Antoine Marie Joseph Artaud, meglio noto col nome di Antonin Artaud è sicuramente il padre del teatro del Novecento. Poeta dell’eccesso e della blasfemia, egli si fa creatore di un linguaggio nuovo, capace di congiungerlo alla sua “famiglia celeste”.

Per fare più luce su questa figura ci siamo recati a Venezia per intervistare Pasquale Di Palmo, critico, saggista, poeta e traduttore, che ha consacrato buona parte della sua attività di studioso al marsigliese.

 

Perché Artaud?

L’infatuazione per Artaud nasce nei miei anni giovanili. Conoscevo già le sue opere più importanti, avevo letto l’Eliogabalo, Al Paese dei Tarahumara, Il Teatro e il suo doppio e i testi che circolavano all’epoca. In un secondo momento, nel 1996, ho avuto occasione di visitare una mostra documentaria che si è tenuta alla Galleria Bevilacqua La Masa di Venezia in occasione del centenario della nascita dell’autore marsigliese, curata da uno studioso di teatro, Gianni De Luigi, che proponeva una serie di documenti, tra cui alcune prime edizioni. In sottofondo figurava la voce stessa di Artaud, quella voce inconfondibile, gracchiante, lamentosa, simile al verso di un corvo agonizzante, che recitava un suo testo sul tema della malattia. Alla fine del percorso campeggiava un piccolo quadro di Van Gogh e di fronte allo stesso c’era un inginocchiatoio. Questa esperienza mi ha letteralmente folgorato, sono andato a verificare le traduzioni italiane e mi sono reso conto che gran parte degli scritti di Artaud non risultava disponibile nella nostra lingua. Ho cominciato perciò a tradurre le poesie, ricavandone nel 2000 un volumetto delle Edizioni Via del Vento intitolato Poeta nero, dopodiché ho continuato riuscendo nell’impresa di rivisitare tutta l’opera poetica composta fino al 1935. Questo lavoro, piuttosto complesso in quanto comprende un corpus di testi che si rifà espressamente all’esperienza surrealista, poi rinnegata, è confluito infine nelle Poesie della crudeltà, edite da Stampa Alternativa nel 2002, contenente anche un mio articolato saggio introduttivo.

 

Che rapporto hai con l’autore?

Diciamo che è un rapporto quasi di simbiosi. La sua figura rappresenta un unicum nella cultura moderna, non solo letteraria, in quanto Artaud è riuscito a rendere tangibile la dissociazione tra concezione originaria di un’opera e sua reale attuazione. Si pensi in tal senso alle considerazioni sulle difficoltà insite in questo processo compositivo che appaiono nel carteggio con Jacques Rivière.

 

Hai pubblicato vari libri su Artaud tra cui Lei delira signor Artaud. Un sillabario della crudeltà (Stampa Alternativa, 2011). Come spiegheresti la crudeltà nel teatro di Artaud?

Ho avuto modo di scrivere che spesso il concetto di crudeltà è stato travisato. Artaud attribuiva a questo termine soprattutto un valore che dovrebbe collimare con il concetto di rigore più che con gli aspetti violenti o efferati dell’opera teatrale. Lo rivela espressamente in una lettera a Jean Paulhan. Si tratta di un equivoco su cui si sono sbizzarriti tanti esegeti e addetti ai lavori, prendendo spesso a pretesto l’ambiguità insita in questa definizione al fine di ammantare di autorevolezza le proprie teorizzazioni.

 

Passiamo all’esperienza della traduzione. Parlaci di come ci si sente ad essere un poeta che ne traduce un altro.

Penso che l’attività di traduzione sia per un poeta molto formativa, qualcosa che dal punto di vista formale aiuta anche nella fase creativa tout court. Artaud non è stato l’unico autore tradotto, mi sono misurato con altri classici otto-novecenteschi, sempre di area francese, passando da Corbière a Daumal, da Michaux a Gilbert-Lecomte. Le figure che mi interessano di più sono quelle degli eretici, degli irregolari e, in questo senso, il retaggio della cultura francese, soprattutto in chiave novecentesca, offre inimitabili esempi.

 

Perché tradurre Artaud?

