Sii me stesso è un libro in costruzione condivisa. Uscirà per Argonline ogni due lunedì. L’autore invita chiunque ne abbia il desiderio ad interagire con i testi, con domande o commenti. Per farlo, potete scrivere a – gentileapparenza@libero.it 

 


SII ME STESSO

(progetto di rieducazione sentimentale)

 

by

 

 

 

 

 

 

Introduzione

Nonostante l’angoscia della mia individualità finita trovo il coraggio nella fede della validità del gesto, e lo compio col mio libero rischio. Ciò è possibile in quanto quella mia fiducia, nel suo fondamento, nella sua origine, è certezza di qualcosa che continuamente mi giustifica, mi determina. Fede è memoria di questa certezza nascosta, intima, primordiale, per la quale sento che la mia azione non può andare perduta.

[…] abbiamo visto che se l’angoscia ha un grido, il “grottesco” è un grido stonato: se l’angoscia è il silenzio della estrema tensione, il “grottesco” è il silenzio vuoto, il silenzio relativo.

In un certo senso anche il “grottesco” ha il suo grido: “lasciami tranquillo”. È il grido che annienta l’io-debbo, l’io-posso, l’io-voglio. Ma c’è una voce più forte di lui (una voce che chiama nel deserto), una voce fraterna che raggiunge il solitario senza dialogo, l’assonnato tiranno di un popolo di nani, sul piatto scoglio della sua grigia solitudine. Quella voce, risuscitata alla fine dall’insostenibile rimpianto dell’occasione perduta, canta una vecchia e pur sempre nuova canzone: “voglio darti la gioia. In te ho riconosciuto me stesso, e in me ho riconosciuto per mezzo tuo la presenza della vita.”

Braibanti.

 

 

 

 

 

 

[-1]

Per arrivare a te, sii me stesso. Non quella birra.
Neanche quel lavoro o quella scema.

La personalità non ha destino.

Gli ubriachi fanno rabbia ma non ti amano.
Non fino in gola, dove chi ti ama davvero

È un fazzoletto.

Per arrivare dentro, sii me stesso. Non quella verruca,
la verità o l’altra cosa. Non confrontarti.

La personalità non ha destino.

Ci annunciamo e tanto basta
A chi (non) t’ascolta.

 

 

 

 

 

 

 

 

[0]

Ho bisogno d’un utero. Una mosca deve uscire e
le ho chiuso la finestra.
È importante
chiudere il significato e aprire
La parola

È importante restare discreti, al limite della fede, agire in aderenza e
Consiglio climatico.
È importante
Essere primavera             (arrabbiato come un fiore)

Ma più importante è chiudere la finestra
perché la mosca cerchi
Sul vetro
E non nell’aria la trasparenza

che le è propria.

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]

Sii me stesso viene dalla mia personale incapacità ad essere me stesso. Ritenuto dapprima come sbaglio, poi come debolezza e infine come difetto di sistema, ho voluto finora negare l’esistenza di questo fenomeno, giustificandolo dietro argomentazioni di tipo sociologico, economico, psicologico o morale, se non quando affettivo, difendendo talvolta l’idiotismo poetico o mascherandomi talaltra dietro il mio stesso silenzio, facendo di me il traduttore d’altri. Il fallimento o semplicemente l’esaurimento in me della figura del critico o del folle, del taciturno o del professore, mi ha portato ora ad assumere il corpo dell’autore. Finirà anche questo: finirà perché l’ho incominciato.

I versi qui di seguito sono frasi in forma di cosa: si tratta di parole che, per non essere state dette, sono divenute un oggetto (nella memoria, sulla carta, nella lingua, ecc.). L’oggettualità delle frasi è l’inferno in cui vive la lingua poetica contemporanea, inferno da cui ho preso le mosse per cercare, poesia dopo poesia, di parlare ad un interlocutore che non fosse, appunto, il critico, il professore, il lettore, o peggio ancora me stesso. Cercavo un interlocutore “reale”: ho trovato un testo.

