[In occasione della presentazione di Sfido a riconoscermi, pubblicato da Angelo Guglielmi per le edizioni La nave di Teseo, divulghiamo un’anteprima dell’opera, per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore, che ringraziamo. Nella sua Premessa, che riproduciamo in gran parte, Guglielmi, protagonista di una delle stagioni più floride della letteratura e della critica italiane (quella del secondo Novecento), spiega le ragioni che lo hanno spinto a scrivere questo «libro conclusivo», in cui ha raccolto alcuni suoi «racconti sparsi» e tre saggi su Carlo Emilio Gadda. Perché, dunque, scrivere un «breviario laico» come Sfido a riconoscermi? Scopriamolo insieme. (Valerio Cuccaroni)]

Angelo Guglielmi, Sfido a riconoscermi (La nave di Teseo, Milano 2019)

Premessa

Perché ho deciso di rendere pubblico un libro conclusivo. […]

Uno dei motivi è una certa urgenza autobiografica: io non ho mai scritto di me, ho in odio l’autobiografia ritenendola il male degli ultimi trent’anni della narrativa italiana, ma sento il bisogno di esternare alcuni ricordi della mia vita di bambino e di adolescente, che per la loro diciamo singolarità sono decisivi per dare il giusto significato alla performance, le incertezze e i fallimenti della mia vita di adulto. Giacché molte cose non tornano nella mia vita, e ciò che pare certo diventa pericolante né impedisce esiti finali indesiderati. Forse il contenuto di quei ricordi ci fornisce qualche luce di chiarimento.

Di quei ricordi non avevo parlato nemmeno ai miei familiari (ai quali qualche volta se mi era capitato di accennarne era per vanità o autodenigrazione utile). Anche per questo mi è parso
quasi doveroso raccontarli dettagliatamente senza infingimenti né per gli aspetti di singolarità positiva né per gli altri (vergognosamente) negativi.

Così nascono i “racconti sparsi” con i quali intanto mi provavo nella narrazione (tentativo in cui mi ero già avventurato da adolescente – e subito abbandonato) e poi per sperimentare un modello che pensavo potesse valere per l’intero libro (che volevo fosse costruito con pezzi possibilmente brevi associati liberamente l’uno dietro l’altro).

Per quanto riguarda la prova di narrazione, rileggendo quei venti o venticinque “racconti sparsi” che avevo buttato giù, mi accorgo, ripetendo la convinzione di una volta, che la partita mi trova sconfitto: quei racconti sono letterariamente brutti e so perché.

Perché scrivo con sincerità di una realtà realistica (già accaduta) – e la realtà è per se stessa pesante e/o brutta mentre la letteratura (non dimenticare mai Manganelli) è fatta di visionarietà
e bugie.

Per l’inserimento del modello mi convinco che è la cosa giusta. Volevo scrivere un libro che non costringesse a una lettura continuata (dalla prima all’ultima pagina) ma che a ogni apertura di pagina (che sia la seconda o la centesima) il lettore trovasse qualcosa di rapido e di interessante da leggere inducendolo a continuare e aprirlo in un qualsiasi altro punto ritrovando la stessa sensazione (o motivo) di interesse (e di curiosità). Un po’ come un libro di sentenze (brevissime, brevi, contenutamente lunghe o più lunghe) costituito di essenziali ricordi autobiografici, giudizi e considerazioni sulla letteratura italiana da metà del secolo scorso a oggi, sulla televisione, sul cinema, sulla politica (che erano i quattro ambiti in cui mi ero impegnato nella mia lunga carriera di lavoro). Il risultato cui ambivo è che anche quei giudizi e considerazioni apparissero (imitandone la forma) altrettanti “racconti sparsi” tali essendo per il carattere di brevi o più lunghe narrazioni, lampi e intuizioni in cui si sviluppavano.

