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Sergio Kalisiak illustra il racconto di Riccardo Bartoletti | Mixis #10

Spazzatura, religioni e anime parlanti. Decimo appuntamento con Mixis.

È nello spazio biografico di chi sceglie cosa essere, che le atmosfere “accumulative”, divaganti, delle diapositive raccontate di Riccardo Bartoletti si fanno immagine oscura e iconica attraverso l’illustrazione di Sergio Kalisiak.

«Le alette di pollo di quel nuovo supermercato vicino alla stazione sono le migliori che abbia mai assaggiato negli ultimi quindici anni. Comunque voglio dire, esiste qualcosa di più buono delle alette di pollo? Rappresentano quello che gli indiani del Guyarat chiamano Poornata, la Perfezione. Non è qualcosa che puoi individuare a priori, la perfezione.
Però l’essenza dell’aletta di pollo, l’anima sotto la pelle abbrustolita, quella è la perfezione, quello è il Poornata. Una volta provai a spiegare il concetto dell’aletta di pollo intesa come poornata a Dan Quayle, il vicepresidente di Bush padre, ma lui mi confessò di essere vegetariano da almeno venti anni, da quando sua moglie Melly, o Marylin, lo aveva lasciato per un cazzo di santone africano capo di una congrega che adorava il DioM’butzu.
Gli dissi che non esisteva nessun Dio M’butzu nella mitologia africana, e io conosco almeno i tre quarti delle divinità esistenti. Quel santone si era probabilmente inventato qualche stramaledetto modo per portarsi a letto un po’ di donne tra cui la moglie del vicepresidente americano e ci era riuscito.
Ma Dan è uno stupido osso duro, è stato il più giovane Senatore degli Stati Uniti d’America e quelle cose lì, ma la storia del santone lo aveva talmente scioccato da farlo diventare vegetariano non appena gli recapitarono via posta prioritaria direttamente dal Kenia l’avviso di divorzio. Cazzo, un vicepresidente cornuto che viene mollato via posta dalla moglie fuggita con un santone finto del Kenia! Così era diventato vegetariano e aveva cominciato ad appoggiare le più importanti battaglie ecologiste del Nuovo Millennio, niente più termometri col mercurio e OGM nel piatto, il Rinascimento dell’Anima, lo chiamava, scorciatoie hippies talmente strampalate da far saltare sulla sedia qualsiasi Repubblicano medio, figuriamoci Bush padre. Voglio dire, lui che aveva imbastito tutta la prima campagna presidenziale sullo stereotipo dell’americano col cappello da cowboy ora si trovava accanto un vicepresidente che mangiava solo verdure e ai buffet delle riunioni di gabinetto obbligava i catering a sostituire il latte normale con quello di soia. Ma di cosa cazzo stavo parlando? Ah sì, delle alette di pollo. Ne vuole una? Senti, possiamo darci del tu?».

