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Sguardo obliquo sulla connettività | Saggio di Antonino Contiliano

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Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze.

M. Horkheimer, T.W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo

 

Solo se si viaggiasse come i tachioni, particelle più veloci della luce, sarebbe possibile, forse, ritornare ai Soviet del 1917, a quel campo elettromagnetico che fu la rivoluzione comunista russa e alle sue virtualità inespresse.

Non è necessario, tuttavia, ipotizzare un viaggio del genere, negando l’irreversibilità del tempo, l’entropia termodinamica della seconda legge di Clausius (1865) e i limiti fissati dalla teoria della relatività di Einstein.

I Sovièt, i Consigli, furono una delle tante manifestazioni storiche delle energie di soggettivazione collettiva antagonista. L’antagonismo culturale e politico mette sempre in campo azioni di conflitto contro la temporalità dominante.

Che fare oggi, nello spazio-tempo della connettività internautica, nel webness time?

Alle origini del tempo individualizzato

Il tempo veloce della connettività informatica di rete lavora a sostegno e rinforzo del tempo del mercato capitalistico privato, sostiene la trasformazione dei processi di soggettivazione individualizzati come controllo e dominio delle collettività ridotte a sciami di individualismi, convincendoli che il controllo è una forma di autoformazione responsabile e libera in libero mercato fra concorrenti agenti individualisticamente, a cui lo Stato deve assicurare solo le regole minime che garantiscono l’esercizio per tutte le creature e ognuna.

L’opera politica e sociale della deregulation, dello smantellamento del welfare state fordista, in cui si è prodigata Margaret Thatcher, iniziò con la diffusione massiva di un programma governativo educativo-culturale che presupponeva gli individui come obiettivi principali e primi. Trasformare e indirizzare ad hoc le condotte, i desideri, i bisogni, le aspirazioni, i sogni di benessere e felicità personalizzati in un programma di libertà totalizzante del mercato era e resta il fine dell’ideologia neoliberistica.

In un discorso del 1987, Thatcher enunciò questo programma pedagogico statale meso in campo per inaugurare il nuovo ordine sociale:

«Come sapete, la società non esiste. Esistono solo gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie. E il governo non può fare niente se non attraverso le persone, e le persone devono guardare prima a se stesse. […] L’economia è il mezzo, l’obiettivo è quello di cambiare il cuore e l’anima»1.

Il punto, per chi crede nelle possibilità di eguaglianza e libertà della società comunista, è rimettere in moto culturalmente e politicamente il processo inaugurato dalla rivoluzione dei Soviet del 1917 e cantato dai poeti del Futurismo russo. Quelle possibilità, sebbene espresse, rimasero irrealizzate. Per realizzarle occorre costruire un nuovo campo materiale socio-politico e culturale per menti e corpi capaci di riprendersi il tempo di vita individuale e collettivo, espropriatoci dalla terza rivoluzione industriale capitalista post-fordista.

Il webness time capitalistico

Il capitalismo contemporaneo, bio-semiotico, elettro-informatizzato ha trasformato nel tempo reale e nello spazio virtuale lo spazio-tempo come campo smaterializzato di dati, segni e informazioni quantificabili e monetizzabili.

In questa fabbrica lavorano tutti i cybercittadini connessi. Il tempo di vita dei navigatori con il suo bagaglio di informazioni nel mondo della rete è il webness time, il tempo della connettività dei cervelli elettrificati.

La temporalità decodificata è lasciata nel cyberspazio, che è lo spazio virtuale della rete come luogo privilegiato dei flussi informativi capitalizzati, per essere lavorata come materiale mercificabile.

L’interfaccia icono-elettronica, a sua volta, come infrastruttura mediale è quella che consente la convergenza simmetrica delle frequenze digito-elettroniche, ri-codificandole velocemente a uso e consumo delle macchine telematiche del capitale.

Fra crisi ravvicinate, macchine più sofisticate, veloci e nuovi circuiti globali, ciò ha lo scopo di ricavare plus-valore, profitti, rendite e rendimenti privati in un continuum costantemente aggiornato.

È un complesso organizzativo e di valorizzazione tutt’altro che predisposto alla sovrana partecipazione delle moltitudini di individui e minoranze, tutt’altro che sottoponibile al controllo di una democrazia del popolo della Comune, della democrazia degli eguali e liberi, “io” plurali e “io noi” collettivi, che invece è possibile in una società comunista, così come già sperimentato, avviato e subito interrotto, nei Soviet del 1917.

Le possibilità della poesia e dell’arte

La volontà e la possibilità, a fronte di questo stato di cose, è quella di volere-potere opporre le azioni della poesia e dell’arte come testi di un evento temporalizzato non  semplificabile in formule astratte e automatismi del caso.

Lo tempo-spazio dell’arte, diversamente dal tempo capitalistico e capitalizzato, è una vera barricata rivoluzionaria antagonista, in quanto proposizione di un mondo alternativo di soggettività singolari e collettive irriducibili ai parametri degli algoritmi a-priori e concatenati deterministicamente dal tempo-spazio webness capitalizzato, in sintonia con i processi di valorizzazione finanziario-speculativi del kapitale.

Per gli artisti, artiste e poeti che pratichino le nuove tecnologie informatiche per le loro produzioni testuali esse sono delle «macchine da guerra» (Gilles Deleuze) che non rispondo al continuum automatico dei ritmi degli istanti frazionati e temporalizzati sulle onde accelerate delle catene webness time commercializzate.

Il tempo di vita in rete dei naviganti web – life line – con il treno delle sue informazioni psico-corporee, ideali e culturali è catturato e trasformato in algoritmi digitali automatici al servizio del capitalismo e del nuovo mercato “immateriale” dei desideri, dei sogni, delle condotte e attese delle persone.

