Pubblichiamo la quarta e ultima parte dell’opera poetica scritta da Andrea Franzoni, uscita a puntate su argonline negli ultimi mesi. Qui potete leggere i primi 7 componimenti di See my self. Qui, invece, potete cominciare la prima parte «dello stesso gioco».


 

 

 

 

GENTILE APPARENZA

 

SEE MY SELF

(l’imitazione continua) 

 

 

 

 

 

[8]

 

Cucina, lava, piega, riordina

e ora ripara una radio.

La vita gli è stretta e la lingua larga 

ride, come sa ridere chi soffre

la responsabilità avara della vita,

l’aver lavorato, amato, discisso e

comprato, coperto perché non si rovini.

 

Cerco in me una frase ma ci son troppi

rumori, la porta sbatte, un ragazzo riceve

una telefonata. Cerco in me una frase ma

la frase forse è questa:

 

una mosca si posa su un lato del tavolo.

 

Nient’altro.

Ora vado a fumare.

 

 

 

 

 

 

[9] Alcune informazioni per le coppie di lunga durata

 

Il poeta non esiste. È questa una delle sue più particolari caratteristiche. Questo implica da una parte che si usi della sua persona come di un personaggio da romanzo o di un elettrodomestico, ogni piccolo esserino vivente ha un’opinione, una preferenza sull’uso del poeta, e il poeta stesso, da piccolo essere lui stesso, può passare il tempo ad avere un’opinione su sé stesso, un modo preferito in cui usarsi. Dall’altra parte però l’inesistenza caratteristica del poeta è fonte di profonda scissione per la società civile (l’incivile è di per sé poetica quindi non si pone il problema), e ancor più per coloro che entrano in contatto diretto con il poeta: editori, amici, estimatori, familiari. Accade infatti che non si sappia affatto come comportarsi, quando egli dice “se mi vedi fare la rana, non ti preoccupare per me, ho evidentemente urgentemente una rana da fare”. C’è chi si aspetta che il poeta, dopo aver fatto la rana, scriva un testo. E il poeta stesso spesso ha questa protuberante attesa di efficacia. Accade però che il suo mutarsi in oggetto o colore o animale non porti invece a un bel nulla, che sia pura esperienza senza conseguenza, bella appunto come un nulla, come prendere un caffè o sentire le campane, prendere la pioggia o stappare una birra. Possiamo fare delle connessioni, ma più spesso sono connessioni senza articolazioni più importanti. Una serie di virgole senza una frase, questo è la vita di un poeta. 

Si evince da ciò che tutti in sé hanno un poeta che, da un giorno all’altro, può mettersi a saltellare, a far la cicala, o volare come una lumaca (sì, fanno anche questo). È questa la scissione profonda della società: che farne, di un essere così mutevole, embrionale, continuamente appiccicato? Due mi sembrano i casi limite: 1) quando la società riconosce il poeta,1 e lo porta allora a fare il poeta ovunque essa prevede che la poesia sia di pubblica utilità, e 2) quando una persona si innamora di un poeta. Ora, si consideri l’inesistenza del poeta. Nel primo caso c’è una società che riconosce qualcuno che per essenza non può essere riconosciuto: si può conoscere il poeta (per effetto dell’immagine fisica della persona) solo una prima volta. La seconda volta, infatti, sarà un altro, un’altra cosa, forse un’altra persona in un altro tempo, o un altro tempo in un’altra persona: e una società organizzata non può disorganizzare il proprio tempo per raggiungere il tempo del poeta, o il poeta del tempo. Il secondo caso è simile al primo, ma dalle conseguenze più nefaste: chi si innamora del poeta si fonde a qualcuno che, nel reale, non esiste. Quando lo capisce, l’innamorato non può far altro che amare — per imitazione, simbiosi — la propria inesistenza. La quale però, non esistendo, non potrà mai, nemmeno per un attimo, soddisfarlo. Solo una volta eliminato il poeta fisico di cui ci si è innamorati, si può sperare di innamorarsi del proprio poeta, il quale sarà però irriconoscibile, in tutto e per tutto diverso dal primo, e forse assolutamente non amabile, se non detestabile (spesso si odia, e non senza ragione, il proprio poeta),

Non v’è dunque soluzione: lasciato solo, il poeta morirà d’esclusione. Incluso, il poeta morirà d’inclusione. E anche l’amore, il famoso amore più forte della morte, deve ammettere presto o tardi d’esser più debole della poesia individuale. Molti sono i consigli che le coppie di lunga durata potrebbero ricavare da queste informazioni. 


