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Simeone lo Stilita – Storia dell’asceta che visse in cima a una colonna | Parte I di II

Francisco Soriano racconta la storia dell’anacoreta della Siria, che si erse sopra una colonna per distaccarsi dal mondo. 


Nel 451 d.C. si svolse il quarto concilio ecumenico nella storia del Cristianesimo convocato dall’imperatore Flavio Marciano e ricordato come il Concilio di Calcedonia. La questione da dirimere nell’assemblea era rilevantissima, almeno agli occhi di coloro i quali disputavano filosoficamente sulla natura umana del Cristo. Infatti, l’archimandrita greco Eutiche argomentava acerrimamente sulla teoria della doppia natura del Cristo e polemizzava soprattutto con quella di Nestorio, già sostenitore inflessibile del difisismo che gli costò un editto per eresia in un precedente concilio svoltosi ad Efeso nel 431. Dopo venti anni appena, il tutto fu ribaltato: venne riabilitata la tesi della natura umana e divina del Cristo che coesistono senza confusione alcuna, senza mutamenti, senza divisione, né separazione. Dioscuro ed Eutiche vennero inesorabilmente esiliati e Flaviano di Costantinopoli, che aveva partecipato al Concilio di Efeso con la sua tesi, proclamato martire dalla Chiesa e riabilitato solo dopo essere stato allontanato e condannato a vivere in Lidia, dove morì tra orribili sofferenze. In questo quadro interessante di dialettiche che non risparmiavano pene e sanzioni durissime per chi risultava essere minoritario in conflitti di ordine teorico, si stagliava la figura di Simeone, detto lo “Stilita”.

Non vi sono fonti molto dettagliate sulla vita di questo incredibile uomo, mistico e anacoreta, singolare nella scelta di distaccarsi dal mondo ergendosi su una colonna alta diversi metri. Il suo ascetismo, estremo e singolare, fu in parte narrato da un testimone oculare del tempo, il vescovo Teodoreto di Cirro, suo amico e storico impeccabile. I fatti si svolsero in Siria, terra di santi, crociati e islamici, ma anche di lotte sanguinose e terribili eccidi, dalla notte dei tempi ai nostri giorni. Simeone infatti, nacque a Sis, ai confini di quella regione che veniva definita Cilicia e oggi è la Turchia, nel 380 circa. La sua famiglia sopravviveva grazie al pascolo e Simeone, ancora bambino, badava alla custodia delle pecore. Pare che un giorno il piccolo, causa neve, non ebbe la possibilità di andare al pascolo: girovagando senza meta, si imbatté in una chiesa dove subì la fascinazione del mistico e della preghiera. I cronisti del tempo narrano di un Simeone entusiasta e curioso, al punto di chiedere a un vegliardo se la felicità fosse davvero realizzabile seguendo le beatitudini evangeliche: al fanciullo fu risposto positivamente ma previo allontanamento dal mondo degli uomini e delle cose. Fu così che Simeone intraprese il percorso di una vita solitaria, nonostante i patimenti, lunga e ricca di esaltazioni mistiche. La narrazione della sua vita non lascia scampo alla fantasia e supera quanto di sorprendente già esiste nel reale. Il giovane, nelle sue frequentazioni, si soffermò in luoghi di culto pregando e prostrandosi al suolo fino al giorno in cui, addormentatosi, ebbe un sogno rivelatore: fu colto da un desiderio incontenibile di edificare profonde fondamenta su cui si ergeva altissimo un edificio mai visto prima. Senza allontanarsi molto dall’esegesi dei posteri, il racconto corrispondeva a una metafora su quella che sarebbe stata la ricerca interiore del giovane Simeone. Infatti, egli decise come primo passo, di rinchiudersi in un monastero forse nella ricerca di silenzio e di una veritiera sete di purificazione e spiritualità, possibile solo con un distacco coerente dalla vita quotidiana. Simeone era uomo durissimo con se stesso: una di quelle persone che amano la coerenza non come esercitazione di stile, forza e impeccabilità, ma come seria intraprendenza di virtù che fronteggia i dolori, le corruzioni del tempo e dei luoghi. Austero e dedito a una vita umilissima, lui che della povertà e della sofferenza era figlio, si dedicò alla preghiera, al silenzio, all’ascesi, e alla ricerca di una perfezione spirituale. Ma in che modo? Ritiratosi in uno spazio pittoresco prossimo al villaggio di Telanisso, rimase per quasi dieci anni nei silenzi dei luoghi dove il cielo e la terra si toccano come non succede altrove. Astinenza da ogni cosa e soprattutto dal cibo, lunghi digiuni che tempravano Simeone che non indietreggiava, sempre più estremo nelle sue scelte spirituali. Il cibo era diretto ai poveri, anche la sua ultima razione, che gli consentiva di sopravvivere al sacrificio del proprio corpo. L’abate Eliodoro, a quel punto, preoccupato dell’estremismo di Simeone si adirò probabilmente per cercare di mediare questa sua intransigenza, anche perché gli altri monaci non sembravano entusiasti di uno spirito così inflessibile.