Già l’Odisseo di Omero – scrive il poeta Titos Patrikios (Ellenika V2), demistificando uno dei paradossi del filosofo Zenone: la sfida che vede Achille e la tartaruga impegnati in una gara di velocità – aveva capito che il tempo degli uomini non può corrispondere ai frazionamenti logicistici:

Odisseo conosceva il sofisma

ben prima di Zenone,

sapeva che non si può ridurre in frazioni il tempo,

che Achille vince la tartaruga nella corsa.

[…].

Odisseo apprese anche con la guerra

che il corso del tempo non s’inverte

[…]

Finché lo ammise pubblicamente:

il tempo può far accumulare denaro,

spalancare avventure, ridurre l’ignoto,

ma nulla di tutto ciò riporta indietro

il tempo trascorso che ha generato quelle cose.

[…]

Nonostante i tonificanti, le erbe di lunga vita,

sempre più a fatica riusciva a escogitare

nuovi rimedi per poter soddisfare

i suoi desideri insaziabili.

La sgrammaticatura della performance dislessica

Il tempo-spazio della poesia e dell’arte è così esponenziale e dinamicamente evolutivo come se fosse una configurazione dislessica, in quanto simultaneità di schemi, immagini, concetti e associazioni contingenti in istanti quali unità discrete eterogenee, che si sovrappongono vertiginosamente in maniera non lineare o discontinua. Incapsularli nella corrispondenza biunivoca delle onde elettriche psico-corporee e mentali dei soggetti con quelle delle macchine digitalizzanti è impossibile.

Il tempo del poeta è una macchia cognitiva e una pratica di significazione che fa implodere il tempo codificato e misurato in bit di luce agglutinati nei nodi-punti spazio-virtuali e controllati dai capitalisti della comunicazione.

La soggettività oggettiva dei poeti-artisti-navigatori nei flussi del cyberspazio ha così una presenza incorporata che può senza dubbio reagire in maniera interattiva, sconvolgendo gli assetti di potere che viaggiano con i flussi informativo-comunicativi dell’infosfera neoliberista del capitalismo elettronificato.

Il soggetto rivoluzionario scombina, come dimostrano gli esperimenti artistici interattivi evolutivi, l’ordine degli istanti concreti, discreti e molteplici, ma congelati da chi governail software con regole rigide, in attesa di condotte reattive di consenso e adesioni uniformi, acritiche.

I soggetti che nell’immersione invece partecipano endogenamente come creatori autonomi di percorsi di andata e ritorno sgrammaticati e di distorsione, di rottura e diversità rompono la performance governata esternamente e creano dei vuoti tra un istante e l’altro della comunicazione. Questi vuoti servono sia a sottrarsi al comando, sia a creare fughe e resistenze antagoniste, offrendo letture e retroazioni multiple contro le individualizzazioni che altri vogliono e praticano come assoggettamento e servitù ai mercati del capitale informatizzato.

Nello smantellamento del paradigma capitalistico, fondato sulla semiotizzazione digitale della produzione e sul controllo delle soggettività socio-individuali e i loro stili di vita, trovano così un loro ruolo anche artisti e poeti, introducendo, come suggerisce Maurice Benayoun in On line, life line, slittamenti dell’arte, resistenze o rugosità nella fluidità immateriale del cyberspazio bioeconomico.

La variabilità creativo-costruttiva irripetibile è la presenza attiva del soggetto operatore, operaio creativo indipendente, all’interno di un’installazione artistica interattiva, permessa dall’utilizzo antagonista delle tecnologie elettroniche. È il ri-sveglio del conflitto che si mette di traverso sulle rotaie della continuità lineare, programmata a priori, della produzione neocapitalistica immateriale.

È il taglio diagonale-obliquo del quadro del pittore siciliano Giacomo Cuttone che, come un fulmine deciso, dritto e preciso scaglia uno sguardo tagliente e profondo sulla superficie liquida e aleatoria del mondo dell’infosfera dell’ondulazione neoliberale-immateriale, la crisi ciclica e autoreferenziale del capitale che valorizza i linguaggi.3

Compito dell’artista rivoluzionario è quello di intercettare il continuum e le linearità temporali del mondo life line sbarrandolo con la triplice azione che Maurice Benayoun riassume nella capacità reale dell’artista di creare interruttori deleuziani, distanziando e opponendo resistenza alla comunicazione immediata delle società che, direbbe Foucault, sono dispositivi del controllo che agisce in profondità con micropoteri che governano l’anima delle persone. È necessario smantellare queste dispositivi sconfigurando, con miscele di segni semantici e a-semantici, gli ambienti mimetici adusi alla formattazione e colonizzazione dei corpi e delle menti degli individui. Creare buchi neri come altrettanti vuoti negativi diventa una priorità dei poeti e degli artisti che si riconoscono come potenza che attualizza «rugosità là dove tutto è troppo liscio, trasparenza là dove domina l’opacità e distorsione là dove le linee sono troppo dritte, le regole scritte e le frontiere troppo rigide»4. Come dire che per «essere potente la resistenza linguistica deve fare implodere il regno dei segni, degli equivalenti e delle identità»5 e gli stessi processi di identificazione che sfruttano il principio di somiglianza. Occorre tenere a bada questo principio dal momento in cui, tra metafore e analogie, permette al capitalismo semiotico di farne largo uso per costruire egemonia culturale e dominio politico dittatoriale con un dis-correre/discorso lineare e liscio, lì dove invece, direbbe Gastone Bachelard, necessita il tempo verticale della poesia. Il tempo della totalità d’essere come istanti e ritmi di istanti euritmici, attenti ai desideri, ai bisogni e a una razionalità della rêverie che deborda i cardini del calcolo e della misura del tempo capitalistico lineare, del continuum, che della contabilità delle perdite, dei guadagni e dei rischi fa il perno dell’essenza del tempo.