Da espressione viva di un corpo condiviso — il contesto in cui nasce — la frase che dico (scrivo) diventa “la mia frase”. Quest’appropriazione la rende immediatamente e irrimediabilmente sola. La solitudine la porta allora a cercare frasi a lei simili, sole come lei. Tra di loro si trovano, ma — a meno che non fingano retoricamente di parlare davvero — non riescono a dire niente. E se riescono per coincidenze o contrasti a dire qualcosa, il loro messaggio si esaurisce rapidamente nel diluvio di messaggi che le precede e che le segue.

Come le “nostre” parole, così tra di noi sembriamo oggi, sempre più spesso, sinonimi che non si parlano più. L’arte della parola, rubataci dal preordinamento finanziario della comunicazione, viene a mancare nelle azioni più semplici, intime, amichevoli, familiari, amorose, e infine poetiche: la parola non apre al gesto, ma chiude, sigilla nel concetto. Ho voluto dunque partire da questa profonda chiusura per rivolgere ad altri le mie parole non dette. Ne è uscito fuori un insieme di testi accostati, un contesto di testi soli, come un collage dell’anima che mi è stata tradita, e che ho deciso qui di esporre, per narcisismo, ma nella speranza anche che gli specchi, disposti ad una nuova memoria, si parlino (si ascoltino) e che dalla vicinanza dei riflessi si formi una relazione utile all’espressione d’altre relazioni, umane o meno che siano.

 

 

 

 

 

 

 

 

[2]

Sono un cervo sperduto in una casa.
Calma.
Ti amo e sono un cervo sperduto in un barattolo.
Come quando ti regalano una noce.
Ho una metro.
Non ho una casa. Ho una lingua e un cuore
Di cera.
Piano.
Un cervo di cera e un fuoco che ti chiama
Piano.
Senti meglio.
Piano.
Sono un cervo aperto in un cuore di cera
Ti amo, incendio.

 

 

 

 

 

 

 

 

[3]

Curioso che io ci sia quasi. Lo specchio si forma, si sviluppa, si avvicina alla realtà, sta per nascere, sta per entrare e d’improvviso, non si sa perché né quando, è passato di là. Dall’altra parte. Là dove la coscienza è un ricordo e non è coscienza, ma è conformità alla rappresentazione dietro cui siamo accucciati, piccole farfalle rintanate nel soffio di chissà quale bambino, in noi, in chissà quale prova di bolla, e chissà se la bolla ha veramente vissuto quella meravigliosa tenebra dei sentimenti che volano, e chissà se ha davvero viaggiato e per quanto tempo e quand’è scoppiata. Chissà se la bolla sapeva di dover scoppiare, chissà perché, sapendolo, è voluta volare comunque, immanenza temeraria dei suicidi, suicidaria meccanica della vita, spendi e sarai comprato, compra e sarai venduto alla cosa, al desiderio rintanato nella cosa che volevi, e che come la bolla non si presenterà più, non avrà più la pulsione elementare del proprio bisogno, l’urgenza di essere e basta, contro qualsiasi progetto di identità o direzione. Così vado e profumo in una realtà, e non ci sono mai esattamente, sono un po’ qui nella scarpa che avanza e un po’ lì nel Buco che si specchia serpeggiando tra le sue storie di Dei ripieni e Sfidanti del vuoto, laddove una parte di noi deve rimanere da sola e amarla davvero significa raggiungere l’odio, la sua prova, la malattia di una fedeltà cieca, mentre Cupido sorride, come un maresciallo che sa cosa hai fatto e, da quello che hai fatto, sa cosa farai. Siamo così, tutti. Ma tutti ci ammaliamo di essere poi sempre in mezzo, e allora uno si fa da parte per sempre e l’altro si mette sul palco, magnificando la vanità con cui l’abbiamo lasciato giocare, mentre seduti sulla panchina del pensieroso pensiero impariamo invidiando, offrendo i nostri occhi in sacrificio al carosello, umili vittime della protezione, e del suo albero di linguaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

[4]

Fare un figlio, significa saperlo cancellare.