Tradurre Artaud è una sorta di scommessa nel senso che i suoi testi, specie quelli nati dopo l’esperienza traumatizzante del manicomio, rasentano spesso l’intraducibilità. Rimane fondamentale il rapporto di empatia che si dovrebbe instaurare fra traduttore e autore tradotto, senza il quale per me diventa impossibile intraprendere un progetto di traduzione articolato. Inoltre il traduttore si misura con espressioni che devono essere interpretate e ciò rappresenta una sfida, in quanto presuppone anche un lavoro totalizzante, di tipo ermeneutico.

 

Come ha reagito di fronte alle numerose forme glossolaliche che ritroviamo in Artaud?

Le glossolalie, termini che hanno a che fare con il linguaggio degli alienati, arricchito da implicazioni religiose che vanno da San Paolo agli gnostici, sono intraducibili, quindi non puoi fare altro che riportarle nella versione proposta nell’originale, allestendo magari delle note tese a chiarirne, ove possibile, la genesi.

 

Artaud traduce Carroll, ti sei occupato anche di questo. Puoi indicarci cosa secondo te i due autori condividono?

In realtà Artaud non amava Carroll, lo considerava un autore molto distante rispetto al coinvolgimento esistenziale che contraddistingueva gli scrittori e i poeti da lui più ammirati. Parla di Carroll come di un essere vile, depravato, a cui polemicamente contrappone la condizione esistenziale di autori come Villon, Baudelaire, Poe, Nerval, che marchiarono a fuoco la propria carne con gli strumenti trasgressivi della scrittura. Li definisce “suppliziati del linguaggio”. Diciamo che la reinvenzione di alcuni testi di Carroll deve essere considerata alla stregua del recupero di una dimensione creativa perduta nell’ambito dell’internamento in vari istituti istituti psichiatrici, tra cui quello di Rodez. Fu infatti il dottor Gaston Ferdière, primario di tale istituto, nonché convinto assertore dell’arte-terapia, a proporre ad Artaud di tradurre un capitolo di Attraverso lo specchio al fine di farlo approcciare linguisticamente alla realtà della fiaba con il presupposto di fargli recuperare la dimensione creativa perduta. In manicomio Artaud ricomincerà anche a disegnare. Non si dimentichi inoltre che redasse una vera e propria requisitoria contro la poesia, che si contrappone alla difesa che ne fece a suo tempo Shelley: Révolte contre la poésie.

 

Quando scrivi condividi il pensiero di Artaud sul fatto che le parole abbiano una scadenza e possano esercitare una tirannia sul testo?

Sì, anche se cerco di esulare dagli autori tradotti, con i quali mi sono misurato anche in chiave critica. Tuttavia la loro lezione è stata metabolizzata e risulta presente anche laddove apparentemente non appare traccia di tematiche o tecniche da loro approntate.

 

Artaud e la schizofrenia, il dramma dell’elettroshock, la perdita della dignità, si può parlare di una letteratura della psicosi, una letteratura in cui scrivere è esorcizzazione del dolore?

Certo, è uno dei grandi temi della letteratura novecentesca, la scrittura concepita come terapia, come tentativo di esorcizzare il dolore, il montaliano “male di vivere”. Risulta quanto mai evidente in Artaud, in cui la componente magica è oltremodo presente (si pensi ai sorts, lettere caratterizzate da vari interventi grafici nonché da bruciature, a cui attribuiva forte valenza taumaturgica), ma anche in autori che sono diventati veri e propri capisaldi della dissociazione creativa novecentesca e che non hanno necessariamente avuto a che fare con forme di terapia psichiatrica. Penso ai casi più evidenti di Kafka, Joyce, Proust.

 

Cosa ci insegna Artaud oggi? Perché studiarlo e fare ricerca?

Artaud è un vero e proprio universo. Le opere complete pubblicate in Francia comprendono la bellezza di 26 volumi, di cui due doppi. Ma alcuni testi non sono confluiti in tale progetto, curato da Paule Thévenin. E’ un autore che riserva in continuazione delle sorprese e spero che il futuro ci riservi la scoperta di qualche testo considerato irrimediabilmente perduto. E’ il caso di uno dei suoi libri “mitici”, redatto in un idioma inventato, emblematicamente intitolato Letura d’Ephrai Falli Tetar Fendi Photia o Fotre Indi. Queste ricerche espressive così radicali sono state accostate da alcuni studiosi a quelle, sperimentali ad oltranza, di James Joyce.

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