Questi interruttori, gli istanti eterogenei, e tuttavia euritmici, sono propri infatti dell’azione poetica e artistica, perché il mondo dei flussi della life line può essere modificato dalla stessa presenza immersiva dei soggetti che vi immettono informazioni diverse e altre, mescolando così nella comunicazione poetica le diverse declinazioni del tempo come azione che si esprime nei verbi, negli avverbi, nelle locuzioni temporali. Sono le dinamiche evolutivo-esponenziali della significanza che, autonomizzando la successione dei movimenti, degli eventi e delle forme, modificano quella stessa prospettiva temporale che le rigide regole, determinate a monte da una virtualità controllata dall’alto, stagnano su un adesso immediato e senza futuro.

I Soviet degli artisti e dei poeti

In questa maniera, il mondo del Soviet degli artisti e poeti si pone come un operatore sociale che svela agli altri i trucchi del potere e, prendendo distanza e forza critica di pensiero e azioni ribelli, li spinge a modificare le prospettive di tempo e di vita singolare e collettiva. Infatti, continua Maurice Benayoun, l’artista «del XXI secolo sarà forse colui che definisce non solo la propria pratica, ma anche le regole di mutazione che governeranno le pratiche degli altri, o almeno questo crederà»6.

Dopotutto, se la dichiarazione pubblica di un personaggio del Fmi (Fondo monetario internazionale) immette sul mercato comunicativo enunciati ed espressioni allarmistici di crisi, di fallimenti bancari, di crollo dei titoli borsistici, di insolvenze delle economie nazionali o altro, producendo paure e reazioni di panico fra il pubblico dei consumatori o degli azionisti delle varie imprese, perché non pensare che un’espressione artistica e poetica possa egualmente influenzare e modificare le reazioni e i comportamenti dei consumatori-lettori o spettatori, specie se alla comprensione arrivano quali attori che interpretano e leggono fra le righe con intelligenza demistificante?

Del resto, se il materialismo storico dello stesso Karl Marx riconosce che la realtà viene prima letta dal pensiero nella rappresentazione simbolica della lingua sociale per farsi subito dopo azione concreta di individui e soggetti atti a modificare cose e rapporti fra soggetti collettivi e individualità, perché il rapporto fra la stessa singolarità dell’io e del tu è già un’intersoggettività e una relazione sociale che produce cambiamenti, perché dovrebbe essere impensabile o chimerico attribuire questi effetti al linguaggio degli artisti e dei poeti che vivono nei contesti storici che mutano e variano?

Ma se leggiamo e diamo ascolto alle teorie dei linguisti, non diversamente dal materialismo marxiano, questi riconoscono la funzione fondante della lingua, compreso il linguaggio dei poeti, nella determinazione dei rapporti di reciprocità fra individui e società immersi in un ambiente comunque simbolico e soggetto a mutazioni.

Nel caso di questo nostro discorrere, non dimenticando la figura fondamentale del caposcuola Ferdinand de Saussure, né quella di studiosi italiani dell’altezza di Tullio De Mauro, però ci piace agganciarci al pensiero del francese Émile Benveniste. L’uomo, scrive lo studioso francese, «ha sempre avvertito – e i poeti l’hanno spesso cantato – il potere fondatore del linguaggio, che instaura una realtà immaginaria, anima le cose inerti, fa vedere ciò che ancora non esiste, riconduce qui ciò che è scomparso».7

E se così stanno le cose, cosa può impedire la nascita di un Consiglio degli artisti e dei poeti?

Il general intellect artistico e poetico

Il mondo degli eventi non è pascolo esclusivo e abusivo della classe al potere della terza rivoluzione neo-capitalista-liberista, la rivoluzione classista-finanziaria che si appropria del general intellect (sapere sociale) diffuso come capitale costante, mentre l’implementa con le sue stesse contraddittorie politiche di governance neoliberista, e del linguaggio fa un altro mercato di informazioni concorrenziale generale. Qui il sapere-potere, in funzione del calcolabile, utilizza le conoscenze e le pratiche collettive, che circolano e vengono consumate come forza viva produttiva sotto forma di informazione, comunicazione, linguaggi, immagini, stile, tempo di vita e idee creative.

Il sapere sociale, infatti, grazie a forme e movimenti svincolati dalla rete dei comandi, può essere sottratto ai doveri, ai saperi e ai poteri costituiti della governamentalità neocapitalistica e, immessi nei circuiti comunicativi come eventi di soggettivazione altra: critica antagonista e rivolte alternative, atte creare po(i)eticamente un fare che è sovversivo e linea rossa non assoggettabile. E questi eventi sono quelli degli istanti della poesia e dell’arte come produzione di un mondo immaginario quanto possibile; espressioni non traducibili né nelle forme né nei contenuti della governamentalità liberista, nonostante «si esplicano nell’ambi­to degli stati di cose che li suscitano, o a cui pervengono. Questi eventi sorgono per un istante, ed è questo il momento importante, è questa la chance che bisogna afferrare»8.

Sono gli eventi della poesia come macchina da guerra che comunicano mondi, tempi e spazi molteplici e plurali che sfuggono allo stato di cose imperante e spingono verso una cultura e una politica che smontano il senso comune e il consenso acritico, i quali sono utili ai signori e padroni della globalizzazione mercenaria che corre sul capitale umano degli individui trasformati in prosumer, sovrani senza sovranità.