―  non è un buon giorno
per spiegare
l’altezza delle cose umili.

Credere è un muscolo. Un muscolo
è il Miracolo di perdere tempo per dare coraggio e
perdere gusto e senso e

Fare un figlio, significa saperlo rifare.

― non è un buon giorno per
spiegare l’altezza
delle cose basse.


Esiste, perché può esistere, una poetica dell’idea parlata: dopo la parola data, c’è sempre la parola ritratta ― dopo la parola detta, c’è sempre la parola rifatta. Buchi bianchi ci stanno dentro da una ventina d’anni poetici. “La poesia s’è rifatta le labbra” = significa che si narra in essa la volgarità originaria di una bellezza che si paga ― le ali a tre euro ― ben al di là di un naturalismo orale o culturismo metrico che non può captare l’orfanezza delle cose che ritornano. Niente torna, in natura. L’uomo sì. Non nel senso del tempo. Perché il tempo non ha senso.


 

 

 

 

 

 

 

 

[5]

Cara Audrey,

ti scrivo perché non ti conosco, perché conosco il tuo desiderio, perché conosco ciò che volevi e ciò che hai ottenuto, fecondando te stessa in chissà quale antico progetto di esplosione, tu nel guscio di mandorla, tu nella vasca piena di fragole, accanto alla stanza dove entrava il freddo. È strano scriverti da questa distanza geografica, ti immagino, chiusa nei tuoi pensieri, a filare il tuo ruolo con la stessa incertezza dell’antichità che ti ha spinto ad assumerlo. L’italiano è una lingua tenera, che tu non capisci e che proprio per questo credo sia opportuno, qui, per parlarti, di utilizzare. Scrivere poesia è stato e credo sia ancora parlare a qualcuno che non ti capisce, da una lingua che neanche tu, che la scrivi, capisci esattamente. L’esattezza è un esercizio, un allenamento continuo a perdere da sé i propri fini, come i fili che intrecci per la tua creatura, per proteggerla dal freddo di una realtà che non ha niente a che vedere con la persona che la vive, con il suo destino interno, quello stesso destino che mi porta a scriverti, proprio perché non ci sei, proprio perché non puoi capire questa lingua, proprio perché ti conosco appena: perché dalla piccolezza soltanto si possono fare le cose grandi, come esporsi (cioè assentarsi) in un libro, utilizzare una voce che si taglierà le braccia di pagina in pagina, che imploderà di vergogne e giudicherà se stessa fino ad imporsi di subire quello stile che è, sì, imitazione, ma che dall’imitazione è se stesso, proprio come una madre è il proprio bambino, e cercare di distinguere tra i due è una violenza pari soltanto alla verità. La verità è un arresto che va da sé, come la sorgente scappa da sé per correre in rivolo: la purezza, la purezza muore continuamente. La verità è sempre accanto a sé stessa. È il pericolo questo ed è al tempo stesso il gioco dell’imitazione. Parlo alla tua immagine e ti perdo continuamente; ma parlo alla tua immagine perché ti perdo continuamente. Capisci? Se ti perdo continuamente allora debbo continuamente fecondarti nelle mie parole, devo continuamente resistere alla tenebrosa inerzia con cui ti perderei, se tu fossi tu, e se io ti parlassi veramente (non avrei niente da dirti del resto). C’è uno scarto. E in questo scarto scivolano alcuni sentieri di alcuni sentimenti. Solo la poesia lo può dire, perché ― ed è la cosa più facile da capire, e la più difficile da accettare ― perché non dice niente. Che dice un filo d’erba? Ora tu sei tu lì dove sei, ma qui, qui sei questa commistione di vasche cuneiformi dove coltiviamo suoni, che non sarà dato a noi di ascoltare. Queste vasche, queste poesie dove non possiamo lavarci, possono davvero essere utilizzate come contenitori. L’antichità del destino interno chiama ciascuno a provare: terra, compost, irrigazione, luogo, posizione e speranza, affetto, amore. Le cose che crescono non dipendono da noi, ma il lavoro nostro soltanto può aiutarle a dipendere da sé stesse. Ti parlo, e chissà perché ho la sensazione esatta di non sapere ciò che sto dicendo. È una piccola umiliazione. Non so perché questa lettera si è manifestata qui. La scrivo perché difenda la poesia che le sta intorno. Perché impedisca alla Cancellazione di essere la Madre che non la riconosce. Non ho la coscienza di questo. Ma ne ho l’intuizione. Un figlio, credo, sia l’intuizione che ci difende.

