Di insetti volanti, consegne e dubbi. Quindicesimo appuntamento con Mixis.

È nel ronzio costante, nel gesto immediato che cancella il peso dei dubbi, che il breve ma incisivo racconto di Elisa Ciofini[efn_note]Nata a Bologna, classe 2000, nei diciotto anni finora a lei concessi non ha potuto ottenere molto più di qualche premio e tanti rifiuti. Innamorata della letteratura antica e sposata con la narrativa breve, ha pubblicato su inutile e in un’antologia di Historica Edizioni. È redattrice ed editor del sito Giovani Reporter. Intanto, nell’attesa di crescere e imparare ancora un po’, passa le giornate a progettare, scrivere e, a volte, cestinare le proprie idee. Da poco collabora con Argo.[/efn_note] incontra la tecnica mista di Serena Jajani. Una contaminazione di carta, inchiostro, pennelli digitali e supporti analogici, che si fa groviglio inestricabile dell’attimo interrotto.

LA MOSCA
Se avesse potuto l’avrebbe uccisa. Il corpicino nero nero strisciava lungo la parete umida, porosa, e la lucida trasparenza delle ali ne rendeva maggiormente visibile la forma. Era proprio quel colore intenso a infastidire di più, a rendere la viscida creatura una macchia incancellabile e innaturale, una piccola voragine vagante, come un puntino d’inchiostro scuro stampato per sbaglio su una foto a colori.

Era da più di un quarto d’ora che percorreva lo stesso identico tragitto nell’aria senza mancare una sola tappa: dal soffitto spiccava il volo, roteava intorno alla lampada, finiva per sbatterci e, disorientata, tornava alla parete. Continuava, imperturbabile, a scottarsi sulla polvere di quella luce bianca e a cercare dopo di riassettarsi il pelame, sfregando ossessivamente le zampine contratte e setacciando con la bocca quello strano pavimento che in realtà era il soffitto: è la stupidità della mosca che la rende così repellente, e la totale mancanza di senso nella sua esistenza disturba almeno quanto il suo martellante ronzio.


Il garage era desolato, ma pieno di automobili costose. I minuti sembravano non passare mai. Ci incontreremo là alle nove in punto, gli era stato detto, e lui non aveva sgarrato di un secondo, era da anni che svolgeva il servizio. Il compito era semplice, doveva solo consegnare un pacco e andarsene via senza dir nulla a nessuno. Non si era mai chiesto cosa il pacco contenesse o a chi fosse diretto, né doveva farlo.

A lui però non piaceva la consegna, pure altre volte aveva meditato il proposito di opporsi, ma la pigrizia aveva sempre avuto la meglio, in fondo era implicato in quell’operazione da così tanti anni… E poi aveva anche una moglie, dei figli, e non se ne era accorto bene nemmeno lui di come fossero realmente andate le cose e di come fosse finito a trovarsi lì, in un garage pieno di automobili di lusso.

– Eccola, la stavamo aspettando – una voce tuonò, rimbalzando sulle pareti di cemento armato – Immagino che abbia con lei il nostro pacco.

Si avvicinò alla voce misteriosa con le mani leggermente tremanti. Stava sudando freddo. Un pensiero vertiginoso lo invase; lui era una brava persona, o almeno una persona normale, con una famiglia sulle spalle, cosa ci faceva in quel posto? Era un uomo onesto, e la sola idea di poter avere fra le mani della sporcizia gli provocava una tale ripugnanza che non avrebbe più potuto tollerare. Doveva liberarsene e lo avrebbe fatto adesso, davvero.


– La ringrazio molto. Ora torni pure a casa ma, mi raccomando, prenda l’uscita posteriore. Ci rivedremo per la prossima consegna.

Il pacco era scivolato da una mano all’altra senza che nessuno vedesse, sentisse, parlasse o si rendesse conto di niente.

La mosca, dopo l’ennesimo tentativo di lotta contro la lampada, cascò, esanime.