Un mondo, questo dell’arte e della poesia, che, peraltro, non sdoppia il general intellect po(i)etico come capitale umano invischiato nella contraddizione inconciliabile della finanziarizzazione economica del neoliberismo webness time: da una parte lo vede inseparabile dalla psico-corporeità degli individui produttori e dall’altra lo lascia come capitale costante di proprietà del capitalismo investitore che lo finanzia in funzione della sua ri-accumulazione e riproduzione. Questi luoghi non luoghi (il mercato capitalistico vecchio e nuovo non ha mai avuto né patria né luoghi, né territori) e, naturalmente, i processi di valorizzazione del capitale (plus-valore, profitti, rendite e rendimenti, proprietà mobili e immobili, materiali e immateriali) non sono certamente a favore degli sfruttati massificati. Anche, e soprattutto, per il fatto che i processi della valorizzazione capitalistica per rivitalizzarsi, precarizzandolo, mettono a profitto il tempo di vita attraverso la cattura dei motivi del campo esistenziale di ciascuno, motivi di varia natura, individuali e individualistici che, catturati e trasformati in merce personalizzata, poi sono reimmessi tempestivamente sul mercato comunicativo come una nuova offerta acquistabile, 24 ore su 24 ore. Una disponibilità sempre a portata di mano e, quindi, pronta a soddisfare in ogni momento della notte e del giorno lo stile di vita individuale e l’immagine desiderabile che si vuole avere, l’imagining.

Il furto di tempo e di vita – aveva già annunciato Karl Marx (Grundisse, frammento delle macchina) – è cosa miserabile in questo contesto capitalistico, così concatenato e depoliticizzato, disumanizzato, macchinico-informatizzato in cammino, rispetto a quello dello stesso capitalismo delle macchine industriali di una volta. Il furto e il controllo, infatti, è esercitato alla velocità del juste-in-time, istantaneamente. Quello di ieri era a dilatazione temporale pianificata, e per di più si muoveva nel mercato della prima globalizzazione.

Tutta questa rivitalizzazione miserabile avviene sotto l’egida e la protezione del vecchio potere pubblico statale. Il potere pubblico, infatti, anche quando il capitale finanziario e globale (banche, borse, assicurazioni, istituti di credito e investitori) soffre per le perdite, integra le stesse perdite socializzando rimborsi e potenziamenti monetari. A pagare le spese delle ricapitalizzazioni sono gli individui e le collettività disarmate, in quanto penalizzati attraverso la riduzione o eliminazione dei diritti di sicurezza sociale già in uso: sanità, educazione, libertà civili, sindacali, ecc.

Il comunismo del capitale e i soviet finanziari

Per di più il neoliberismo capitalistico non risponde davanti a nessuna autorità che non sia quella dell’anarchia dei mercati: senza responsabilità, non tollera intromissioni ostili nei confronti degli organismi che ne assicurano la governance rimodernizzante e il potere. Anzi chiede e ottiene, dallo Stato, tutela e rinforzo delle regole liberistiche e interventi poliziesco-militari in avanscoperta. Altro che meno Stato o Stato indebolito! Una vera dittatura dei mercati che, legittimata dallo Stato liberale post-fordista, ha rivoltato la sovranità del popolo e le leggi della sua stessa democrazia rappresentativa. Tanto che qualcuno, specificando, l’ha chiamato fenomeno del «comunismo del capitale» e dei «soviet finanziari»: il comunismo del capitale è quello in cui lo Stato, cioè la collettività, asseconda i bisogni dei soviet finanziari, cioè delle banche, delle assicurazioni, dei fondi d’investimento, cioè degli hedge funds, imponendo la dittatura del mercato sulla società9.

Ora, quale evento può disinnescare questo continuum del comando capitalistico, se non quello che attiva processi e progetti di soggettivazione sfuggenti ai saperi e ai poteri costituiti? Quale, se non l’evento imprevedibile e ingovernabile delle azioni di rottura e distanza di cui è capace solo l’universo dei poeti e degli artisti, cioè i soggetti divergenti che in un istante possono fare balenare di nuovo la rivoluzione di un comunismo rinnovato e all’altezza delle sfide contemporanee?

Non si può certo rimanere passivi spettatori di fronte al degrado umano e ambientale planetario, alle povertà, alle guerre di sopravvivenza del comunismo del capitale e dei suoi soviet finanziari come alla sua eternità di modello sistemico. Il futuro non deve seguire per forza questa logica. Il futuro, in quanto dimensione imprevedibile e instabile del tempo, non è riducibile ai parametri del capitalismo e dei suoi processi di valorizzazione, sebbene gli stessi sviluppi scientifici e l’appropriazione delle applicazioni tecniche cybernetiche permettono un efficace controllo, grazie anche ai processi di soggettivazione organizzati direttamente dai suoi manager, privilegiati e superpagati, che attivano modelli di comportamento pubblicizzati attraverso i canali linguistico-simboli e comunicativi generali, che imprigionano l’attenzione dei soggetti per poi uniformarli massivamente secondo il canone ormai circolante della soggettivazione mimetica.

La singolarità della lingua

Il sogget­to – scrive Gilles Deleuze in Foucault e Le Pli – «è il limite di un movimento continuo tra un dentro e un fuori […] che sfuggono ai saperi costituiti»10, tanto che le soggettività turbolente dei poeti e degli artisti, con i loro strumenti alieni e disorganici, sono capaci di generare movimenti conflittuali di contro-tendenza, anche organizzativa e associativa.