1 Il limite del limite — uno dei casi più frequenti oggi — si raggiunge quando il poeta si riconosce da solo come poeta e fa il poeta per dedizione al proprio ruolo, divenendo quindi il ruolo della propria inesistenza. È un caso drammatico ma dalle cui derive si può spesso incappare in paradossi molto utili.

 

 

 

 

 

[10] 

 

                       Lenz, Lonzi, Landolfi

 

Serve un petalo di geranio per collocare lo spazio

nel proprio suono, il vuoto necessario ad essere felice.

Chissà se la bellezza aveva tutta la paura del maschio,

la voglia di morire che lo spingeva a creare, uccidere,

e nel vuoto infelice disquisire di riflessi innati nel globo,

di nascite in pensieri che non avverranno mai.

Era la loro certezza, ripetere l’economia della prigione

per pensare la libertà liberamente, liberi dalla libertà.

Ma non è bastato.

È crollato il suolo, è crollato l’accordo, il patto dei fiori

con le api venne in mano agli strangolatori del suono,

parolai, professori, viscidi innamorati della lontananza.

Avere senso è dominio – dicevano – e noi: ripetevamo.

 

Come in città serve la morte dello spazio per sognare

nella chiusura d’un palazzo, d’una stanza, d’un libro,

così in montagna servono parole a forma di piede, 

e voce d’ape in pianura per trasmettere il bacio 

paziente della vita. Ciò che fu l’infernale studio dell’esattezza 

rimpicciolì, all’altitudine esatta, di fronte al mare d’una nuvola. 

Piccolo, microscopico, il viandante disse al filo d’erba

 

         dolore è movimento,

         gioia è densità:          

                                           libertà è silenzio

 

parola è 

                     legalità.

 

Discorso è combattimento, e che tu sia sul tavolo o sdraiata

in un sogno protetto dalla tristezza, non è parlare, 

ma lasciarsi leggere dalla parola che ti guarda. 

Perché ti guarda? Non capire.

Capisci la poesia dal peso della pagina. Dal dito che la sfoglia.

Dal silenzio della carta.

 

 

 

 

 

 

[11]

 

La quinta e credo ultima: niente di quello che ho detto è vero.
Non perché non sia vero, ma perché l’ho detto.
Landolfi, La muta

 

Perdiamo tempo, come un miracolo di delicatezza.

Ricorda:

 

chi dimentica è felice

ma chi è felice dimentica.

 

 

 

 

 

 

 

[12]

questa fuga disperata verso ‘quello che non volete dire’
è una fuga al rovescio.
Cristina Campo

 

Caro, carissimo muro,

 

Qual è l’esigenza fondamentale della tua struttura? Vorrei poter dire che essa è iscritta nel tuo nome, ma c’è qualcosa che non è vero in questo, e tu sai cos’è. È quello che ti tieni dentro. Ecco. Quello che ti tieni dentro non è vero. Epperò è il muro grazie al quale tu ti tieni dentro di te. Vedi cosa fa l’affetto? Crea, sblocca le formiche murate da decenni, e le formiche iniziano a muoversi, e non appena escono c’è un piede che le schiaccia. Cos’è cambiato? Che adesso è peggio: adesso sappiamo che le formiche sono state schiacciate. Prima sapevamo che c’erano. E tanto bastava: lasciarle dentro, a ragionar di cosmologie inadatte al mondo. Le formiche, o piuttosto i topi! Sì, quei topi bianchi che si mettono le rotelle e vengono caricati a molla da un altro, per tutta la vita. Muro, dolce dolcissimo muro, mi sto stancando. Questa questione dell’alterità è falsa quanto tutta la società che ci circonda. Odiato e vile linguaggio: ci circonda? Non appena qualcosa mi circonda che faccio? Mi isolo. Mi rendo migliore o peggiore. E separato. Appena c’è l’altro, vedi, c’è l’io.

Mi fa molta molta impressione il pelo rizzato del tuo dramma. È un momento cruciale nella vita di un animale. Che fare? Essere uomo o restare pianta? Son curioso di vedere cosa farai tu, e non ho preferenze. Solo, vorrei che tu lo faccia. Vedi cosa accade a chi resta in dubbio tra due piedi, tra due strade, tra due facce, tra due lati della stessa porta. Guarda Kafka, che fine imprecisa che ci ha riservato. Guarda chiunque sia, insomma, il tuo eroe di questo tempo. Ero io, forse, qualche mese fa. Vedi come funziona tutta questa maldita letteratura. Mi identificavo in Jack e propulsavo cuori migliori. Tu ti specchiavi. Adoro. Adoro quando qualcuno si specchia su di me. Per varie ragioni: prima quella di sentirmi libero dalla mia immagine. La sensazione di aver raggiunto quella libertà così malamente chiamata morte, da cui si sorpassa la roulotte delle sensazioni. E secondo quella di non essere me, insomma, di essere un niente magnanimo in cui un altro può venire a gettare il suo secchio, e tirar su chicchi di grano o polli interi, o acqua rossa o un pezzo di mare congelato. Che hai tirato su, te? E perché si è sbloccato e poi, ora che mi hai rivisto, si è richiuso?

