[Salutiamo Luis Sepúlveda, che è morto oggi 16 aprile a Oviedo in Spagna per complicazione dovute al Coronavirus, ma rimarrà vivo ancora a lungo nella nostra memoria grazie alle sue opere conosciute in tutto il mondo, pubblicando un suo articolo sul Cile, che Valerio Cuccaroni ha tradotto per il numero di dicembre 2019 del mensile Le Monde diplomatique – il manifesto. Ringraziamo per l’autorizzazione la responsabile dell’edizione italiana del Diplo, Geraldina Colotti, segnalando una sua intervista al grande scrittore, che fu pubblicata su «Il manifesto» il 31 dicembre 2015 e che inizia così: «Luis Sepúlveda non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista, ha al suo attivo una vasta produzione letteraria che riflette la lunga stagione d’impegno e d’avventura. Nipote di un anarchico andaluso fuggito in Sudamerica per evitare la pena capitale, ha fatto parte del Gap, la guardia personale del presidente cileno Salvador Allende.» Per continuare a leggere l’intervista, cliccare qui. Il collettivo di Argo]

Cile, l’oasi prosciugata

di Luis Sepúlveda

Era l’inizio di ottobre, qualche settimana prima dell’esplosione sociale che ha scosso il Cile lungo tutta sua strana geografia. Un’esplosione che, alla fine di novembre, si è tradotta in più di venti morti, centinaia di mutilati, migliaia di feriti, un numero imprecisato di detenuti, episodi di tortura, violenze sessuali e innumerevoli atrocità commesse dalla polizia e dalle forze armate. Appena prima di questa sollevazione, il presidente cileno Sebastián Piñera si era espresso sulle agitazioni che scuotevano il resto della regione. Aveva presentato il Cile come un’«oasi» di pace e di tranquillità in mezzo alla tempesta.

Non era la presenza di un’acqua particolarmente dolce, né di palme dalla chioma esuberante, che caratterizzava questa «oasi», ma le barriere apparentemente insormontabili che la cingevano. I cileni si trovavano dal lato buono di questo recinto, costituito da una singolare lega: economia neo-liberale, assenza di diritti civili e repressione. I tre metalli più vili.

Prima che la folla oscurasse le strade cilene nelle ultime settimane, gli economisti e i dirigenti politici che si aggrappavano al credo «meno Stato, più Mercato», come a un salvagente, spiegavano che in Cile si era verificato un miracolo. Quasi per partenogenesi. Leggevano la prova irrefutabile di tale miracolo nelle cifre della crescita e nelle statistiche applaudite dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale.

Ma non per tutta la popolazione questo era un piccolo paradiso australe. Non prendeva in considerazione tutta una serie di dettagli apparentemente tanto soggettivi quanto il diritto a un salario giusto, a pensioni decenti, a un’educazione pubblica di qualità, a un sistema sanitario degno di questo nome. Non si interessava molto al diritto dei cittadini di decidere il proprio destino, al posto di essere relegati alla sola funzione di inghiottire le cifre macroeconomiche di cui il potere si dedica a ingozzarli.

L’11 settembre 1973, un colpo di Stato travolse la democrazia cilena [1]. Una dittatura brutale s’insediò a Santiago, dove si mantenne per sedici anni. Non aveva l’obiettivo di restaurare un ordine minacciato, o salvare la patria dalla minaccia comunista: il progetto che ha motivato il colpo di Stato era quello di mettere in atto i precetti dei guru del neoliberismo, diffusi da Milton Friedman e dalla scuola di Chicago. Si trattava di instaurare un modello economico di tipo nuovo, che avrebbe generato a sua volta un nuovo tipo di società. Un mondo costretto al silenzio, dove la precarietà sarebbe stata la norma e l’assenza di diritti la regola. Un mondo dove i fucili si sarebbero incaricati di assicurare la pace sociale.

Il dittatura civile-militare ha raggiunto i suoi obiettivi. Li ha iscritti in una Costituzione il cui testo consacra il modello economico instaurato con la forza e lo erige a modello del paese. Nessun’altra nazione latino-americana si è dotata di una bussola altrettanto fedelmente allineata sul benessere di una minoranza, a dispetto del resto della popolazione.

Con il «ritorno della democrazia», o, per meglio dire, la «transizione cilena alla democrazia», a partire dal 1990, le regole del gioco non cambiano. La Costituzione della dittatura è ritoccata senza modificarne l’essenza. Tutti i governi di centro sinistra e di destra che si sono succeduti si adoperano per mantenere il sacrosanto modello economico, nonostante la precarietà infesti fasce sempre più ampie della società.