È un’ipotesi sperimentabile di quelle che vengono modellate simbolicamente nell’universo della materia-energia che si esprime per via delle frequenze ondulo-corpuscolari o delle onde gravitazionali quantistiche che matematicamente ci dicono della poesia dell’universo che abitiamo. Linguaggio matematico e linguaggio poetico sono diretti egualmente a dirci qualcosa sul reale e a ri-fondare, sebbene le forme dell’uno come dell’altro si muovano con il concetto di limite e nell’astrazione del comune universale, che nessuno può pretendere di mettere da parte. Alain Badiou ci prospetta i due come estremi del linguaggio, e se la matematica opera, fin da subito, «all’esterno della singolarità linguistica, […] la poesia è ciò che setaccia la lingua per forzarla a esprimere quello che, un istante prima, non riusciva neppure a nominare, […] la poesia si cimenta in operazioni di denominazioni, di trasposizione, di analogia metaforiche di tale ampiezza che, alla fin fine, riesce anch’essa a toccare qualcosa di universale. Si potrebbe dire che una poesia esplora la singolarità della lingua sino al suo limite, fin da subito, all’esterno della singolarità linguistica. Due percorsi contrapposti, insomma; ma entrambi diretti al reale, all’universalità»11.

Il tempo degli artisti e poeti

Ma tornando alla rottura possibile dei saperi e dei poteri costituiti, c’è un evento chance cui aggrapparsi? È il 2017 della bioeconomia capitalistica elettronica della terza rivoluzione internettiana e delle menti connesse, intrisa di fratture, contraddizioni e crisi che, secondo noi, lascia a poeti e artisti aperta la possibilità operativa di azioni poetico-politiche alternative che ripescano le speranze bloccate della rivoluzione rossa e futurista del 1917.

Noi crediamo che l’occasione ci sia e che vada presa in considerazione almeno per due e più che buoni motivi. Il primo è il fatto che il modello della biopolitica e del biopotere neoliberista, per i suoi effetti perversi di impoverimento generale e di illibertà, sempre più allargati e protetti, non debba essere sopportato e tollerato oltre.

L’altro è la coincidenza con il fatto che il 2017 celebra l’anno della Rivoluzione comunista dei Soviet del 1917 e, unitamente, quello della Rivoluzione dello stesso movimento poetico e artistico del Futurismo russo, il movimento d’avanguardia i cui iniziatori e soggetti coniugarono dialetticamente fare letterario, poetico e artistico futurista e fare rivoluzionario politico-sociale, una condivisione di idealità e lotte che il poeta Majakovskij definì una vera «rivoluzione dello spirito».

Sarà una pura coincidenza, ma è una congiuntura favorevole perché oggi si riattivi il loro eingedenken (l’immemoriare di Ernst Bloch) o, come l’ha tradotto Walter Benjamin, il risveglio di quanto di positivo è stato bloccato (immemore) del passato rivoluzionario, ovvero le speranze che la rivoluzione poetico-politica dei Soviet, sull’esempio della Comune di Parigi (1871), aveva suscitato: la possibilità concreta di divenire-società comunista con la messa al bando perpetuo delle ingiustizie sociali e delle diseguaglianze gerarchiche del sistema vigente.

Il Manifesto del dopofuturismo

Una possibilità che è insieme un evento che, nello spirito del Manifesto del dopofuturismo di Franco Beraldi (Bifo), può e deve essere colto a balzo (colpo d’occhio) dai poeti kom-futy (comunisti futuristi) della contemporaneità. Nel suo Manifesto Franco Bifo, riprendendo l’espressione marinettiana «promontorio estremo dei secoli», ma attualizzandone significato e valore, propone infatti che il futuro stesso, nel tempo uniforme di Internet capitalizzato e in preda ai mercati finanziari e ai mercanti di futuro, sia costruito abolendo la «separazione tra poesia e comunicazione di massa,  […] e il dominio sui media […] sottratto ai mercanti per consegnarlo ai sapienti e ai poeti»12. Il nuovo capitalismo è quello dell’appropriazione del linguaggio, della comunicazione e dell’inter-soggettività: beni comuni utilizzati come forza-lavoro viva, frammentata, gratuita, al posto del lavoro salariato nelle forme della precarietà e flessibilità. Perché il linguaggio come materiale verbale e non verbale e bene comune, come ricordava Majakovskij, è il materiale che poeti e artisti trasformano per ri-formare i cervelli, così come gli operai delle fabbriche lavorano altri materiali per fargli assumere altre forme e funzioni. Così poeti e artisti, tra un balzo e un altro di questo lavoro, possono sia riappropriarsi del linguaggio che della comunicazione e orientare i comportamenti individuali e collettivi verso il comunismo come negazione del capitalismo e, così, divenire-Comune comunista.

Del resto, lo stesso Bifo scrive che oggi il comunismo è possibile ipotizzarlo come un susseguirsi di congiunzioni di effetti co-concomitanti, sottrazioni e zone di attiva resistenza in controtendenza: non connettività di nodi spazio-tempo-cyber, webness time e spazio virtualizzato. Il sottrarsi-congiungersi di «singoli e comunità, […] l’effetto della creazione di un’economia dell’uso condiviso di oggetti e servizi, […] la liberazione di tempo per la cultura, il piacere e l’affetto […] il compito dell’intelletto collettivo è […] allontanarsi dalla paranoia, creare zone di resistenza umana, sperimentare forme autonome di produzione fondate sulla produzione ad alta tecnologia e a basso consumo di energia. […] Il capitalismo perderà […] il suo ruolo di paradigma onnipervasivo di semiotizzazione»13.

L’alleanza

Più forte e ravvicinato sarà l’impatto, se ci sarà – dice Slavoj Žižek – l’alleanza con le nuove classi sfruttate del neoliberismo globalizzato. Insieme, gli alleati possono espropriare sia gli espropriatori che riprendersi il controllo anche del proprio tempo di vita singolare e collettivo, innescando la lotta antagonista e, perché no, cooperando con il tempo di vita che poeti e poesia avanzano come istanti di unità discrete e ritmi differenziali oppositivi, ordinati per avanzare anche contro le catastrofi del capitalismo. Queste le crisi che si manifestano oggi: «la minaccia incombente di catastrofi ambientali; il sempre più tangibile fallimento della proprietà privata circa i termini della “proprietà intelletuale”, le implicazioni etico-politiche dei nuovi sviluppi tecnici e scientifici (in particolare nell’abito bio-genetico) e da ultimo, non meno importante, le nuove forme di apartheid, i nuovi muri e i nuovi slum. Esiste una differenza qualitativa fra quest’ultima caratteristica, lo scarto che separa gli Esclusi dagli Inclusi, e gli altri tre, che i domini di quelli che Michel Ardt e Toni Negri chiamano beni comuni [commons], la sostanza condivisa del nostro essere sociale la cui privatizzazione è un atto di violenza cui bisognerebbe dunque resistere, anche con mezzi violenti se necessario»14.

