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“Se viviamo è per marciare sulla testa dei Re” La storia del cuoco di Salvia di Lucania, Giovanni Passannante (II parte)

[Seconda parte di due. Leggi la prima parte]

Il pubblico presentatosi al processo di Passannante in prima fila era composto da esponenti della buona società: si godevano gli interventi, addirittura muniti di binocolo, al fine di vedere finalmente quell’uomo condannato alla pena capitale che, purtroppo, osiamo dire, non gli fu inflitta perché i Savoia non volevano un martire ma un condannato alle pene dell’inferno sotto tortura. Il procuratore generale Francesco La Francesca chiese la condanna a morte: un anno prima fu lui stesso a scrivere un opuscolo in cui si schierava sull’abolizione della pena capitale che gli valse premi e riconoscimenti. Sull’andamento del processo, chiare le parole di Francesco Saverio Merlino che trascriverà nel suo libro L’Italia quale è, la confessione di un magistrato della giuria: quattro giurati votarono per l’assoluzione e cinque per le attenuanti, ma non fu concessa né la prima tanto meno le seconde. Il “re buono” allora, commutò la pena di morte in ergastolo, smentendo i giudici con l’intento di dimostrare con questo gesto la sua immensa umanità. Passannante, in realtà, da vivo dovette soffrire torture indicibili e, durante la detenzione, visse in condizioni ai limiti della sopravvivenza, legato a una catena di 18 chilogrammi e sepolto in una stanza di 1 metro e 50 centimetri di una torretta in mezzo al mare al di sotto del livello dell’acqua: Torre del Martello del penitenziario di Portoferraio, chiamata poi dai marinai locali Torre Passannante perché il povero, dilaniato dal dolore, urlava e si lamentava ogni giorno gonfio e malato, senza più forze e ormai privo anche di peli per l’effetto dell’umido e della denutrizione. Già dopo due anni di prigionia Passannante si ammalò sconvolto dalle torture: non poteva avere contatti neppure con il secondino, né consultare libri, rimanendo sempre al buio inchiodato alla catena. Anche un deputato radicale, il medico Agostino Bertani, riuscì a visitare il libertario nel 1885, per pochi minuti dallo spioncino della cella: era ammalato di scorbuto ormai privo di forze e incapace di muoversi. L’uomo divenne cieco, prima di essere condotto nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove le sue condizioni di vita addirittura migliorarono. Gli fu concesso di leggere e scrivere senza che potesse neanche vedere e chi lo visitò non poté che accertare le sue misere condizioni: l’avvocato e deputato Giovanni Rosadi lo trovò a letto chiedendogli se lo riconoscesse, almeno dalla voce; come riportato nel libro del parlamentare, tra la perduta gente, Passannante così rispose: “Tutti ci conosciamo perché tutti siamo fratelli; e le donne sono nostre sorelle; ma sono ingiustamente dimenticate; infatti si dice umanità e fratellanza, mentre si dovrebbe dire anche donneità e sorellanza”.

Ma fu solo grazie alla visita ricevuta di Anna Maria Mozzoni, illuminata attivista e femminista di quegli anni che l’anarchico finalmente subì una perizia medica che lo dichiarava insano di mente, tanto da concedergli la possibilità di passare i suoi ultimi anni di vita nel manicomio di Montelupo. Anna Maria Mozzoni pubblicò inoltre un articolo dal titolo: Come muore Passannante sui quotidiani Italia del Popolo e Il Messaggero, toccando la sensibilità dell’opinione pubblica e sollevando la questione in tutto il Paese. Inoltre, inviò una missiva al re con la richiesta di grazia a cui non ricevette mai risposta. Passannante morì il giorno di San Valentino del 1910 senza che la sua storia trovasse finalmente un epilogo. I Savoia con una condotta che non ha eguali nella storia di questo paese e dell’Europa intera, prolungarono ad libitum la detenzione. In fase di sepoltura, il corpo di Giovanni venne prelevato grazie al tempestivo intervento di due funzionari di polizia che lo decapitarono con un’ascia. Il cranio fu accuratamente sezionato nella parte superiore, il suo cervello estratto ed esposto sotto formalina insieme al teschio, e quotidianamente “innaffiato” nel museo criminologico di via del Gonfalone a Roma dal 1936.

La storia della decerebrazione dell’anarchico Passannante ha dell’assurdo e prova quanto l’accanimento dei Savoia sia stato un fatto deplorevole e ingiustificato a distanza di anni. Grazie a questo gesto, le autorità tentavano di individuare (grazie alla conformazione del cranio), “i segni della delinquenza comune” nella fossetta occipitale mediana, secondo le teorie delle scienze criminologiche lombrosiane dell’epoca. Lo stesso Lombroso, senza averlo mai preso in cura o analizzato, polemizzò con i periti dell’anarchico: Augusto Tamburrini invece, sostenne la validità delle perizie poiché Passannante durante l’interrogatorio si mostrò lucido e convinto: si proclamò un sostenitore della “Repubblica Universale” e di aver agito anche contro i liberali che avevano certo partecipato ai moti risorgimentali ma, a suo dire, si erano resi protagonisti di corruzione e malgoverno una volta coinvolti all’interno delle istituzioni. Passannante dichiarava inoltre di aver tentato il gesto non contro la persona, ma contro la figura del re, che aveva causato miseria e tasse sconsiderate proprio nei confronti dei meno abbienti.

Il cervello di Passannate non ha finito di far discutere, soprattutto perché negli anni ha scatenato una polemica sull’opportunità di mantenere questa pratica a dir poco orribile. Numerose interrogazioni di parlamentari ponevano il quesito di restituire le parti del corpo di Passannante a una giusta sepoltura, come quella di Francesco Rutelli. Così come si prodigò l’eurodeputato Gianni Pittella, che sollevò il caso addirittura in seno al Consiglio d’Europa chiedendo degna sepoltura per i resti di un uomo condannato a questa sorta di gogna horror. Nel febbraio del 1999 finalmente il ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per il trasferimento dei resti da Roma a Savoia di Lucania. Inspiegabilmente però, la traslazione avverrà solo dopo 8 anni, anche per l’iniziativa di intellettuali e artisti come Francesco Guccini, Dario Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De Luca, Giorgio Tirabassi, Valerio Aprea, Marco Rizzo, Oliviero Diliberto, Filippo Bubbico, Ulderico Pesce e il Comitato “Pro Salvia” di Savoia di Lucania. Il 10 maggio del 2007, i resti di Passannante vennero tumulati nel cimitero del suo Paese per volere del Ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che aveva però fornito un’altra data per l’evento e cioè il giorno 11 maggio. Le autorità decisero di anticipare di un giorno la sepoltura scegliendo il silenzio a “inopportune manifestazioni”. A 140 anni dalla sua morte, le polemiche non sembrano trovare fine. È di poche settimane fa la notizia che un Comitato cittadino chiede ancora la revisione del nome del paesino lucano con un referendum al quale sembra opporsi il sindaco, anche perché nel novembre di quest’anno ricorre l’anniversario dell’attentato. Per l’occasione il MiBACT ha stanziato 700 mila euro più i 300 mila della regione Basilicata, al fine di aprire un Museo multimediale dedicato a Passannante e alla storia d’Italia di quegli anni, dove verranno proiettati fotogrammi d’epoca, film e documentari, rappresentazioni teatrali e altre manifestazioni. Giovanni Passannante vive ancora.

         

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