L’anacoreta, invece, intensificò la propria penitenza legandosi ad alcuni lembi recisi da un mirto selvatico al punto di provocarsi lesioni e ulcere purulente che emanavano odore nauseabondo e plasma. Eliodoro non trattenne la rabbia e lo congedò dal monastero. Fu la volta di un pozzo prosciugato, dove Simeone decise di rimanere, appartandosi da un mondo pullulante di uomini insopportabili per ingordigia, ipocrisia e volgarità e preferendo la condivisione di uno spazio invaso da scorpioni e bestie velenose. Passò giorni di preghiera e pianto nel tentativo di espiare colpe e peccati, tanto che lo stesso Eliodoro ordinò di prelevarlo e riportarlo al monastero, dove riuscì a rimanervi per un anno. Ripresosi nel fisico e nelle forze si allontanò di nuovo, stabilendosi nei pressi di Antiochia in un capanno fatto di misere cose, a Teli Nesim. Era Pasqua, intensificò il digiuno al punto che i suoi confratelli lo considerarono prossimo alla morte. Non bastò. Si fece rinchiudere in un anfratto di qualche metro quadrato, come in una tomba rinchiuso, in assenza di luce, con dieci pani e un solo recipiente d’acqua. Quando la Quaresima ebbe termine Simeone venne liberato dalla sua volontaria prigione e fu trovato esamine, tanto che lo credettero morto. La comunione e qualche ristoro lo ritemprarono, ancora una volta, le residue forze che gli diedero la possibilità di sopravvivere. Simeone rinnovò per tre anni la sua permanenza in quel tugurio, al fine di sublimare il suo percorso d’ascesi e, non ancora soddisfatto, si ritirò sulla montagna più vicina facendosi incatenare in un recinto all’interno di uno spazio ricavato dalla roccia, per dedicarsi finalmente alle esaltazioni della contemplazione e della preghiera. A rendergli visita, visto che Simeone ormai era da esempio per tutti coloro i quali volevano intraprendere una coerente vita d’ascesi, fu il vescovo di Antiochia, Melezio. L’alto prelato probabilmente fu colto da seria preoccupazione e, forse, neanche gradì l’intransigenza del mistico, sottolineando che quella vita in catene veniva vissuta alla stregua di bestie malvagie e che forse non era adatta a un uomo di fede come lui. Melezio e Teodoreto assistettero alla forza con cui Simeone liberatosi dalle catene, mostrò i morsi degli insetti e dei parassiti che gli avevano devastato la pelle. Simeone subì la visita sempre più consistente di uomini e donne, curiosi e ammalati in cerca di guarigione. Le cronache, ancora una volta, confermano da parte di Simeone miracoli e prodigi, ma non a caso egli trovò insopportabili le immancabili gesta di giubilo e venerazione da parte dei visitatori. Fu la svolta. Si fece relegare prima su una colonna di un’altezza media di circa due metri, poi si posizionò su altre più alte e raggiungibili se non attraverso una scala fino a tredici metri.