Occorre, perciò, che poeti e artisti, riappropriandosi della loro funzione sociale, si decidano a riavviare il ri-sveglio della rivoluzione dal basso e con i loro soviet aperti a tutti gli esclusi, sfruttati, perseguitati, emarginati, rifugiati, dissidenti, che il neocapitalismo, falsamente detto dell’immateriale, produce come materiali di scarto o lascia morire perché non utili al mercato. E insieme aprano varchi di democrazia non delegata né rappresentativa così come è nello spirito di una Comune di eguali e liberi.

Il poeta operaio

Durante la rivoluzione russa del 1917 il poeta Majakovskij ebbe a scrivere che il poeta è un operaio non meno produttore e produttivo di altri lavoratori. Se l’operaio di una fabbrica lavora legni o metalli per farne oggetti utili, il lavoro poetico invece trasforma il materiale verbale in vista della modifica dei cervelli condizionati dal senso comune che, privilegiato dall’ordine esistente del sistema capitalista in corso d’opera, li mantiene servilmente asserragliati nel quadro dell’economia capitalistica, che, allora, stava soppiantando il sistema delle gerarchie sociali della Russia feudale sotto la guida delle rivoluzioni borghesi europee.

Quale momento più opportuno del 2017 per cogliere la palla al balzo e divenire-essere Soviet-kom-futy e rimettere in marcia il processo rivoluzionario? Può sembrare una favola fuori tempo e il folle delirio di chi sfida la stessa entropia termodinamica delle cose, cioè l’irreversibilità del tempo stesso. Ma c’è anche un procedere del tempo a gambero. I gamberi, davanti a un pericolo, fanno un balzo all’indietro, ma è il loro andare avanti per sbarazzarsi dell’ostacolo. E il capitalismo è stato sempre un pericolo per l’umanità: lo è di più ancora oggi nella sua veste di comunismo del capitale e dei soviet finanziari: un mondo senza scadenze e intervalli temporali, istantaneità e immediatezza senza distanza e attriti.

Quattro buoni motivi, questi, allora per fare il balzo del gambero e in un battere d’ali o d’occhio andare indietro annullando l’irreversibilità entropica della successione del tempo lineare e  attuaree le possibilità rimaste sospese della rivoluzione russa, ri-svegliare l’immemoriale, l’eingedenken di Ernst Bloch e Walter Beniamin, ciò che del futuro dei kom-futy sovietici è rimasto in memoria ma vivo.

Certo è paradossale che per avanzare il diritto al futuro e al sogno si debba ritornare indietro nel tempo. Ma nel mondo della relatività quantistica i paradossi sono di casa più che nella lingua dei poeti e degli artisti: particelle senza massa (i fotoni), il vuoto come corpo nel mare degli elettroni di Dirac, il mondo del caos e delle turbolenze dello zoo delle particelle down, up e neutre che si tramutano l’una nell’altra e reversibilmente nel momento degli urti subatomici, ecc.

La logica paradossale non disarma i poeti, e ri-cominciare il ri-sveglio dell’idealità del comunismo non è cosa impossibile. Le sue speranze, sebbene gli esiti storici ne sono stati le negazioni, non hanno perso validità alcuna, e neanche mordente culturale-politico.

Del resto, ripescare e rimettere in funzione, da parte del nuovo potere del neoliberismo capitalistico, il potere pastorale pre-moderno (che ieri fu della Chiesa) per prendersi cura della popolazione e condizionarla a vivere secondo il canone della felicità stabilito dal potere delle lobby politiche neoliberiste non è un fenomeno di anti-termodinamica classica?

Il comunismo non sarà solo il futuro di un’unità rizomatica plurale di singolarità sociali e comunità che inizia e finisce nei desideri degli enunciati dei singoli poeti e artisti, anche perché fra gli enunciati c’è il dire-fare perlocutivo e attuativo degli io noi.

Il genere dell’identità collettiva, nel tempo del mescolamento degli istanti, diversamente dall’istantaneità immediata del webness time, lavora per una molteplicità di unità discrete che improvvisamente rimbalzano e si ribellano come divenire-identità io noi e insieme essere-con e co-essere nel comune della lotta comunista contro le diseguaglianze sociali, proprie alla logica dei mercati del liberismo capitalistico ed elettro-informatizzato.

È l’identità temperata in cui il noi (né io, né tu, né egli) è il transito che va dal singolare sociale al comune politico e viceversa: il luogo di una soglia o di un commutatore dove artisti e poeti, insieme al fatto di essere co-costruttori di un mondo del popolo a venire, hanno egualmente una funzione sociale. Majakovskij nel suo Come far versi parlava di “ordinazione sociale” per i poeti. Un’identità che introduce il “comune” e la “Comune” comunista come rughe che piegano lo spazio virtuale del tempo webness, il tempo che contrae lo spazio di vita e la materia a fluida schiuma di onde-energia quantizzata, o a evanescenti e probabilistiche frequenze statistiche senza attriti, come le stesse percezioni spazio-temporali e geo-planetarie a distanze nulle. Un effetto di realtà, questo, che vanifica anche il rapporto differenziale tra parole e cose, mentre genera centri di comando e dominio asimmetrici tra chi ne detiene il potere e chi li subisce attraverso la realtà di un immaginario solo virtualizzato-allucinato.

