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Sii me stesso (di Andrea Franzoni) | Seconda parte




Presentiamo la seconda parte di Sii me stesso, un libro in costruzione condivisa che esce per Argonline ogni due Lunedì. Qui 1 potete leggere la prima parte già pubblicata. L'autore invita chiunque ne abbia il desiderio ad interagire con i testi, con domande o commenti. Per farlo, potete scrivere a – gentileapparenza@libero.it 2


 

 

 

SII ME STESSO

(progetto di rieducazione sentimentale)

 

by

 

 

 

 

 

 

[9]

Mi piegarono le ginocchia per convincermi
Dell'idea d'amore: rabbrividì il silenzio
Scese nel corpo il patto diventato
Braccio
E ramo
Braccio e nesso.
Chi ti stava usando era la vita
E quella non ebbe, da lei, altro che sé stessa.
I baci diedero un figlio e
Un figlio fu lo sguardo di quelle ginocchia: non potere
Tremare di non potere sul desiderio
Di restare.
E scivolano le stelle nella greppia dei desideri
Un uomo
Una donna
Una spada ricoperta di cenere.
Si stinse così il fiato di quel fiore.
E dovevamo vivere ancora
Di quel flauto diventato libellula
Libertà che ti stringe quando scema la tristezza
E ti vuoi
E non puoi che volere perché il resto
Trema.

 

 

 

 

[10] Da una lettera di Carla Lonzi

Non posso venirti incontro se tu non mi dai un cenno, non ho nessuna intenzione di continuare a fare la sorella maggiore che indica la strada alle altre, posso capire che questo mio ruolo sia stato odioso ai tuoi occhi, ma finché non ti parlo di me vedrai sempre solo quel lato, così come di te vedrò sempre e solo il lato frenante.
Se ti ho detestato è perché ho sentito in te il dubbio che ci fosse un aspetto disonesto nella mia vita per quanto ti sei scandalizzata di me tutto il tempo.
È un linguaggio indiretto quello con cui cerchiamo di fare passare le nostre scelte o propensioni: sperando che l'altra non se ne accorga abbastanza da schierarsi contro, ma abbastanza da rimanere colpita. È un gioco assurdo, molto raffinato, ma nella sostanza un corpo a corpo. perché negarlo?
Sei speciale per organizzare situazioni in cui ogni apertura sia impossibile: nemmeno da pensare
incontri senza le bambine, i mariti muti o il cinema. Già è difficile, così è escluso.
Come all'epoca della mia gelosia da piccola volevo trasformare una privazione in una rinuncia volontaria, come all'epoca di Cesare volevo trasformare una mia sconfitta in una mia generosità.
Se fossimo arrivate a parlarne insieme tutto si sarebbe chiarito e perciò dissolto. In fondo è qualcosa di remoto anche per noi quello che ci impedisce di sbloccarci

 

 

 

 

[11]

Sbranarti di fedeltà
Muto
Nel nome della parola.

 

 

 

 

[12]

15/01/18

Le parole sono i fatti. Sogno di una poesia che penetri nell'uomo e non lasci traccia del linguaggio, dei suoi manierismi retoricati dagli esperimenti. La natura sperimenta sé stessa. E se narrassi il mio viaggio nella tristezza? Anche la tristezza ha le sue gioie, le sue immagini, i suoi conflitti, la sua calorosa famiglia. È solo male accettata. Perché si parla d'altro tra i vivi. Uno dei problemi maggiori della poesia d'oggi e che, giustificata dalla relatività che la sdoppia, non riesce ad accettare che anche se la terra gira intorno al sole, l'uomo non può vedere che il contrario. Cioè che anche se i punti di vista sono plurali, i nostri occhi non possono vedere più in là di sé stessi. C'è un dovere di amore in questa drammatica finzione. La verità sembra alta. Ma le ali vogliono camminare. La profondità dell'essere si trova sempre nella banalità che ti ama, e che per quanto tu la spieghi, non si concede se non la porti fuori a cena, non le dai ciò che ti chiede, e che è quasi sempre ciò che ti manca.