San Simeone Stilita in un’icona bizantina

È a questo punto che comincia la storia di Simeone lo Stilita, il vecchio. Come sia potuto sopravvivere per tanti anni in quella posizione e all’esposizione di ogni avversità ambientale rimane un mistero. Sta di fatto che Simeone si fece costruire una sorta di contenimento intorno al ristretto basamento superiore della colonna di un metro quadrato, senza la possibilità di sdraiarsi. In quella posizione riceveva cibo e acqua e passava il tempo a pregare o a dare conforto alle folle che si rivolgevano a lui incredule di una tale penitenza. Molte furono le conversioni e anche le emulazioni, ma nessuno come lui durò nel tempo e perseverò in quella sorta di follia spirituale e umana. Uno stile di vita, quella dello Stilita, che continuò per emulazione anche dopo la sua morte, in tutto l’impero e nel Vicino oriente, durante il medioevo fino a epoche successive, suddividendosi in due modalità distinte ma simili: stiliti e dendriti che invece preferivano vivere sui rami degli alberi.

Non rimaneva insensibile a questa storia il mitico Edward Gibbon, che allo Stilita dedicò, nel suo meraviglioso libro The Decline And Fall of The Roman Empire, un passo del capitolo trentasettesimo, Conversion Of The Barbarians To Christianity. Il suo racconto è davvero importante anche nelle parti in cui si distingue per le critiche talvolta eccessive. Infatti, dopo aver narrato con la precisione di uno storico scientifico usi e costumi di monaci e devoti, interpreti della fede di quei tempi, egli compì una prima separazione dividendo in tipologie coloro i quali indossavano l’abito monacale: i cenobiti erano monaci che condividevano e, soprattutto, accettavano di vivere in una disciplina regolare ben definita e in condizioni di vita, diremmo accettabili. Gli anacoreti, come il nostro Simeone erano invece coloro i quali, si abbandonavano a una sorta di fanatismo, poco avvezzo alla socialità e molto all’indipendenza assoluta con atteggiamenti di vero disgusto verso il mondo. La proprietà linguistica e la letteratura nel racconto descrittivo del Gibbon sono straordinarie, anche se lo storico sembra abbattersi contro gli anacoreti più del dovuto:

«Il più devoto, o il più ambizioso dei fratelli spirituali, rinunciò al convento, come avevano rinunciato al mondo. I ferventi monasteri di Egitto, Palestina e Siria erano circondati da una Laura, una lontana cerchia di celle solitarie; e la stravagante penitenza degli Eremiti fu stimolata da applausi ed emulazioni».

Inoltre, l’autore racconta questa durissima regola di vita che consisteva nel traumatizzare il proprio corpo con il peso di croci e catene, colletti in ferro battuto, bracciali e schinieri rigidi che provocavano, nella migliore delle ipotesi, ematomi e ulcere e, nella peggiore, la morte per infezione:

«Tutto il superfluo ingombro del vestito lo spacciano con disprezzo e, alcuni saggi selvaggi di entrambi i sessi sono stati ammirati: i corpi nudi erano coperti solo dai loro lunghi capelli. Aspiravano a ridursi allo stato incivile e miserabile in cui il bruto umano non si distingueva quasi al di sopra dei suoi animali affini».

