EDITORIALE

 

A seguito d’un malaugurato disguido, dovuto all’evanescenza vanitosa delle proprie turbe lavorative, l’autore ha incautamente reso pubblica, sul retro di questo libro, non già l’opera ma quello aspetto dell’opera che vuole farsi guardare cioè: ha pubblicato sé stesso, e non lo specchio. Sono errori comprensibili, data la natura colpevolmente (perché falsamente) egocentrica del titolo. Errori d’amore, diremmo, a causa dei quali uno può finire sposato alla sua posa, invece che alla sua posizione. Al fine di rimediare, egli ci ha dunque proposto d’emendare qui di rovescio titolo e testo del suo turbato sé, e scartavetrare l’io con rinnovato tu. Abbiamo sorriso, ed editorialmente accettato di rimpiazzare l’errore passato con quello presente. Del resto a noi non cambia: l’archivio è lo stesso. E come dice il viandante al viandato:  «il treno che passa, non è mai passato».

Andrea Capdimonte
Per lamentele o complimenti scrivere a gentileapparenza@libero.it

 

 

 

 

GENTILE APPARENZA

 

SEE MY SELF

(l’imitazione continua) 

 

 

 

 

 

 

 

ON YOURSELF

 

Così noi miracolosamente
distruggiamo noi stessi.
J.Donne

 

Giaci per essere oro:

fai fare all’altro ciò che devi

e parcheggia: cioè piangi il sale

in cui ti trasformerai e

aspetta: la tua vita è un barattolo

per la conservazione della vita

d’un altro.

 

Di te diranno ch’eri fermo, trasparente

e saldo, che parlavi poco, 

e sempre con la voce d’un altro.

 

 

 

 

 

 

Premessa 

 

Il passo al di là di io sono è terribilmente arduo, occorre sostare finché alla fine sentiremo di sprofondare al di sotto di io sono. L’istinto naturale è di uscire verso il mondo, occorre viceversa retrocedere, riflettere sul fatto che pensiamo e abbiamo coscienza soltanto grazie al corpo e il corpo altro non è che cibo trasformato: dobbiamo tornare allo «stato in cui il bambino non conosceva sé stesso», era un assoluto senza coscienza di sé stesso. Occorre tornare al momento in cui da bambini si accese in noi il primo indizio di consapevolezza, spogliandoci di ogni concetto, ritraendoci in ciò da cui ogni concetto si proietta. Forse, così ritratti, si comprenderà di essere come un attore che interpreta un ruolo sul palcoscenico che è l’universo.
Si torni indietro al punto in cui si entrò nella realtà, si acquisti il volto che si ebbe prima di nascere […].

E. Zolla

 

 

 

 

[-1]

 

Sola come un carattere, rimuoveva le erbe dalla pianta.

Non c’era molto da fare in quegli anni, solo, soltanto, diminuire la propria storia,

pulirsi nella zona di solitudine, insieme, per testimoniare la mancanza di guerra.

Dove andava poi, non lo diceva a nessuno. Nemmeno lei sapeva

che passi erano, che radici si fondavano su quell’incudine morbida ch’è

l’umanità.

La vedevamo. Ci vedeva lei che la vedevamo. 

E nessuno poteva dire niente.

Come se la parola fosse stata quell’erba.

Come se la sua mano l’avesse strappata, sapienza di chi scava, oggi,

Perché qualcun altro cresca.

 

 

 

 

 

 

[0]

 

L’inferno l’ha già accettato quello

Che firmi rifiutando

In domande di affetto.

Sai sputare bene.

Ma tu non sei tu e non abbiamo

Un insieme di sangue

Per andare avanti.

Andiamo qui.

Al bagno.

Che entrare in acqua per il cervello è

Svuotarsi e guardare il sole quel poco di troppo

Che te lo fa vedere poi dovunque.

 

Difficilmente vedrai più in là dei tuoi occhi. 

 

Se una vita ti torna addosso

dopo anni di insiemistica

separata

 

è solo per fare l’amore.

 

Non si ama sempre ciò che si fa.