«Ho vissuto i miei primi diciotto anni con mia madre proprio in questa casa, a Portersville, due palazzi e un incrocio nello Stato della Pennsylvania a nord di Pittsburgh. Dio quanto ho odiato da piccolo la Pennsylvania. L’hai mai vista su una cartina geografica, la Pennsylvania? Aspetta, dovrei averne una qua, sotto la poltrona, tieni questa lattina per favore… ecco, la cartina della nostra America.
Che poi voi europei chiamate “America” tutto il nostro Continente sempre senza specificare un cazzo, cosa vuol dire “America”, qualche volta ci infilate dentro pure il Canada, è come se io dicessi “Europa” pensando anche alla Turchia, capisci cosa intendo?
Ci sono una marea di Stati solo nell’America del Nord, poi ci sono i rivoluzionari del Centro e tutto il Sud che Dio solo sa cosa sta succedendo laggiù, hai visto il Venezuela? Laggiù si sparano veramente, mica come a Pittsburgh, dove ogni tanto un ragazzino tira due fucilate per sbaglio a un uccello sul filo dei panni e subito si grida al terrorismo.
Comunque guarda qua, questa è la Pennsylvania, siamo ad uno sputo da NewYork, la Grande Mela, che Dio l’abbia in Gloria. Due anni fa è venuto qui l’ex Primo Ministro cinese, Li Peng, o Peng Li, non ricordo mai, e mi ha detto che nelle scuole cinesi tutte le città americane hanno nomi cinesi. Pazzesco, vero?NewYork è Niǔyuē, Los Angeles Luòshānjī, che significherebbe “il Sole che muore”, perché è a ovest, capisci? Il Sole nasce ad est e muore ad ovest, è così in tutto il mondo. E Philadelphia, gli ho detto? Non la conosceva. Cristo, Philadelphia, in Pennsylvania, capisco che è uno Stato del cazzo ma voglio dire, ci hanno anche girato quel film con Tom Hanks, conosci Tom Hanks, gli faccio. Non conosceva nemmeno Tom Hanks. Cazzo, sei un ex Primo Ministro cinese e non conosci Tom Hanks, ma come vi scelgono a voi in Cina? Almeno Bruce Springsteen lo conoscerai, chiedo, e gli sillabo il nome: Bruuuuce Spriiiingsteeen, ha scritto la colonna sonora del film, guarda, mi ci sono fatto anche una foto insieme quando è venuto qua, allora prendo la foto che è lì, sul mobile della televisione, la vedi? Quella lì, esatto, prendo la foto, gliela faccio vedere e gli dico: questo è Bruce Springsteen. Lui stringe la foto, se la rigira un po’ fra le mani, guarda me, poi la foto, mi indica e se ne esce con un: Bruuuuuce Spriiiingsteeen. Cazzo, due mesi dopo lo avevano arrestato per corruzione e detto fra me e te hanno fatto bene. Comunque la Pennsylvania è uno Stato del cazzo, lascia la foto e prendi la cartina, eccolo, lo vedi?
Che poi è come se noi fossimo un po’ cugini, insomma, parenti quasi, l’America è un popolo meticcio, fatto da olandesi, inglesi, italiani, africani, gli unici americani veri li abbiamo messi in un bel recinto e mascherati da attrazione per i rodei. Cristo che storia quella degli indiani, dei nostri indiani, dico. E i popoli del centro America, coi loro riti sanguinari sterminati da un raffreddore qualunque? Ha fatto più morti il vaiolo della baionetta. Lo sai che Shitala Devi, una delle divinità dell’Induismo, è associata al vaiolo? Anche Sopona, della religione del popolo Yoruba. Ci sono almeno sette divinità al mondo associate al vaiolo, e noi ci siamo preoccupati per anni di Bin Laden, pace all’anima sua. A Pittsburgh lo avrebbero accolto a braccia aperte. Viene a radere al suolo tutto, vieni a buttare giù questa città del cazzo che sembra costruita da un cinese ubriaco. Gli avrebbero noleggiato gli aerei, a BinLaden, per radere al suolo Pittsburgh, ne sono sicuro».

«Mia madre faceva la cameriera da Donald’s,gran posto, mi ci portava tutti i Martedì a mangiare frullato di banana e biscotti ripieni di burro d’arachidi. Me li serviva Agatha Mellys, una cameriera tutta tette che quando si sporgeva dal bancone mi faceva vedere il paradiso. Mia madre ha lavorato lì per trentacinque anni. Trentacinque cazzo di anni, capisci, a servire birra a camionisti ubriachi che cercavano di violentarla tutti i finesettimana.Uno di quei camionisti alla fine ce l’ha fatta ed è diventato mio padre, ma dopo il parto non si è più fatto vedere, spero si sia schiantato in qualche foresta del Nebraska. Comunque, sono cresciuto con mia madre e fino all’età di venti anni credevo che il vecchio Donald fosse mio nonno e Agatha mia zia. Vieni dalla zia Agatha, mi diceva con quelle tettone che sballonzolavano, vieni dalla zia Agatha, cosa cazzo deve credere qualcuno quando gli dici così? Che sei sua zia, semplice. La verità la scoprii al funerale del vecchio Donald, di ritorno dall’Europa, quando vidi i suoi parenti ricevere baci e abbracci e nessuno che veniva a consolarmi. Lì capì che gli adulti sanno essere crudeli, e che non vale la pena vivere una vita dentro le regole».