La contraddizione rampante del neocapitalismo

La fluidità dei dati rende il cyberspazio una superficie di comunicazione e controllo senza eco e immagini riflesse, senza specchi, senza resistenza. E il tempo, grazie alle accelerazioni dei movimenti condensati sull’istantaneità temporale, è così comandato come tempo reale o immediatezza (né lunghezze né durate). La stessa temporalità individuale e collettiva risulta egualmente affatto autonoma e indipendente. Tutti debbono riverenza senza possibilità alcuna di assimilazione ed elaborazione consapevole riflessa e ponderata. L’informazione stessa, che è oggetto dello scambio comunicativo via Internet, in gran parte sfugge e non è raggiungibile se non con dispitivi medici e le tecnologie supplettive messe a disposizione nella cura delle patologie Dsa (Disturbo specifico dell’apprendimento) e ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività).

In altre parole, nel nuovo capitalismo del liberismo e dell’eguaglianza degli individualismi sfrenati e delle diseguaglianze sociali prodotte ad hoc, ognuno, tra una decisione e un’azione, deprivate fra loro del giusto distacco temporale, è obbligato a una temporalità istantanea, mentre il suo stesso tempo di vita è impiegato come bio-economia dell’immateriale ad uso e consumo privatizzato.

Il simbolico e l’iconico sono il terreno di scontro reiterato a colpi di guerra dei mercati finanziari e borsistici per il monopolio, in quanto le informazioni e i dati provenienti da quel lato sono trasformati in moneta-finanza e lotta di classe per un accaparramento monopolistico. La politica delle fusioni bancarie, aziendali, multinazionali, anche quella delle comunicazioni web, ecc., in tal senso, è più che eloquente.

Il capitalismo finanziario, bio-informatico e neoliberista contemporaneo si impossessa dell’informazione, della comunicazione e delle relazioni intersoggettive linguistiche individuali e collettive – il knowledge vorkers o il general intellect marxiano, il sapere come bene sociale e comune – e le organizza come un capitale costante di sua proprietà (i brevetti, il copyright, l’esternalizzazione, il leasing, la giuridificazione privatistica, le menzogne dei falsi bilanci, le bolle delle crisi giocate ad hoc…), unitamente appropriandosi del plus-valore, dei profitti, dei rendimenti e delle rendite, del corpo e del tempo dei soggetti che ne sono, come macchine cognitive creative, i veri e soli attivi materiali produttori e sovrani storici legittimi.

La vecchia contraddizione socio-politica, però, rimane imperante e rampante: la produzione della ricchezza è sociale e l’appropriazione è privatizzata, anche se il capitale finanziario investito per trasformare in prodotto e merce l’idea o l’immagine creativa individuale o collettiva viene bypassato come capitale trans-individuale e azionariato collettivo, pubblico. Ma rimane anche il fatto, insieme, che l’ordine simbolico e semiotico (capitalismo semiotico e bio-economico) è chiamato a sostenerne i necessari processi comunicativi di soggettivazione assoggettante. Il potere politico e giuridico di classe garante, sul piano delle informazioni, rende asimmetrica la capacità di conoscere e gestirne i pacchetti circolanti: il basso non è in possesso, né tanto meno proprietario, delle stesse informazioni del mercato e degli investitori di capitali, anche se rimane il legittimo proprietario del sapere sociale sfruttato. Beni e servizi semiotizzati seguono le oscillazioni dei mercati degli investitori privati e pubblici privatizzati, e come giochi azionari e titoli borsistici sono affidati solo alle previsioni delle elaborazioni statistiche fatte dagli automi algoritmici: i linguaggi asemantici e a-significanti delle macchine intelligenti dei computer connessi in rete; le macchine neutre a cui sono affidate le previsioni su elaborazione di diagrammi, grafici e statistiche contingenti e istantanee. E queste previsioni non risparmiano niente e nessuno.

Qui c’è anche una contraddizione nuova: lavoratori e dipendenti, paradossalmente, sono salariati e al contempo padroni come proprietari dei titoli di borsa; vi investono i propri risparmi o il fondo pensione acquistando azioni e titoli quotati, e ciò in funzione di un rendimento più elevato (credono!). In questa direzione, la circolazione e il consumo dell’informazione e del linguaggio è prioritaria potenza di trasformazione delle condotte e delle abitudini comportamentali, in quanto viene messa in circolo la credenza grazie alla funzione perlocutiva o persuasivo-seduttiva del linguaggio e della comunicazione, che agisce anche ai livelli della contaminazione emotiva. Tutti, investitori e compratori, sono dipendenti dai ritmi oscillatori degli atti linguistici performativi dei mercati e della life line – la dimensione persuasiva degli enunciati e dei discorsi – degli “esperti” e dell’“opinione pubblica”, ovvero delle credenze, delle previsioni di mercato e delle convenzioni probabilistiche che regolano e incentivano, considerato che non tutti godono delle stesse informazioni, quello che viene chiamato comportamento mimetico collettivizzato.

Questo tipo di azione non è una collettivizzazione comunista, se lo Stato sostiene i circoli finanziari privati, ne socializza le perdite e usa il suo potere centrale a danno e detrimento del pubblico, del controllo popolare e degli interessi generali della collettività.

La rivoluzione comunista russa del 1917, nel transito dei Soviet, aveva mantenuto gli interessi generali della collettività, mettendo in moto una dialettica aperta tra il potere dirigente centralizzato, i deputati dei contadini, degli operai, dei soldati e gli stessi intellettuali che si adoperavano per la nascita e il consolidamento della nuova società comunista rivoluzionaria.