 

 

 

 

 

 

[1]

 

Le idee non durano, ma le date e la loro rabbia

Guardano al di là del puro insetto

Del sapere.

Possiamo di più, anche se non è vero

Possiamo di più. C’è nel verbo 

La nostra

Erezione a uomini, la piega naturale del becco

È il linguaggio che prenderemo.

 

C’è chi canta e c’è chi critica chi canta.

C’è chi suona e chi ascolta.

C’è chi lavora e chi critica chi lavora.

 

Ma io continuo a pensare a te, che come il linguaggio,

quando lo vivi per strada, tra la gente,

non c’entra niente con la verità.

 

Tu, come la verità, non c’entri niente.

Ti parlo per dirti di divenire ma tu, come la verità,

non sei mai dove sei,

sei sempre accanto come il ronzio di un cavallo 

di sabbia

nella mente

cavalcando con violenza, verso la tenerezza

d’un consenso

che non lo monti.

 

 

 

 

 

 

[2]

Cara Irina,

sono profondamente colpito, e subito dopo sono completamente indifferente. Completamente = sono una completezza che non si gira perché non ha dietro, è il premio della poesia, la sua impossibile prestazione d’amore. Mi hai voluto: mi sono venduto tutta la fiducia. Mi hai avuto: me la sono ripresa. C’è un modo in cui spiattello e sparo nella distesa, nella prateria dello stile, dove posso allargarmi e parlare non a te, ma al linguaggio della tua purezza, del tuo naso, alla lingua del serpe appena trasformato in bottiglia, in naso che cola per uno starnuto. Non è forse questo, quell’amore assoluto di cui tanto chiacchieri? Non è forse uno starnuto? So che questa lettera è ferma, e lo è perché non te la darò mai. Hai avuto in pegno la mia notte, e continui, imperterrita, a non saperci fare niente. Anche il tuo nome, anche il tuo nome cambierò, perché nel cambiamento soltanto diventiamo quell’assolutezza che ora ti distrugge. Ti dicevo, semplicemente: sei andata — ora torno. Ma no: tu vuoi andare ancora. È il tuo modo di suicidarti, e lo rispetto. Ti ho detto: ti accetto, ma non ti capisco. È un disegno che si lascia invadere, è l’ascolto che fa la vita, e nell’ascolto, il non capire porta al genere più forte, al fusto duro di sostanza fibrosa, come un sedano, guarda, guarda cosa vuoi mangiare. Allora preferisco di gran lunga i piccoli animali umani alla tua altezza. La tua altezza non può che guardare in basso. È perdere il sogno. Perdere l’immaginazione. Perdere la perdita continua. Da quaggiù, pur pietosi e ingrati, sappiamo ricordarci di guardare in alto. È più faticoso alzare la testa che lasciarla penzolare in attesa di un becco, in attesa di un mondo che non verrà mai, finché non scenderai. Preferisco allora chiosarmi e non dire niente. Guardare e non toccare. Sfiorare mi avvicina alla spada che ti vedo sulle tempie. Dire, in questa lingua, è un’azione grave. È grave guardare ed è grave dire. Soltanto ascoltare vola. E tu hai perso le orecchie per credere nelle ali. Anche chi si taglia le orecchie prova piacere. Tu invece hai perso il piacere per il panico, il tremore, l’accusa. Cosa dirti? Ci corrispondiamo perché ci dimentichiamo. Per questo dopo ogni incontro il deserto mi sembra sempre pieno di fiori più attraenti di te. Tu rimani in volo, io sono solo stanco. E non c’è nessuna poesia quando si vola: c’è il vento che schiuderà laghi e montagne e boschi e navi tagliate che non vedrai mai. Una ragazza si siede accanto un vecchio. Come il vecchio la guarda, la osserva, la esplora, spostandosi, guardandole le cosce e i seni, inchiodando tutto il suo sguardo a quella creatura, è il modo in cui noi ci guardiamo. Il vecchio apprezza e la ragazza, costretta, ignora. Finché il vecchio si accorge che lo sto guardando io, senza giudizio, ma come un fenomeno della natura. E allora ritorna al suo libro, alla morte in cui è abituato ad accecarsi, e cieco apprendere che non c’è nessuna bellezza che non sia sgocciolamento, perdita, paura.