Dunque un piccolo breviario laico, da prendere e abbandonare all’occasione, libero da intenti pedagogici e parenetici, che ambisce aprire sguardi (squarci) su chi scrive (di migliore riconoscimento), sulla narrativa e in parte poesia contemporanea italiana degli ultimi settant’anni (ma non con intenti panoramici ma puntando sugli autori che chi scrive ha amato o ritenuto di particolare rilevanza – e assieme a lui la parte più pensosa della sua generazione), sulla televisione (limitatamente al suo essere “un linguaggio”), sul cinema (sottolineando gli aspetti decisivi del “neorealismo”), sulla politica (come servizio pubblico).

C’è infine un ultimo motivo (piccolo e forse non riuscito) che mi ha indotto a scrivere questo libro e cioè sfatare il convincimento che dagli scrittori dell’avanguardia storica o/e neoavanguardia – che sia T.S. Eliot o Edoardo Sanguineti – meglio tenersi lontani perché incomprensibili. Non è vero, ma è vero che questi scrittori (e tutti i grandi scrittori di gran nome appartenenti al Novecento – al ventesimo secolo – scrivono in una lingua diversa – non lineare e indifferente alle connessioni immediatamente logiche – da quella in uso nella quotidianità (cui al contrario sembravano fedeli gli scrittori della classicità). Se questo è vero ed è innegabile che la prosa di Céline o la poesia di Balestrini offrono inedite difficoltà di lettura, è anche vero che la critica specifica invece che fornire con parole sufficientemente chiare le chiavi di (utili per la) comprensione, imita quei testi in oscurità e illeggibilità… Non è necessario, questo libro ne offre (almeno mi illudo) la dimostrazione.

Scrivere di un autore “difficile” è non dare per scontate le difficoltà (come se si trattasse di un qualsiasi altro autore che ci capita di leggere) ma indicarle (con parole chiare) e dirne possibilmente le ragioni di contesto storico e testuale che le giustificano (e rendono indispensabili) senza preoccuparsi (anzi rendendosi consapevoli) che quelle ragioni sono e non possono che essere probabilistiche e alludenti (con quel tanto di impreciso e alle volte di ingenuo che le argomentazioni proposte posseggono). Un po’ assumere l’atteggiamento dell’insegnante intelligente che nelle sue lezioni deve apparire agli studenti come quello che sa tutto quando lui stesso sa di sapere poco ma quel poco indispensabile (e sufficiente) per dare loro certezze. E lo studente ora sa e ha capito (e il capire ha sempre il limite del possibile).

Infine ho scritto (composto) questo libro – oltre che per le ragioni sopra indicate (che valgono quel che valgono) – per non rinunciare (godendone) al piacere dell’artigiano impastatore (che sia cuoco o panettiere) che, nonostante lo sporco e il disordine che ha tutt’intorno (nella sua officina), è compiaciuto della baghetta appena uscita dal forno o del piatto (certo avventuroso) in cui si è provato.