«Oh, certo, c’è questo discorso della spazzatura. È la prima domanda che fanno tutti quando arrivano qua: ma come fai a vivere in mezzo a questo casino? E la seconda è: tutta questa spazzatura l’hai prodotta tu? La risposta alla seconda domanda è sì, tutta la merda che vedi in questa stanza e nelle altre cinque della casa l’ho prodotta principalmente io negli ultimi venti anni della mia vita. Sono sei stanze che ricordano i Sei Continenti del Mondo. L’idea me l’ha data Bob Geldolf a metà degli anni Novanta. Io non avevo ancora quarant’anni e ti assicuro ero lo stronzo più stronzo che potessi incontrare nella tua vita. Il mio primo incontro con la spazzatura è stato da piccolo, quando mia madre mi lasciava a casa e se ne andava a lavorare da Donald’s. Non fare danni, diceva, e se hai fame il frigo è pieno di cibo. A quindici anni non è che te ne intendi molto di noveulle cousine e ingurgiti quello che ti capita sottomano. La mia vita, sopratutto il mio cibo, si accumulava fuori e dentro di me ad una velocità impressionante. Riempivo sacchetti tutti uguali di diversi colori per favorire una raccolta differenziata che all’epoca in Pennysilvania era all’avanguardia e non chiedermi perché. Di giorno smistavo spazzatura nei differenti sacchetti e la sera mia madre controllava se avessi svolto diligentemente il mio lurido compito, l’unico che riuscissi a sbrigare con una certa solerzia. A scuola per esempio ero un disastro, discutevo con tutti, professori e compagni, e su tutto. La scoperta dell’America? Chi ci racconta che sia andata così? La matematica? La scienza più religiosa fra tutte le scienze. Mia madre viveva nella disperazione più nera perché il suo unico figlio era, ed è, a tutti gli effetti e senza possibilità di errore, una emerita testa di cazzo. Il ragazzo è molto intelligente ma non si vuole applicare, le dicevano. Tutti mi chiedevano ossessivamente cosa avessi voluto fare da grande e io non sapevo rispondere. Cosa voglio fare da grande, replicavo Perché nessuno mi chiede cosa voglia essere, da grande? Fare cose è molto semplice, costruire palazzi o scavare fondamenta per i ponti d’America. Ma essere qualcuno è molto più difficile. E nessuno mi chiedeva dove volessi mettere la mia anima, forse perché avevano paura della risposta.
Poi un giorno il preside mi spedì dritto a casa perché avevo tirato dietro il libro di geografia a Mrs. Dobliff, l’insegnante di storia. Mia madre non poteva venirmi a prendere e allora mandò il vecchio Donald che era in giro per qualche visita medica. Dissi che era mio nonno e mi lasciarono uscire. Il vecchio Donald mi parcheggiò a casa sua, una villetta monofamiliare vicino al vecchio zuccherificio. Io devo ancora finire i miei giri, disse, se ti va leggiti qualche libro. Uscì e mi lasciò dieci dollari per le emergenze. La sua casa puzzava di una dignitosa solitudine. I muri piangevano, in quella casa. C’erano appese le foto dei figli, Michael e Janet, che vivevano chissà dove a fare chissà cosa e non si presentavano mai per saldare il loro debito di figli ben cresciuti. C’erano le foto del signor Donald e di una moglie che non c’era più da molti anni prima al mare, poi sui laghi, con bellissimi abiti da cerimonia e lungo un crinale che sembrava non avesse fine. Quelle foto erano il mondo interiore del signor Donald. Passeggiare in quella casa dava l’impressione di essere visitatori segreti di un museo che non avrebbe mai aperto le sue porte al pubblico. La stanza che cambiò la mia vita era la sala da pranzo. Un grande tavolo al centro, un divano blu ad angolo, nessuna televisione ed una immensa, gigantesca, faraonica libreria. Non avevo mai visto così tanti libri in vita mia, neanche nella libreria della scuola. I libri esposti trattavano esclusivamente argomenti spirituali. Mia madre mi spiegò poi che alla morte della moglie il signor Donald aveva perso la testa per qualche mese e si era fatto venire l’idea di prendere i voti e diventare seguace della Chiesa del Cristo Redentore. Poi i figli gli avevano fatto una doccia fredda con acqua e sensi di colpa e lui non ne aveva fatto più nulla. Però in quei mesi aveva letto e studiato tutti quei libri. La Bibbia, certo, e il Corano, come no. Poi i testi sacri dell’Induismo, del’Ebraismo, diverse edizioni del Popol Vuh delle civiltà del centro america, dissertazioni su dèi antichi e divinità minori. In quella libreria c’era tutto ciò che di spirituale l’Uomo avesse prodotto nei suoi diecimila anni di storia. Trascorsi quel pomeriggio saltando da un libro all’altro degli scaffali, proprio come un ragazzino in pasticceria incapace di scegliere tra un bignè alla crema e un croissant al cioccolato. Quando il vecchio Donald tornò mi trovò sul tappeto della sala da pranzo arroccato in un castello di libri. Mi guardò e sorrise, lo sapevo, disse. Da quel giorno barattai una condotta un po’ meno eccentrica con la possibilità di far visita al vecchio Donald quando volessi. Uscì dalla scuola con una sola bocciatura e diversi calcio in culo. Mrs. Dobliff godette nel sussurrare a mia madre che suo figlio sarebbe diventato di certo una schifosa nullità. Lei non batté ciglio, ma quella notte la sentì piangere nel buio pesto della sua piccola camera da letto comprata a rate».