Se, durante un pasto, ci sono due persone e due dolci, da un punto di vista statistico, si consuma un dolce a testa. Anche se uno dei due mangia tutto, senza lasciare nulla all’altro. Ecco l’abile raggiro che permette al Cile di presentare il suo modello come un successo: non propriamente una dittatura, non propriamente una democrazia, si assicura la sopravvivenza grazie alla repressione e alla paura.

Uno degli uomini più ricchi del mondo, Julio Ponce Lerou, ex genero del dittatore Augusto Pinochet ed erede, per ordine del generale, di un impero economico costruito privando i cileni di ciò che apparteneva loro, ha versato immense somme di denaro alla maggioranza dei senatori, dei deputati e dei ministri affinché proseguissero servilmente nelle privatizzazioni. Quando la società civile l’ha scoperto, lo Stato ha risposto in due tempi: ha suggerito che criticare questi fatti equivaleva a mettere fine al «miracolo cileno»; ha organizzato la repressione dei manifestanti.

In Cile l’acqua appartiene a una manciata di multinazionali. Tutta l’acqua. Quella dei fiumi, dei laghi, dei ghiacciai. Quando delle persone sono scese in strada per protestare contro questa situazione, lo Stato ha avviato la sola forma di dialogo che tollera: quello che risponde alle rivendicazioni popolari con le manganellate.

La stessa cosa quando la società si è mobilitata per difendere il patrimonio naturale minacciato dalle multinazionali della produzione di elettricità; quando i liceali hanno reclamato un’educazione pubblica di qualità, libera dal monopolio del mercato; o quando gran parte del paese ha difeso il popolo mapuche, sistematicamente oppresso. Ogni volta, lo Stato ha dato la stessa risposta: reprimere e affermare che i manifestanti minacciano il miracolo economico cileno.

La pace dell’oasi cilena non è andata in pezzi solo a causa di un aumento del prezzo della metropolitana a Santiago. Essa è stata erosa dalle ingiustizie commesse in nome delle statistiche macroeconomiche. Dall’insolenza dei ministri che consigliano alle persone di alzarsi prima per risparmiare sul costo dei trasporti pubblici [2]; di quei ministri che, di fronte all’aumento del prezzo del pane, consigliano di comprare dei fiori perché almeno questi non sono aumentati; di quei ministri che invitano a organizzare delle serate di bingo nella speranza di raccogliere fondi per riparare il tetto delle scuole che il primo acquazzone allaga.

La pace dell’oasi cilena è andata in pezzi perché non è affatto giusto terminare gli studi universitari gravati da un fardello di debiti che per essere rimborsati richiederanno quindici o vent’anni.

La pace dell’oasi cilena è andata in pezzi perché il sistema delle pensioni si trova nelle mani di imprese vampiresche, che investono i fondi che raccolgono sui mercati speculativi e fanno pagare le perdite che registrano ai pensionati, gente comune a cui versano pensioni da fame, calcolate sulla base di una valutazione macabra del numero di anni che le restano da vivere.

La pace dell’oasi cilena è andata in pezzi perché, al momento di scegliere la società che gestirà il fondo di investimento per la pensione, il lavoratore, l’operaio, il padroncino deve tenere presente il modo in cui è stato messo in guarda dalle autorità: «La maggior parte della tua pensione dipenderà dall’intelligenza che avrai dimostrato piazzando i tuoi risparmi sui mercati finanziari.»

La pace dell’oasi cilena è andata in pezzi perché la maggioranza delle persone ha cominciato a dire «no» alla precarietà e si è lanciata alla riconquista dei diritti che aveva perduto.

Non esiste ribellione più giusta e più democratica di quella che scuote il Cile.

I manifestanti esigono una nuova Costituzione, che rappresenti l’insieme della nazione, in tutta la sua diversità.

Essi esigono che si annulli la privatizzazione dell’acqua e del mare.

Essi esigono il diritto di esistere, e di essere considerati come i soggetti attivi dello sviluppo del paese.

Essi esigono di essere trattati come cittadini, non come l’ultima ruota del carro di un modello economico condannato al fallimento per la sua disumanità.

Non esiste ribellione più giusta e più democratica di quella che scuote il Cile.

E non esiste repressione, per quanto dura e criminale sia, che possa ostacolare un popolo che si solleva.

[1] NdR. Si legga «Quarant’anni fa, il colpo di stato contro Salvador Allende», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2013

[2] NdR. I biglietti della metro costano di meno al di fuori delle ore di punta.

(Traduzione di Valerio Cuccaroni)