 

Un senso invade

Ciò che non sento

E so

Che per schiudersi

Si chiude

 

Insomma non è una colpa. Tu vivi ed è giusto così. Ma la poesia è quel che ti si incastra dentro e dentro si deve seccare, perché tu possa poi vivere, come è giusto che sia. Sì, sto ripetendo la dualità che tanto odio, ma non riesco a superare me stesso. Per questo ci usiamo, mio piccolo muro ingrato: ci usiamo per migliorare o peggiorare noi stessi. Sempre il Professor Due tant’odiato. Vorrei che il corpo avessere (sic!) una maschera neutra, di quelle alla Lescoq. Perché? Perché insomma la faccia non corrisponde mai al corpo. E neanche il corpo corrisponde mai al corpo. Lo si capisce non appena si prova a scrivere. Scrivere è avessere.

Ora, tu potrai emanare il dramma di chi non può fingere. Che è un dramma fondamentalmente femminile. Vedi la vecchia Carla cosa ne dice. O la cara Cristina. Poniamo che la struttura stessa sia la finzione. E che i nostri ruoli siano funzione della stessa. Tu, che funzione sei? Maschietto ha il porgramma del protagonismo. Non si ricorda più neanche lui perché, ma ce l’ha. Femminuccia ha il cuore epistemologico. “Mania femminile di mettere tutto nel ventre” – scrisse una volta una ragazza. Sai, non sei l’unica a tant’odiare questa baracca della letteratura. Ma che ve ne fate del vostro odio? Che autentica realtà poi operate? Guardate dal di fuori ciò che di dentro non siete riusciti a scavare. Questo è il problema. Di qui dentro t’amo e di fuori mi sei semplicemente vena d’un corpo che non capisco. Ama chi non pensa. Per questo scrivere è amare. E non scrivere…

Ho lasciato all’inizio di questa lettera ciò che volevo dire. E lo ritrovo, come sempre, alla fine. Muro, non c’è da abbattere un bel niente. Io ti amo. Ma non posso amarti costruendoti o decostruendoti. Posso amarti abbracciandoti di parole. È il mio corpo. Ed è immenso. Bisogna abbracciarli i muri, ringraziarli perché ci difendono. Ed è dalla loro stima che noi ci libriamo poi, come pezzi d’indipendenza. Indipendenza dalla vita, dal suo effetto.

 

 

 

 

 

 

[13]

 

Mio padre non è mai nato

Come la semplicità

 

È un modo di riordinare

Mentre ti tocchi

Con la punta delle

Lacrime

 

Un divieto di senso

Un fiore vicino a un fiore

 

 

 

 

 

 

[14]

Viene alla meta chi non è partito…
Quasi sempre è così.
Brecht 

 

Sdraiata sull’amaca, un braccio sulla testa

L’altro sulla gonna, sogna e guarda.

Ogni tanto si copre le gambe, che vogliono scosciare,

ogni tanto gira il capo, cerca l’ombra.

 

È bianca e rossa. Pensa che la vita sia un elemento

strano, che non c’entra molto

con l’aria

con le foglie che fremono

la luce, le cicale.

 

Ogni tanto, una mosca le si posa sulla mente.

La scaccia. È questa la vita – pensa –

— cosa c’entra?

 

Un fringuello, ancora un soffio di vento e presto

dovrà abbandonare la piscina di realtà 

per andare a mangiare.

 

Ancora un momento. 

Il peso delle palpebre. La mano che con delicatezza 

accarezza la pelle, il vestito, l’amaca.

 

È pronto! – dice la voce.

Cosa c’entra?

 

È questo – pensa – soltanto questo:

La vita non c’entra niente.

 

 

 

 

 

 

[15]

 

Cara Roberta,

 

Che fiori sono questi che ho davanti? Le cicale hanno appena iniziato e non sarà facile penetrare il silenzio del loro canto e raggiungere la sirena che in loro tace, la sirena che tace in chiunque porti in sé un rumore, una voce, un movimento.

