Il Corpo

Stringeva il telecomando con tale vigore che i suoi polpastrelli ora tendevano a un color latte di soia. La mano tremava in preda a uno zapping frenetico.
Paolo aveva sempre avuto le mani fermissime.
E un odio viscerale per la televisione.
L’avevo conosciuto dieci anni prima. Quel giorno sui gradini della sala studio aspiravo in profondità la sigaretta, amica nei tanti momenti di timidezza e disagio. Con lei tutto era più disteso, le imbarazzanti imperfezioni sottolineate dal technicolor erano eliminate da un più  romantico bianco e nero. La accendevo e TAC: ero la più figa del mondo. Ogni dettaglio studiato con precisione: accendino stiloso, primo tiro (profondo) ed espressione intrigante da diva anni cinquanta. Tra un’aspirazione e l’altra aria meditativa e balletto di anulare e mignolo della mano portante che accarezzano l’estremità in alto a destra della fronte; posizione che, indicando esplicitamente il cervello, esprime la tormentata ricerca del pensiero perfetto.
Quel giorno mi si sedette accanto e attaccò con quel banalissimo: «Lo sai che il fumo uccide?». Metodo numero uno per causare ira e fuga di qualsiasi tabagista.
Ogni regola ha la sua eccezione.
Ora era lì seduto su quella poltrona di un marrone slavato che spiccava inquietantemente sullo sfondo verdino dell’ospedale. Io dal letto a sponde di ferro lo osservavo nella sua disperazione. Le sue labbra per la prima volta serrate, gli occhi inchiodati nel vuoto dello schermo. Non era pronto. Non sarebbe mai riuscito a dirmelo. Era sempre stato un lunatico e tuttora non ero abituata alla sua intermittenza; era uno imprevedibile, poteva uscire qualsiasi stronzata dalla sua bocca, ma lui la pronunciava con tale credibilità che l’interlocutore non realizzava mai se si trattasse di uno scherzo o della rivelazione del segreto della vita. Quando si discuteva di questioni serie invece si faceva rigido e muto. Ma le mani lo tradivano, loro dicevano sempre la verità. E ora tremavano.
Impreparata a cogliere la rivelazione sul mio futuro distolsi lo sguardo.
E in un attimo, grata, mi feci risucchiare dal catalizzatore di attenzioni.

La Natura

Alberto Angela navigava soddisfatto su una gondola di pixel nell’ennesima proiezione multimediale fittizia e mal costruita. Oggi esplorava le meraviglie e i tesori nascosti di Venezia, la città sommersa. Ovviamente lo studio partiva dalle noiosissime cause scientifiche dell’innalzamento del livello del mare esposte da una carrellata di fotografie satellitari raffiguranti il buco nell’ozono e il conseguente scioglimento dei ghiacciai. Ora iniziava la parte interessante del documentario, Alberto si accingeva a scendere nella misteriosa(multimediale) cripta di San Marco quando le trasmissioni vennero interrotte da un’edizione speciale del telegiornale, l’ennesima propaganda elettorale di straforo, pensavo.

Gli Altri Uomini

«Gentili ascoltatori buongiorno. Ci scusiamo per l’interruzione ma la notizia è della massima urgenza. Dopo decenni di minacce il Giappone ha commesso l’irreparabile. Pochi minuti fa il premier del Sol Levante ha dichiarato di aver dato il via alla Soluzione Finale, una testata atomica diretta sugli Stati Uniti che distruggerà l’intero continente americano. Il ministro degli esteri giapponese ha giustificato l’azione basandosi sulla legge del taglione “due bombe piccole a noi, una grossa a tutti voi”. I sindacati pompe funebri esultano. Ora vi lasciamo ai consigli per gli acquisti.»

Io, il mio tumore ai polmoni, Venezia, the american people, tutto fottuto.
Speriamo almeno che sul sei ci siano i cartoni.

Fenomenologia di una vendetta ha vinto il concorso per racconti brevi CARTE D’IMBARCO 2006 – RACCONTO ALLA ROVESCIA (II ED.)