Vista lettura Balestrini e Mazzoni. Mi fa piacere l'intelligenza del discorso. Ma poi ci si chiede: a chi stai parlando? Scolastici, i testi si difendono dal mondo. Sempre la stessa storia: paura. Balestrini, nella sua semplicità, ignora, e ignorando parla con grande onestà. Non basta, ma l'onestà è storia ed ha una gentilezza piena di battaglie, e il popolo che capisce, chissà cosa, ma capisce. Mazzoni sembra un cucciolo di cane che si protegge con i suoi latrati brevi e quadrati, con quella razionalità giornalistica delle persone che perpetuano lo starci-system della letteratura, convinti di (o da) una intelligenza che è pur sopraffina, è vero, ma nel regno degli smorti. Nessun rischio, significa nessuna utilità. Ma ognuno parte dai propri rischi, e Mazzoni parte dai suoi, quelli professorali, borghesi, dell'impiegato che va in metro e non crede di essere altro. Di donde si può dire che anche la sua è onestà, anche se non può essere che disonesta l'azione immobile di chi, avendo potuto coltivare l'erudizione, l'usa solo per constatare in parole ciò che il silenzio non fa. Manca incredibilmente l'uomo, la sua pazza passione dissociata, manca il corpo, manca la poesia del corpo che abbiamo, ogni giorno, quel tremore del freddo che viene da dentro e che non si può proteggere da nessuna letteratura, quella minorazione che ci chiamò, e senza la quale nessuna poesia sarebbe poesia. Sempre la stessa storia. Manca la storia che avviene, viene la storia imposta della vergogna.

 

 

 

 

[13]

Ho la paura dei cinque cuori
Tradire o sentirmi sola
E dei cinque anni e delle cinque mani
Ho la paura
Dei cinque cattivi
E non ho paura della paura
La paura è la mia
Colazione.
Poi vado avanti, e l'asporto passa e
Sembra che ho cinque vite e faccio cinque piatti e
Sembra che ho cinque giornate e poi
Una
Due
Tra quattro
Cinque e cinque
Quattro
Ma la mia non è pazzia la mia
Pancia
Me l'han tolta.

 

 

 

 

[14]

La vita a volte ti scambia per la vita e devi solo continuare a battere il dito della solitudine per arrivare al bar, sorridere, far vedere che dietro i tuoi occhi c'è un re nudo che piange di libertà, e che la libertà è un cane che si alza di fronte a un altro cane. Siamo cose. Cose e mobili che si dispongono nel nostro vedere oltre la strada, ruminare e ruminare una via, andata e ritorno, fino a trovare dietro la realtà la realtà, un divano di colori sfumati e trementina che scivola come scivola l'anima sulle gradinate di un passaggio, sul suonatore antico che suona le stesse canzoni e non sa, non sa che non è un semplice zigano acceso dalla fiamma dell'ipocrisia viva, ma è più, è più perché noi siamo meno, e guardarlo, ascoltare quel suono di deriva e sempre irrimediabilmente uguale a se stesso ci mette nell'utero della nostra maternità. Maternità è ciò che arriva, ogni mattino, all'operaio specializzato. Estasi è quello sguardo a denti separati alle 10, quando il tram arriva e riprende tutti, riporta tutti, e tutti sono una parte del tram che non si rassegna. Poi le scatole coincidono e allora speriamo un po' di più. Poi le parole si parlano e allora capiamo. Poi è di nuovo mattina e dimentichiamo tutto per fare della giornata un'opera che non ha coscienza. Impossibile difendere certe frasi. Impossibile difendere certa realtà. Cambiare di ramo talvolta può sprigionare un uccello.