Sullo stile di vita di questi asceti Gibbon sembra scagliarsi con virulenza, precisando che a questa categoria di monaci veniva riservato il nome di anacoreti: definizione «derivata dall’umile pratica del pascolo nei campi della Mesopotamia»; inoltre erano capaci di «usurpare la tana di una bestia selvaggia» a cui volevano realmente somigliare. Forse con ironia, cita Simeone lo Stilita come uno degli “eroi” di queste pratiche di sofferenza e di estrema penitenza. Ma allo stesso tempo, egli concede la “singolarità” a quest’uomo che testualmente inventa una meglio definita “penitenza aerea”. In questa posizione che descrivere “scomoda” pare un eufemismo, l’anacoreta Simeone si ergeva a braccia spalancate, come se fosse in croce, a pregare in varie fasi della giornata, quando non sceglieva di inarcarsi facendo toccare la testa ai piedi in segno di assoluta devozione al divino. Pare che un’ulcera alla coscia abbia abbreviato la vita del nostro eremita che rimane, nonostante i sacrifici a cui sottopose il proprio corpo, lunghissima, se si considera che visse per più di settanta anni. L’accusa più diretta verso gli anacoreti, Gibbon la riservò quando li accusò di fanatismo, al punto tale che «non si può presumere che i fanatici, tormentandosi, siano suscettibili di un vivo affetto per il resto dell’Umanità». L’interpretazione del comportamento di Simeone fa indignare Gibbon, uomo razionale, di poche emozioni e di chiara impostazione illuminista, che continua tacciando gli anacoreti di severa indifferenza, talvolta «attenuata da amicizia personale» ma pur sempre «infiammata dall’odio religioso». Dopo queste durissime accuse, egli ammise che i santi monastici furono assai rispettati e «quasi adorati», dai principi e dal popolo.

Non a caso, lo stesso Gibbon scrisse che folle di pellegrini, provenienti dalla Gallia e addirittura dall’India, si spostavano in visita a Simeone, acclamanti e preganti sotto il pilastro con alla cima l’anacoreta “asociale”. Questo invece prova quanta “comunicazione”, al contrario, ci fosse. Non solo, anche «le tribù di Saraceni hanno disputato in armi l’onore della sua benedizione; le regine di Arabia e Persia confessarono con gratitudine la sua virtù soprannaturale; e l’Eremita angelica fu consultata dal giovane Teodosio, nelle più importanti preoccupazioni della chiesa e dello stato. Le sue spoglie furono trasportate dalla montagna di Telenissa, da una solenne processione del patriarca, il maestro generale dell’Oriente, sei vescovi, ventuno conteggi o tribuni e seimila soldati; e Antiochia riveriva le sue ossa, come il suo ornamento glorioso e la sua difesa inespugnabile». Inoltre, per ammissione dello storico, le figure dei martiri e degli apostoli furono messe in secondo piano proprio dagli anacoreti, con molta probabilità apparsi ancora più incisivi nel quotidiano di quanti addirittura avevano sacrificato la propria vita per assecondare la fede. Le reliquie degli anacoreti «superavano, almeno in numero e durata, le imprese spirituali delle loro vite […]. I favoriti del Cielo erano abituati a curare malattie inveterate con un tocco, una parola o un messaggio lontano; e per espellere i demoni più ostinati dalle anime o dai corpi che possedevano. Hanno familiarmente accostato, o imperiosamente comandato, i leoni e serpenti del deserto; vegetazione infusa in un tronco senza sapienza; ferro sospeso sulla superficie dell’acqua; passò il Nilo sul dorso di un coccodrillo e si rinfrescò in una fornace ardente. Questi racconti stravaganti, che mostrano la finzione senza il genio, la poesia, hanno seriamente influenzato la ragione, la fede e la morale dei cristiani». Non ci sfugge l’ironia tagliente del narratore, che denuncia «la finzione senza il genio», la narrazione “poetica” di costoro, i monaci che pervertivano la ragione e trasfiguravano la realtà quasi con menzogne e fake news. Da buon illuminista, il Gibbon concludeva aspramente la sua memorabile critica al buon stilita, dicendo:

«[…] la superstizione gradualmente estinse la luce ostile della filosofia e della scienza. Ogni modo di culto religioso che era stato praticato dai santi, ogni misteriosa dottrina che essi credevano, era fortificato dalla sanzione della rivelazione divina, e tutte le virtù virili erano oppresse dal regno servile e pusillanime dei monaci. Se è possibile misurare l’intervallo tra gli scritti filosofici di Cicerone e la sacra leggenda di Teodoreto, tra il personaggio di Catone e quello di Simeone, possiamo apprezzare la memorabile rivoluzione che fu compiuta nell’impero romano entro un periodo di cinquecento anni.»

[Continua]

         

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