Fu la dialettica che organizzativamente prese il nome di Soviet, con cui interagirono i poeti del futurismo russo (i kom-futy). Rivoluzione sovietica del 1917 e futurismo russo infatti hanno avuto in comune sia l’effervescente e speranzoso 1917, quanto l’intento di non far cadere il momento politico-utopico del comunismo degli eguali in ideologia di regime stabilizzante. Il comunismo dei Soviet, a cui poeti e artisti dettero contributi di pensiero e di azione, aveva abolito la proprietà privata e il lavoro salariato, che oggi sono parole, immagini e comunicazioni salariate, e aveva affidato il controllo organizzativo ed esecutivo al popolo e ai lavoratori secondo l’organigramma democratico dei Soviet dei deputati dei contadini, dei lavoratori, dei soldati o del popolo tutto. Il popolo controllava decisioni e applicazioni in funzione del generale e non di una parte, e che non avrebbe arrestato il suo cammino rivoluzionario (la storia, per inciso, ci ha detto però diversamente). Ma di certo non si può dire che comunista, rispetto a quello del 1917, sia il comunismo del capitale e dei soviet finanziari che dalla fine del Novecento fino a oggi non smettono di essere dittatura operativa infestante.

Al posto dei soviet della rivoluzione comunista, il capitalismo della terza rivoluzione industriale globale, la rivoluzione post-fordista (l’ossimoro del lavoro immateriale) e della bio-politica del lavoro (il tempo e la vita interamente messi a lavoro e sottomessi alla legge della valorizzazione capitalistica) hanno realizzato i soviet delle truffe borsistiche e il comune immiserimento materiale, etico e spirituale per mare e per terra. La trasformazione è andata avanti convincendo ogni individuo di essere un’impresa personale o un prosumer, produttore e consumatore, produttore di plus-valore in proprio e autonomo in toto rispetto al vecchio modello del capitale che divideva capitale costante proprietario e variabile, la forza-lavoro viva dell’operaio o di altri dipendenti. Mentre il capitale finanziario odierno si è fatto risorsa collettiva trans-individuale, come se fosse una ricchezza comune e a tutti accessibile.

È tempo che tali dispositivi di cattura e controllo di classe vengano abbattuti, e che tale azione distruttrice sia sotto l’iniziativa di Soviet, compresi quelli di artisti e poeti, i soggetti che del linguaggio sanno fare uso rivoluzionario e, perché no, finalizzato alla possibilità del divenire-comunismo del mondo optando per un futuro che potenzi l’eccedenza d’essere della vita di ciascuno rispetto al tempo di vita monetizzato dei centri di potere finanziari, i sovrani senza sovranità ma egualmente signori sovrani che decidono della vita e della morte di tutti e tutto!

Per dirla con Francesco Muzzioli: «Il richiamo del comunismo […] significa tutta una serie di cose […] è inoltre una necessità, abbiamo scacciato il comunismo ma la situazione è gravissima non resta che richiamarlo in servizio e rifarlo in tutt’altro modo potrebbe […] intendersi come “reclamo” […] da portare al comunismo realizzato che ha usurpato l’idea […], ma anche “reclamare” la restituzione per nuovi adempimenti possibili» (Il richiamo del comunismo).

NOTE

1 Mauro Bertani, Individui molecolari e trasformazioni delle soggettività, in “Aut Aut”, Dicembre 2017, n. 376, p. 110.

2 Cfr. http://www.senecio.it/riv/53.html, Titos Patrikios, I trucchi di Odisseo (a Dimistris Maronitis)

3 Giacomo Cuttune, Sguardo obliquo 2 (tela ovale 40×50, 2017).

4 Maurice Benayoun, On line, life line, slittamenti dell’arte, in La conquista del tempo – Società e democrazia nell’era della rete ( a cura di Derrick de Kerckhove, Editori Riunit, Roma, 2003, p. 122.

5 Christian Marazzi, Il sapere della moltitudine è indifferente alle crisi, in Introduzione, in Il comunismo del capitale- Fianziarizzazione, biopolitiche del lavoro e crisi globale, ombre corte | UniNOmade, Verona, 2010, p. 200.

6 Ivi, p. 128.

7 Émile Benveniste, Uno sguardo allo sviluppo della linguistica, in Problemi di linguistica generale, il Saggiatore, Milano, 2010, p. 35.

8 Cfr.Toni Negri, Elogio delle minoranze- Gilles Deleuze risponde a Toni Negri su comunismo, controllo, soggetti, in “il manifesto” (cultura e comunicazione), martedì 8 maggio,1990, p. 14.

9Christian Marazzi, Introduzione, in Il comunismo del capitale- Fianziarizzazione, biopolitiche del lavoro e crisi globale, cit., p. 17.

10 Cfr.Toni Negri, Elogio delle minoranze- Gilles Deleuze risponde a Toni Negri su comunismo, controllo, soggetti, in “il manifesto” (cultura e comunicazione), martedì 8 maggio,1990, p. 14.

11 Alain Badiou, Filosofia e matematica o la storia di una vecchia coppia, in Elogio delle matematiche (a cura di Marcello Losito), Mimesis / Epistemologia, Milano-Udine, 2017, p. 27.

12 Franco Beraldi Bifo, Manifesto del dopo-Futurismo, in Dopo il futuro. Dal Futurismo al Cyberpunk. L’esaurimento della modernità, DeriveApprodi, Roma, 2013, p. 130.

13 Franco Berardi Bifo, Interminabile processo della terapia, in L’anima al lavoro- Alienazione, estraneità, autonomia, DeriveApprodi, Roma, 2016, p. 280.

14 Slavoj Žižek, Che fare?, in La nuova lotta di classe (traduzione di Vincenzo Ostuni), Ponte alle Grazie, Milano, 2016, p. 126.

         

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