 

“Ma ogni tanto te lo togli il mantello?” — ecco che continua, persa in Eco che la porta un po’ a caso ovunque vada, questa tua domanda. Come se potessi tornare indietro, come se il mantello non coincidesse con la pelle. Vero? 

 

Curiosamente la possibilità posta dalla semplice esistenza della tua domanda viene a scardinare ogni mia cassaforte. Non che sia dura, sì, è una cassaforte morbida come quella di tutti, una cassaforte penetrabile, non apribile, ma penetrabile. Eppure la tua domanda viene a minare con la ragion del dubbio la stessa esistenza di una cassaforte. Sì, la tua domanda è il tesoro.

 

Il fatto che io possa togliermi il mantello pone la speranza in un mondo in cui il mantello del nostro eroe interno sia deponibile. Un mondo di carità? Un mondo di rivelazione? 

 

Bisogna spostarsi, Roberta, bisogna spostarsi. Che cos’è un tavolo? Perché improvvisamente non diventa più un tavolo? Il problema è più complesso. Il problema è che è da prima della scrittura che io vivevo in un mondo scritto. È da prima del linguaggio che io vivevo nel linguaggio. Se il mantello fosse dunque la magia con cui amo spogliare gli uomini, allora forse lo potrei togliere, la sera, e deporre nell’edicola santa della differenza tra sé e gli altri, quella crostata che divide e ordina appunto la crosta, per concentrare nella marmellata il succo della verità. Una legge naturale, da una parte; ma dall’altra?

 

Vieni, andiamo dall’altra parte allora. Questo linguaggio prima del linguaggio è la menzogna fondatrice dell’uomo: la metafisica. La metafisica opera appunto come un linguaggio di intontimento durante le serate, quel drogarsi di realtà dei neonati, guarda, se li osservi, che allucinazioni che hanno. Essi sono, dunque, separati. Cioè si uniscono continuamente con l’altra parte.

 

Ascolta le cicale. Ascolta un uomo che fa una videoconferenza. Ascolta un padre che russa. Domandati cosa significa per una persona dormire accanto a qualcuno che russa. Cosa significa poi che la persona resti con il rumore e ne faccia un sottofondo per la vita, oppure che scelga il silenzio e dorma meglio e dorma con la vita, con meno uomini e più, appunto, lavoro. Più videoconferenze. Quando le cicale continuano ma le tue orecchie dimenticano di avere le orecchie e come un neonato spari in cielo l’ampiezza che ti porti addosso, dentro.

 

Forse è un problema di fuori, allora. Forse dipende tutto da come trattiamo il fuori. Se ci creiamo un fuori stretto, se adibiamo l’ampiezza alla sola banalità della natura: l’ampiezza è in montagna e nel mare e sulla collina e in aereo. E se fosse invece per strada, in quella stessa strada dove crei la mappa dei tuoi spostamenti? Se il silenzio delle sirene scintillasse quando sentiamo male? C’è qualcosa tra il sentire male e l’avere accesso al regno della parola. Uno capisce cos’è una parola quando la sente male, insomma, non è possibile che una cosa così definitiva come una parola si possa sentire senza cicale, che una cosa come la voce dell’esistenza si possa sentire senza un assordamento fondamentale.

 

Diciamocela tutta. Primo: l’assordamento è quell’allucinazione prenatale che ci rende vivi: vivo è chi comincia e ricomincia a vivere, non chi ci si abitua. Secondo: non volevo parlare di questo. 

 

Volevo chiederti: sei tu il mio mantello? Cosa accadrà quando ti toglierò da me, da questa lettera, da questo linguaggio? E con che mantello ti coprirai tu, leggendola? Possiamo essere l’uno il mantello dell’altro?                

 

Volevo chiederti: com’è possibile amare dopo che si è amato? Com’è possibile restare visibili dopo che qualcuno ti ha guardato? Essere qualcuno, dopo che qualcuno ti è stato? 

 

Ecco il silenzio si dissolve in uno sbadiglio mattutino. Fra fresco. Siamo in vacanza. La videoconferenza diventa una conversazione amichevole, il canto delle cicale ritorna chiasso, e nella casa dove rientro un bambino mi chiede: “mi sono svegliato all’ora giusta?” Ecco, forse questa è la risposta.

 

 

 

 

 

SEE ME STESSO

 

“Quando una cosa è rotta e non serve più il suo
scopo, non cambiare la cosa: cambia lo scopo”
All’in-circo.

 

Metti sotto gli occhi 

La carne del daino:

 

L’arte vuole da te

Che tu sia un albero:

 

Taglia l’albero.

 


la fine del libro la trovate qui