 

 

 

 

[15]

Cara tu,

ora ti mischi con tante cose e persone e fatti che non so più se sono fatti o sono ricordi. Le cose si stringono, hanno ognuna il loro laccio e il loro laccio è un cretino che ti da un bacio e non sai perché lo rifiuti solo perché è un cretino, e chissà che quella sua stupidità non sia invero una materia di luna caduta dalla sua timida pienezza, come le voglie, che si spengono quando si hanno. Si strusciano le cose, si mischiano con le anime degli altri e uno non sa più a che governo sposarsi, a che classifica dare la propria felicità. Sì, forse è questo. Tu ora stai venendo e ora forse è questa la classifica che sei, e poi sarai qui e allora saremo il vuoto di cinque piani in questa città grigia come siamo diventati, piena di sprazzi di celeste che poi si cancellano e poi piovono e poi ridiventano sempre il cretino, maledetta abitudine a volersi capire, a fine giornata, come se una giornata potesse finire. Sono giorni che non sento la mia voce. Una sera ho sentito la tua e la tua era una voce mia che non riuscivo a sentire. Chissà se tu lo sai, chissà se sai che sei una bomboletta di cristallo bagnato un mattino ottocentesca alla finestra di una signora che desiderava essere un'aquila, e che per il suo desiderio ha interrotto tutto, ha guardato il telefono, e si è addormentata, abbandonando nel sonno tutto, anche il suo desiderio. Lo vedi, le cose si complicano tutte quando sono strette, è il modo in cui camminiamo qui da noi che abbiamo il gas che esplode dentro e che dobbiamo tenere per non bruciare la quieta quotidianità delle strutture, la parca e casta sensibilità delle divisioni. Ne abbiamo bisogno? Direi di sì, come te che vieni e io che ti anticipo proteggendo le sfere di sigarette non fumate che avranno tanti effetti brutti e belli su di me, come io che ti aspetto e tu che arriverai, in ritardo, piena di un personaggio intelligente che vedrai, corrisponderà esattamente al cretino che guarda sotto la finestra la signora ottocentesca che aspetta dal vetro della finestra le lacrime che non riesce più a dare. Forse è questo. Scusa se ne parlo sempre ma mi sembrano sempre così importanti: le lacrime. È vero. C'è poco da dire. Come quando arriva una poesia e la luce si spegne, e allora ci abbracciamo e diventiamo parole di luna aperta alla fantasia che non si ferma, non viene, non arriva, non ritorna, non si sveglia.

 

 

 

 

BAMBINA DENSA

He querido iluminarme
a la luz de mi falta de luz.
A. Pizarnik.

Ora qui, e mi chiedo come non occuparmi di te
come non sbagliarmi quando dico una cosa,
come fare, a non tornare nelle tue spalle, a
dormire nel silenzio della tua schiena.


La televisione parla, cosa e casa si confondono ed
essere giusto è una fatica senza paradiso, senza inferno: procede,
come fa la televisione e come farai tu,
ovunque tu sia.


Chissà se senti il vuoto nelle tue spalle.
Chissà se ti dici che quel vuoto è qui, con me,
che quel recipiente nella terrazza della rabbia, della paura,
che quella ciotola di nervi nell'incavo delle tue spalle
era per me.


Entra un bambino, la giustizia si fa le carezze,
il sonno vuole abbracciare la tristezza e provo,
con questa poesia, a non portare ciò che sto provando,
a non riempire, non invadere quel recipiente sacro
che è la ciotola, la ciotolina della notte distesa sui
fulmini e fiori che ci siamo dati.


E mi sembra così, il dare, simile al tempo in cui una televisione
dura e poi, la sensibilità o l'abitudine di chi la guarda,
capisce che è l'ora di spegnere, che è l'ora di ascoltare questa poesia,
senza invaderla di sonno, di denti, di sensazioni di combattimento.


Che combattano pure queste digressioni, che lottino tra loro i sinonimi
che siamo diventati e che le emozioni che non ci possiamo iniettare
facciano la loro faccia solita, con il loro solito separarsi in aspetti formali.


Che accada quello che sta accadendo: è la giustizia: una bambina densa
che guarda una maschera sul vetro, dove la notte si presta, come una televisione,
a spegnersi e specchiare. Una bambina densa non sa riflettere su ciò che
accade. È lei stessa ciò che accade. E per questo si specchia: può lasciare la sua
immagine a chi la guarda, e lei sognare.

 

 

fine della prima parte (dello stesso gioco)

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  2. mailto:gentileapparenza@libero.it
Post date: 2019-04-29 10:32:21
Post date GMT: 2019-04-29 08:32:21

Post modified date: 2019-05-02 23:17:27
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