                                                                                      Tuo,
                                                                                               A.

 

 

 

 

 

 

 

 

[6]

Saliva di un’esistenza strana
Con le parole, potrei scalare un villaggio o
Cadere dalla finestra.
Un figlio mi è caduto dal cuore,
Questo pomeriggio
Sei stata tu a guardarmi troppo.
E poi
A poco a poco
Anche io sono caduto dal cuore.
E il tuo sguardo di nascosto
Sotto le mie gambe
Erano una poesia di piedi al freddo
Primaverile
Una voglia, la campana che suona
Una voglia: tenerti vicina
E ricordarmi
Chi sei
Se questa è una parola.

 

 

 

 

 

 

 

 

[7]

Il segreto degli uomini: imbarcarsi in imprese che non li rendono felici, se non attraverso la donna.

Christa Wolf

[8] Modalità di un problema (un approccio)

Nella sfera non razioide i fatti non si sottomettono, le leggi sono dei setacci, gli eventi non si ripetono, ma sono individuali e variano all’infinito. […] La sfera non razioide è la patria del poeta, il regno della sua ragione. L’antagonista del poeta cerca il dato fisso, ed è soddisfatto se riesce a impostare un calcolo nel quale il numero delle equazioni è uguale al numero delle incognite che si trova di fronte. Qui invece le incognite, le equazioni, e le possibilità di soluzione sono per principio infinite. Qui il compito è un altro: scoprire soluzioni, rapporti, connessioni, variabili sempre nuove; costruire dei prototipi che prefigurino il corso degli eventi; indicare dei modelli invitanti, che insegnino all’uomo come può essere uomo; inventare l’uomo interiore. Spero che questi esempi siano abbastanza chiari per escludere qualsiasi riferimento a una conoscenza, a una comprensione, eccetera, di tipo “psicologico”. La psicologia fa parte della sfera razioide.[…]Se la sfera razioide è il regno della “regola con eccezioni”, la sfera non razioide è il regno delle eccezioni sulla regola. Può darsi che sia solo una differenza di grado. Ma si tratta di una differenza polare, che impone un completo capovolgimento dell’attitudine conoscitiva. Nella sfera non razioide i fatti non si sottomettono, le leggi sono dei setacci, gli eventi non si ripetono, ma sono individuali e variano all’infinito.

Robert Musil

 

