il toponimo cambiò con regio decreto il 3 luglio del 1879. Vale la pena citare il grande meridionalista Giustino Fortunato che, nel 1913, affermerà quanto non fosse possibile rassegnarsi al fatto che “un così bel nome fosse andato capricciosamente cancellato!”. La crudeltà dei reali non aveva limiti e per il libertario il sacrificio per l’attentato commesso non doveva conoscere tregue. Dopo alcuni mesi in prigione in attesa di giudizio, vennero compiute indagini e nuovi arresti che portarono alla sbarra gli anarchici napoletani Matteo Melillo, Tommaso Schettino, Felice D’Amato ed Elviro Ciccarese poi scarcerati e scagionati per insufficienza di prove. In realtà, l’atto di Passannante fu isolato e individuale, non vi furono né complotti né tantomeno regie, come egli stesso dichiarò durante il processo. Nel 1879, comincerà il dibattimento che durerà solo due giorni con la difesa dell’avvocato Giuseppe Leopoldo Tarantini, verso cui il libertario ebbe sempre riconoscenza senza considerare che era un suo diritto farsi difendere. L’avvocato d’ufficio Tarantini assunse la difesa solo dopo aver chiesto il perdono del re per quel compito così odioso che gli procurava grave disagio. Con la sua difesa, molto criticata e definita “confusionaria” da molti cronisti e critici storici, tentò di far passare Passannante come infermo di mente nel tentativo di salvargli almeno la vita. Inoltre, il difensore sostenne che Giovanni era stato fuorviato dalle “cattive dottrine” che cominciavano a radicarsi per colpa di Orsini e Agesilao Milano, loro stessi attentatori di Napoleone III e del re Ferdinando I. Poche le parole che vennero concesse a Giovanni Passannante che ebbe a dire: “La maggioranza che si rassegna è colpevole. La minoranza ha il diritto di richiamarla”. Tarantini finì la sua arringa inneggiando alla casa reale: “Gloria a Umberto I! Evviva il re!”. L’avvocato fece ricorso anche in Cassazione affinché il suo assistito venisse processato nuovamente, in quanto ai giurati era stato chiesto di decidere se l’imputato avesse attentato al re “per uccidere o solamente per ferire”. La Corte di Cassazione rigettò il ricorso ritenendo che l’intenzione dell’anarchico fosse semplicemente volta a uccidere il re.

[Leggi la seconda parte]

         

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