Una Sherlock Holmes della poesia ⥀ In memoria di Anna Elisa De Gregorio

Presentiamo un’analisi a cura di Natalia Paci della produzione poetica in forma di haiku della poetessa marchigiana Anna Elisa De Gregorio (1942-2020)

 

Gli haiku di Anna Elisa De Gregorio (Siena 1942 – Ancona 2020) sintetizzano bene una caratteristica di tutte le sue poesie: quella di coniugare la semplicità espressiva con la profondità di significato. L’haiku, infatti, è una forma poetica della tradizione giapponese che ricerca la verità nella semplicità. Così come gli haiku implicano uno studio paziente, meticoloso e instancabile per riuscire ad esprimere tanto con poco, per poter racchiudere, in soli tre versi, attimi dal respiro universale, così la poesia di Anna Elisa è una ricerca che procede per sottrazione, da investigatore del dubbio, una Sherlock Holmes della poesia, che passa in rassegna tutte le ipotesi, anche le più improbabili, scarta solo l’impossibile, affinché resti il vero.

Ecco tre haiku scelti dalla raccolta L’ombra e il davanzale (Seri Editore, 2019):

 

Diretti al mare
i piedi dei migranti
ventagli di sabbia.

È dolorosa
spina della vela:
punge l’azzurro.

Sul delta del Po
fenicotteri a stormi:
migranti accolti.

 

Anna Elisa opera nella sua poesia anche un’altra sottrazione: elimina dai suoi testi il narcisismo, il ripiegamento su se stessi, forse nella convinzione che, tolto l’ego, resta la poesia.

Così come era la persona, anche la poesia di Anna Elisa è umile, attenta più agli altri che a se stessa. Non a caso la sua è una poesia piena di dediche (a Monica, a Tiberio Mitri, a A.D.S., a Mark Strand, ad Andrej Tarkovskij, a Michele Sovente, a F.S., a A.R., a Humphrey Bogart, alla «Terra madre», all’ultimo ragazzo ucciso in missione di pace, in risposta a Nino De Vita, a G.D., per tutti i Petru Birladeandu, a Federigo De Benedetti, a Wislawa Szymborska, a Kazuo Ishiguro, a Fernando Bandini, a N.M.,  ecc.), di citazioni (di Giorgio Caproni, di Matsuo Basho, di Jorge Luis Borges, di Eraclito, di Giorgio Vallortigara, di Simone Weil, Primo Levi, Wallace Stevens, ecc.), potremmo dire, di riconoscenza. Riconoscenza non solo verso le persone o gli autori che le hanno aperto mondi, ma anche un ringraziamento francescano ad animali o piante che accendono sguardi di speranza verso il futuro, «dopo tanto esilio».

Riporto qui la poesia L’occhio degli alberi, tratta da Dopo tanto esilio (Raffaelli Editore, 2012, pag. 81), che contiene cinque haiku:

 

Protegge a terra
l’ala rotta di un merlo
il salice chino

Fa da capanna
nella pioggia il viburno
coppia di gatti

Sconfina storto
l’olivo e gira l’occhio
un nido vuoto

Nei ghirigori
di un cancello s’affaccia
il caco e splende.

Cercando luce
diventano giganti
gli umili pini.

 

Una poesia altruista, quindi, quella di Anna Elisa De Gregorio, che non dimentica l’importanza di essere grati, di ascoltare con umiltà gli insegnamenti degli altri, anche quando sono solo una margherita, un albero o un cane:

 

Contempla il mondo
spuntata dall’asfalto
la margherita.

Mi metto in tasca
la memoria dell’albero:
divento seme.

Assorto il cane
guarda la fontanella:
plic, una goccia.

 

La vecchiaia e la morte sono molto presenti nella poesia di Anna Elisa De Gregorio. Ecco quattro haiku tratti dal già citato L’ombra e il davanzale:

 

Intimi amici
nel cimitero arrangiato
i cani e i gatti.

La strada invecchia
sull’asfalto cucite
toppe più scure.

Passano gli anni
mi faccio pianta e bestia
sempre di più.

Parla di dio
col suo respiro stanco:
gattina vecchia.

 

Vecchiaia e morte non sono però intesi come fine definitiva, ma come scomparsa che lascia traccia di sé: «quasi un’assenza, / il nulla di un alone» sono gli ultimi due versi di Le insolite cose; «che possa dire: io c’ero / e un po’ ci sono ancora», gli ultimi due versi di Torniamoci sopra (entrambe le poesie sono in L’ombra e il davanzale, cit., pagg. 14-15).

Una traccia di sé, quindi, quasi come un lascito, un insegnamento o un’opportunità: «Vorrei fare petali di quelle ombre / e fiori di ciliegio, / alberi interi, viali» (ultimi tre versi di Il suono dei petali in L’ombra e il davanzale, cit., pag. 23.).

Non c’è quindi abbandono alla tristezza o alla disperazione, al contrario, Anna Elisa ci ironizza sopra, come un saggio Buddha: «La foglia gialla / sotto il tergicristallo: / multa d’ottobre»; «Un orologio / in tasca al Bianconiglio: / è tardi, è tardi…» (L’ombra e il davanzale, cit., pag. 76) e mantiene uno sguardo di fiducia e speranza verso il futuro: «Quasi un addio / ogni libro finito: bozzolo aperto» (L’ombra e il davanzale, cit., pag. 77).

Per concludere, altre due poesie che, anche se non sono haiku, rappresentano bene questa ironia e questa speranza con cui Anna Elisa guardava alla vita e alla morte.

 

Dopo tanto esilio

Una sera d’improvviso
senti voci di ragazzi
che dal cortile salgono
fino all’ultimo piano.

Giocano sudati a palla
e sono come l’estate
che arriva tardi magari
quando inizi a dubitare.

(Da Dopo tanto esilio, cit., pag. 76).

 

People in the sun

Nessuno lo dimentica,
stiamo aspettando la comune sorte
umana, ma aspettiamo s’una sdraio,
al mare, portando occhiali da sole
per non farci subito scoprire.

Facendo conto di nulla,
noi due non ci baciamo
ci scambiamo parole non d’amore
per non farle sapere
che noi due stamane siamo felici.

(Da L’ombra e il davanzale, cit., pag. 35).