Cara Elisabetta,

se la tua intuizione è vera, io starei utilizzando la questione femminile per dare acqua, o meglio direi annacquare il mio mulino. Vi sono tappe nella vita, stagioni, in cui non è possibile considerare positivamente un’azione, in cui non è possibile “agire” nel senso attivo del termine. Ecco dunque che per far funzionare il mio mulino con l’acqua di una tematica devo prima annacquarlo, devo prima imbrigliare i rapporti già definiti (les idées reçues) dal/nel mio spirito, al fine di poter osservare come gli elementi del discorso agiscono, in me, certo, ma “me” considerato come arena in cui toro e torero entreranno in lotta, scambiandosi il sostrato psichico e ricreando dunque il conflitto tra le parti nello spettacolo di sé, “sé” considerato come un universo politico agente nella sfera privata. Ora, quello che cercavo di spiegarti, è che senza l’arena, sia il toro che il torero non hanno nessuna voglia di scontrarsi, anzi. Il primo problema per affrontare un problema è individuare l’inerzia del problema. Da maschio, so che niente si muoverebbe in me se non definissi un contorno spazio-temporale entro cui agire: un momento, un modo, un terreno. Se non erro, la tua opinione è che la circoscrizione soggettiva di queste tre coordinate impedisce la relazione oggettiva delle parti, ovverossia che il maschile attraverso il quale determino la cornice, impedirebbe il femmineo della relazione. O se non lo impedisce, lo predetermina, falsificando dunque ogni scontro futuro, perché la lente di lettura dei conflitti sarebbe già di parte. Personalmente, penso sia ozioso da parte mia cercare di considerare la mia natura come non-maschile, ovverossia cercare di proporre un linguaggio di discussione artistica che non provenga da me: anche “me” infatti, è corpo soggetto al destino di produzione del reale: anche il mio corpo è un contenitore, anche se meno evidente. Occorre individuare per prima cosa allora “di cosa” il mio corpo (o il suo statuto di corpo maschile) si fa veicolo, che cosa può veramente accogliere della problematica trattata. Entrare in relazione con una tematica non significa appropriarsene, ma va considerato che, senza la dinamica di appropriazione, cioè d’individuazione e metabolizzazione, la tematica (cioè il conflitto toro-torero) non si esprimerà. O se si esprimerà lo farà per via vaga, per fumi d’arrosti precotti, per l’esigenza vanesia e pubblicitaria della ricerca d’attenzione, dell’egocentrismo non dichiarato. In qualche modo, ho sempre pensato che farsi veicolo di problematiche fosse la prima cosa da fare. Una volta che sono veicolo, le parti possono lottare liberamente per il posto del guidatore. L’importante diventerà così il veicolo, il quale porterà semplicemente il discorso attraverso i sentieri tortuosi dell’individuo morale, del personale, laddove insomma si manifesta ciò che poi, di là dalle grida collettive, uno pensa veramente, laddove l’eroe cerca affetto, e la guerriera cerca l’amore. La vera lotta è dunque questa: tra il bisogno di autonomia e il bisogno d’amore: l’una esclude l’altro? In questo, non ho che l’onestà ― buona e cattiva, vera e falsa ― della mia percezione, che mi possa fare da guida. Attraverso l’onesta, i problemi del maschilismo che mi è stato indotto si presenteranno secondo la loro natura: è ammettendo la malattia ― per quanto sia disgustosa o falsificata da millenni di patriarcato ― che si può curarla.
Cerco di dire soltanto che sono allo stadio dell’ammissione della malattia. La cura verrà in seguito. Del resto, la stessa ammissione mi pare essere una prima forma di cura. Non credo si debba decostruire l’uomo. Non credo si debbano separare decostruzione e ricostruzione. Il bisogno di definirli è un bisogno legato alle modalità di conoscenza. Nella coscienza, credo, sono indistinti. Il linguaggio della mia deco-ricostruzione del maschile che mi abita, parte da questa unione tra le parti. L’indistinto esonda dal soggettivo in questo: il “mio” appartiene al “nostro”. E in questo si può fare testo, e indirizzarsi senza ipocrisia ad altri.

È evidente che tutto questo include discorsi molto più grandi e complessi di come io li pongo. Ma penso che soltanto essendo piccoli possiamo concepire lucidamente le cose grandi (i bambini ne sono un esempio). Pongo allora come materia condivisa questa lettera, sperando che dal tuo punto di percezione si possa formare una risposta. E sì, anche questo è un gioco letterario. Ma chissà che nella disciplina del gioco si possano esprimere meglio i contendenti. Chissà che attraverso la leggerezza del dialogo non si riesca a capire meglio la pesantezza del silenzio.

tuo,
Andrea.

 

[to be continued…]