 

 

 

 

 

 

[3]

 

Lo vidi a scuola, 5 anni, egiziano.

Non parlava. Non giocava. Bramiva.

Riempiva e svuotava terra

Da una ciotola all’altra, senza fermarsi.

 

Perché lo fai? – gli chiesi.

Perché sono passato – disse, guardando.

 

Due occhi verdi di stagno e pietra.

Il fiume gli scorre contro. 

Lui svuota e riempie terra fino all’alba

Di una ferita. 

 

Poi il giorno. 

 

Perché non parli? – gli chiesi.

Chiudi lo sguardo – disse – 

 

L’errore più bello è andare avanti.

Ma il più felice, è dimenticare di stare andando.

 

 

 

 

 

 

[4]

 

Dagli le spade dagli i rami delle spade

Dagli la borsa la borsetta

E dagli le spade: qui dentro, dove le lacrime

Stringono ossa

Le spade insistono sulla loro possibilità di non essere

Quello che raccontano. Hanno un punto

Di prigione, hanno un bagno in cui

Puliscono le cose che non hanno detto

Le cose

Le cose

I padri

E le cose

Un ragazzino pulisce un tavolo senza luce

Le cose che diventi conservano una luce

Che

Il pianto offusca.

Le cose

Le cose

Conservano le cose un pianto che non gradisci: lascialo. 

 

 

 

 

 

 

[5]

 

Deve caderti addosso e riprodursi dentro.

Devo dirti una cosa.

Prima il sapere e poi la forza.

 

Trova amore all’aperto.

 

 

 

 

 

 

 [6]

 

Cara Madda,

è quella cosa lì, non quell’altra. È dove una parola va bene, ha un significato e poi non significa più niente, ma ti immagini, per una scimmia, la parola ‘banana’? Così è per me, e tu lo sai bene che quella banana con quel tuo sorriso a 700 denti mi dava la mia prima identità come poeta dal quaderno a venire. È questo: puoi dire e dare tutte le parole che vuoi, ma insomma, bisogna viverle. E qui le si vivono fino in fondo. E tu le puoi capire e le puoi contestare e le puoi definire e mettere in centri sociali o in regni di latte e sabbia o in vasche piene di piccole meduse che furono balene e che saranno un giorno balene di nuovo, dipende, come senti, e se quello che senti è vero, beh, dalla parola ‘balena’ verrà la balena vera. È questo che intendo, per autenticità. Andare in fondo al soggettivo non significa essere soggettivi. Soltanto chi non è andato in fondo alle proprie parole può dire che ci sono parole che non hanno più senso, o che sono superate. Tutte le parole servono l’uomo, l’uomo viene descritto da tutte le parole. E ciò che chiamiamo poesia è l’incontro tra una parola con l’ombrello e una parola con la pioggia, o per farla semplicemente, il bisticcio continuo tra le parole. Ora, le parole non vogliono parlare, e questo lo sappiamo. Ma c’è chi crede ancora che basti non dirle, c’è chi crede davvero, perché l’ha studiato, che occorra semplicemente rifiutare il negativo per ammettere il positivo. Lo dicevamo, credo. O forse l’ho detto solo io senza usare la bocca. Tu escludi il diavolo e il diavolo si crea. Tu escludi la donna e la donna si crea. E qui glisso. Anche se in italiano vuol dire forse sfuggire, lo uso nel suo senso: qui scivolo (perdonami allora le cadute). Lego profondamente questa situazione delle parole alla situazione femminile. No. Non di tutte le minoranze. Che è il discorso completo, quello giusto. Io non arrivo a ‘tutte le minoranze’, ancora. Ma arrivo a sentire in me questa minoranza che sono io nella donna che sta nei miei occhi e che quando vedo fuori mi attiva, mi attiva i ruoli, intendo. Anche tu mi attivi ed è bello incontrarti e avere la pazienza di vedere che parola sei diventata, sentire che in me tutto si rifiuta a quella parola, perché ti voglio banana, balena e banana, come in quegli anni in cui quelle parole si forgiarono. E sì, per davvero c’è un tempo in cui una parola si forgia e si impianta in te e allora diventa una stella e allora tu devi essere un cielo buio buissimo per farla risplendere. Ora che il buio è serenità e non fondo della bottiglia è più bello, saperlo. Ma insomma lo vedi, mentre ti scrivo vengono tutte quelle romantiche speranze alla cortázar che ballano il tango senza aver fatto nessun corso e lo ballano benissimo perché sono loro, lo ballano come si fa l’amore, come si improvvisa l’amore nel corpo suonando il respiro e la faccia, suonando la faccia, facendo una pittura orale. Volevo essere più serio ma come al solito mi aspiri verso questo ascensore di timidezza, e già non ti voglio più dire niente, voglio guardarti, ascoltarti, qui, in queste parole, in questa lettera. Donna, dicevo. C’è qualcosa che non coincide affatto tra l’idea del sapere e il modo in cui sappiamo. E quella cosa è la stessa cosa che hanno fatto alla donna, e che riproduciamo naturalmente come fossero veri capelli su una parrucca. Non coincide che sapere, e in questo caso il sapere è una parola, sia, per così dire, movimentare. Non mi interessa rassicurarmi sul fatto che “l’autentico” sia un’astrazione (astrazione viene da astro, stella…). Mi interessa che “l’autentico”, siccome esiste come parola, trovi un foglio su cui scriversi, trovi una parola con cui battersi, una stella dove finire e una stella da seguire, per capirsi. Le parole sono i fatti. Le persone sono come li guardiamo.