«Se sei qua, probabilmente il resto della mia vita dovresti averlo letto su quel libro appena uscito, TrashGod, la mia autobiografia non autorizzata. Dopo la scuola sono fuggito a Miami, dicendo a mia madre che riuscivo a mantenermi facendo il cameriere. In realtà spacciavo droga, roba pesante, gli anni Settanta sono stati duri per molti di noi, tanto che un tizio ci ha lasciato la pelle e le palle e sono dovuto scappare in Nicaragua dove i sandinisti stavano facendo un gran bel casino. Lì ho conosciuto Lady Sanders e il suo denaro mi ha fatto comodo per un po’, fino a farmi arrivare in Europa, in Francia, e poi di nuovo in America, e poi di nuovo in Europa e da lì nell’est del mondo,dove sono diventato ciò che sai, una delle più grandi autorità in religiose di questo nostro stramaledetto pianeta. Tutta questa spazzatura nella quale sono immerso, le stanze di questa casa riempite del peggio dei Sei Continenti del mondo, non sono altro che il negativo della bella foto di famiglia che abbiamo scattato per ingannare noi stessi. La spazzatura che infetta il nostro povero mondo è il diavolo del ventunesimo secolo e nessun esorcismo sarà mai tanto potente da farla scomparire nel nulla. Allora io ho deciso di mostrare Satana, il demonio, di viverci dentro, di renderlo parte di me. E le persone mi amano per questo.
Spazzatura eri e spazzatura ritornerai, nessun peccato originale da poter assolvere con quattro parole, solo l’orribile consapevolezza che questa merda l’abbiamo creata noi per sguazzare in uno stile di vita impossibile da sostenere. Bisogna morire per poter rinascere, ricorda, bisogna mostrare il male, anche il proprio male, per sapere riconoscere il bene. E questo è quello che faccio. Di ritorno dall’est del mondo, con una folle consapevolezza interiore, ho cominciato con qualche curioso, venivano qua e immersi nella spazzatura facevamo la cosa più difficile del mondo: parlare. Forse tutto questo casino gli manda in pappa il cervello, niente più filtri, niente più sovrastrutture, solo l’irrefrenabile desiderio di dirmi tutta la verità. E questo irrefrenabile desiderio colpisce anche me di fronte a una storia, a un dubbio, a una richiesta, e non posso fare altro che dire ciò che penso, ciò che secondo me ognuno dovrebbe fare per sentirsi al meglio con se stesso. Registro i miei pensieri su queste musicassette che mi ha regalato uno degli ultimi indiani d’America e le dono a chi mi sta davanti. I curiosi sono diventati sempre di più, e da lì si è passati alle celebrità, ai nomi noti, ai famosi. Dice il mondo fuori da qui che c’è più verità sulle etichette delle mie lattine di Pepsi che in tutti i libri sacri delle religioni monoteiste.
Chiamano quelli che mi seguono “trasher”, suona bene.
Non so se è vero quello che dicono, di certo qua dentro non ci sono re e regine, santi o imperatori, ma solo un vecchio uomo che se ne sta seduto su una montagna di spazzatura a sparare le sue cazzate.
Ma basta parlare della mia storia, il resto lo leggerai sul libro.
Dimmi di te, cosa vuole raccontarmi la tua anima?».



         

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