Non ricordo se fosse prima del 1963 o dopo (e dunque dopo il Convegno di Palermo) fatto sta che Eco passò a trovarmi nel mio ufficio in Rai per dirmi che Giovanni Getto, titolare di letteratura italiana all’università di Torino (di cui era stato assistente o qualcosa che assomiglia), aveva letto la mia recensione al Pasticciaccio di Gadda ed era rimasto ammirato e condividente della
novità della mia analisi con l’incarico di riferirmelo. In realtà quando uscì (pubblicata dalla Fiera letteraria prima che scadessero gli anni cinquanta) – il Pasticciaccio (se non sbaglio) apparve nel 1957 – L’officina di Gadda (che era il titolo della mia recensione) seminò stupore apprezzamenti e soprattutto rifiuti (o forse finte del non ricevuto) in grande ripetuta abbondanza. Intanto a Bologna non sfuggì ad Anceschi e a Ezio Raimondi che in quanto curatore del numero del Verri sul Barocco mi aveva chiesto di poter inserire (io felice) la mia recensione-saggio (sul Pasticciaccio) tra (o a latere) degli scritti specifici dedicati agli inquieti autori e artisti (non solo italiani) del secolo Seicento. È in quel numero del Verri che Getto la lesse (dunque dopo molti anni dalla prima apparizione). Ma quale era la novità che aveva sorpreso il professor Getto? La mia analisi (unitamente a quella di Citati e a quella di Arbasino spese con altre argomentazioni sul Giorno al tempo di Baldacci) aveva per la prima volta strappato Gadda dal convincimento ufficiale e generale di essere uno scrittore belletrista – apparentato ai rondisti di Italia – e (da me) riabilitato come protagonista di una scrittura assolutamente moderna, “intendendo per opera moderna un’opera lievitante in una temperatura e secondo modalità inusitate in Italia, e certo meglio valutabili in un clima, in un sistema di scrittura più di casa in altre letterature, non so se europee, ma comunque non a carattere umanistico e in rapporto con civiltà a impianto prevalentemente tecnico-scientifico”. Certo avevo in testa i nomi di Joyce, Musil, Faulkner, Virginia Woolf, Camus e se non avevo l’ingenuità di accostare Gadda a uno di questi scrittori ero decisamente convinto che mostrasse la stessa forza innovativa linguistico-strutturale. E scrivevo che Carlo Emilio Gadda è un caso unico (insieme con Pirandello e Svevo pur così diversi e particolari) nel panorama della letteratura contemporanea italiana. Ciò che lo distingue è il modo diverso in cui si pone di fronte al reale. Che non è come per gli altri (scrittori italiani) un amico di cui appropriarsi dopo averlo “riordinato” e reso emozionante e intelligente (dopo averlo mistificato o almeno contraffatto) – per lui il reale è un nemico da conquistare e per riuscirci mette in atto ogni sorta di accorgimenti a cominciare dai suoi cattivi umori e sdegni (la sua soggettività è esorbitante quanto in nessun altro) che tuttavia non utilizza come raccomandazione di oggettività. Al contrario gli servono (quelle esacerbazioni e cattivi umori più uno straordinario impasto linguistico tra dialetto abruzzese romano e lingua e altri azzardi lessicali armati di funzione ironico-grottesca) per pompare il reale (la realtà) di energia (caricarlo del maggior numero di “ottani” possibile) favorendo cortocircuiti che sfiammando bruciano orpelli e rivestimenti lasciando realtà svestite, dure come sassi (nel saggio che qui cerco faticosamente – e senza riuscirci – di sintetizzare scrivevo “come vecchi sassi di un mondo non ancora abitato”). Gadda non pronuncia sentenze (tantomeno fabbrica consolazioni), e se denuncia (infiniti sono i comportamenti che non sopporta e non rinuncia a maledire) è con lo scopo (è implicito in quel che ho già detto) di ottenere più rapidamente e con decisione l’effetto del cortocircuito (il risultato del processo di svestizione).

Sto sobbarcandomi a una fatica vittima del suo peso; ma è che mi pare opportuno non accogliere nel libro conclusivo, che sto preparando per una eventuale pubblicazione, quella mia recensione
del Pasticciaccio (che pure è stata – e ancora oggi è – ispirazione essenziale della mia attività di critico letterario e non solo) perché è vecchia di oltre sessant’anni ed è apparsa già molte volte in libri non solo miei e riviste. Io ho scritto tre brevi saggi su Gadda per primo L’officina di Gadda (cui si accenna), Il realismo di Gadda e il terzo Gadda progressista, tutti e tre compresi nel volume feltrinelliano Vero e falso del 1968. Ma è che desidero (e pretendo) che almeno una traccia (più consistente di quella che sono riuscito qui a disegnare) sia presente in questo possibile nuovo libro conclusivo. A pensarci la strada più adatta sarebbe mettere come condizione all’eventuale editore di questo nuovo libro la contestuale pubblicazione in un mini volumetto a parte (di una trentina di pagine) dei miei tre saggi gaddiani da distribuire assieme al libro nuovo. Sì. Forse questa è la strada (non riuscirò mai a sintetizzare L’officina di Gadda – e la complessa nuova lettura che ho fatto di Gadda a partire dal Pasticciaccio – meglio di come mi è capitato di fare nelle righe che precedono). Staremo a vedere.

Immagine modificata a partire di un frame di RedRum