Ecco, quest’ultima frase la scrivevo quest’inverno, sul balzo di intuizioni buie, di affermazioni varie di un me stesso a cui chiedevo di essere me stesso (Sii me stesso, si chiamava allora questa raccolta). Poi erano passate, erano state messe nell’inventario delle frasi carine ma che non capisco proprio. Nel settore “espressioni di sé”. Ora riescono fuori, e le capisco. E le capisco perché so che tu sai cosa significa, e siccome questa lettera è indirizzata a te, e tu sei una parola, mi basta. Non ho bisogno di nessun’altra conferma. Mi piace, semplicemente, lanciarmi nelle dita e avere le onde registrate che mi portano sempre ad una spiaggia o al largo o mi lasciano a riva. Quante certezze. Fino a che la parola certezza arriva e dice “banana, balena” e allora sai che sei arrivato.

Tuo

 

 

 

 

 

 

[7]

 

Dove potrò trovare qualcuno che abbia scordato
le parole, per poterci scambiare una parola? 

Ikkyu

 

Hanno il male della nostalgia, per questo

guardano il mare. Alcuni di loro sono obbligati

a quel dolore, non riescono a respirare,

e il ricordo del paese lontano, è l’unica aria

che tollera il loro corpo. Altri invece

non hanno più neanche il corpo. 

Hanno la stessa malattia, ma per una causa

più buia: non sono mai partiti, o forse sì,

sono partiti una volta, e non son più riusciti, 

da allora, ad andar via.

 

Si ritrovano lì, uno affianco all’altro, con la stessa

infezione, di fronte alla stessa cura che gli brucia

negli occhi. Ha di questi effetti, a volte, la vista.

Guardi e ciò che vedi corrode di bellezza l’ampia

carenza, la povertà corretta con cui la vita insegna:

— non andare, ritorna.

 

Si ritrovano lì, davanti alla luce che gli urla

dall’acqua. Non riescono a sentirla.

Né, come potrebbero, sanno più chiedersi: chi sei?

Da che frequenza stai cadendo? Perché non

puoi alzarti?

 

A queste domande, l’acqua risponde per loro.

Ma la risposta fa male. Per questo guardano

e non entrano. Brucia troppo il mare per chi

naviga fuori, e annega dentro.

 

Continua