Ospitiamo un contributo di Franco «Bifo» Berardi, ospite della prossima puntata di KatÀstrofi – stati d’eccezione televisibili che andrà in onda mercoledì 20/05 alle ore 21.30 sul canale Youtube Argowebtv

 

1- non esiste

 Un romanzo scritto a quattro mani da William Burroughs e Philip Dick non esiste.

Il regista inglese Ridley Scott ha mescolato i loro destini quando prese il titolo di un romanzetto scritto da Burroughs nel 1977 (Blade Runner) per realizzare un film che racconta la storia di un racconto di Dick: Do androids dream of electric sheep? Ne venne fuori l’opera che segnò forse il grado più alto di consapevolezza estetica della mutazione tecno-culturale che si andava preparando negli anni ’80.

Nell’abbozzo narrativo del libretto burroughsiano Blade runner si narra di una epidemia cancerosa. L’azione si svolge nel 2014: dopo le sommosse devastatrici del 1984, si diffonde un virus che provoca il cancro-lampo, ma al tempo stesso ha il potere di decuplicare le potenze sessuali degli individui. Il corpo medico vieta la diffusione di cancro-lampo che viene spacciato da blade runners, corrieri che portano in giro droghe e antidoti. Un delirio, un totale delirio (il racconto rimase quasi sconosciuto al pubblico, nonostante un’edizione della Blue Wind Press di Berkeley del 1979) un delirio da cui emerge però un’intuizione che Burroughs riprende poi in È arrivato Ah Pook: l’intuizione del virus come metafora della mutazione culturale. Ah Pook (edito da Sugarco nei primi ’80) si conclude con una visione apocalittica: “l’uovo mortale maya libera nella sua caduta il Virus-23, che emerge dai remoti mari del tempo morto e infuria nelle città del mondo come un incendio scatenato nelle foreste.”

Ma per capire il nucleo filosofico del delirio burroughsiano occorre però leggersi le pagine di Playback from Eden to Watergate, e di La rivoluzione elettronica, in cui Burroughs spiega, con la sua gelida lucidità allucinata che il linguaggio umano altro non è che un virus che si è stabilizzato nell’organismo dell’animale umano mutandolo, pervadendolo, trasformandolo in quel che esso è.

la parola stessa può essere un virus che è arrivato a una situazione permanente nell’ospite. (La rivoluzione elettronica)

Di conseguenza:

L’uomo moderno ha perduto la facoltà del silenzio. Provate a fermare il vostro discorrere sub-vocale. Provate a raggiungere anche solo dieci secondi di silenzio interiore. Incontrerete un organismo antagonista che vi costringe  a parlare. … Il linguaggio è una tara genetica, è la parola stessa per cui non esiste alcuna immunologia.

Se approfondiamo questo delirio ne vediamo emergere una visione dell’origine stessa della cultura. L’abbandono della condizione “naturale” è imposto da un virus che produce un effetto schizoide, un effetto che si manifesta come attitudine a costruire universi che non corrispondono all’esperienza percettiva immediata, ma concretizzano linguisticamente un’architettura di senso che trova il suo fondamento solo nella proiezione del linguaggio verso il mondo. Nel suo saggio sulla negazione Paolo Virno spiega che il linguaggio lungi dal risolvere i conflitti e di pacificare l’esistenza degli animali umani è proprio quel salto evolutivo che istituisce la ricerca di senso, e quindi la incomprensione, e quindi la contraddizione, la differenziazione, il conflitto, la guerra.

Questo virus, questo antico parassita è quel che Freud chiama inconscio e si moltiplicò sulla carne già malata per le radiazioni e chiunque discende da questa stirpe è fondamentalmente diverso da coloro i quali non hanno mai conosciuto l’esperienza delle caverne e non hanno mai contratto questa malattia mortale che sta nel nostro sangue nelle vostra ossa e nei vostri nervi…. Non si appartenevano più.  Appartenevano al virus. Dovevano uccidere torturare conquistare incatenare degradare come i cani arrabbiati devono mordere.

Non è forse il linguaggio l’agente che provoca la schizofrenica separazione dell’esperienza cosciente dalla natura biologica? Non è forse l’allucinazione che fluisce dal linguaggio a far deragliare l’animale umano dall’immediatezza dell’esistere alla sfera della cultura?

Il virus linguistico ha un effetto schizogeno, perché proietta un mondo secondo, divergente dall’immediato, e l’universo culturale è uno scisma dalla natura, una creazione intimamente auto-contraddittoria.

Se così possiamo descrivere l’Architettura schizofrenica di Burroughs, scopriamo poi che questa è perfettamente complementare all’architettura paranoica di Philip Dick.

Quella di Burroughs è l’immaginazione di una metropoli distopica malata e tossica in cui circolano corrieri che permettono alla droga di circolare incessantemente lungo i canali  dei media, del sistema nervoso, iniezione costante di dosi di eccitazione e di paura, scariche di adrenalina elettronica iniettate nei neuro-circuiti dell’attenzione nelle profondità di quell’oceano ovattato di silenzio che è l’ambiente urbano paralizzato dall’infezione.

La medicalizzazione di ogni aspetto del sistema economico, la bancarotta degli istituti che gestiscono il denaro: questa immaginazione burroughsiana è il disegno di quel che aspetta il pianeta dopo la fine del lockdown da coronavirus: niente affatto un ritorno al mondo normale, ma il salto in una dimensione in cui il pericolo pandemico, e più in generale dell’estinzione diviene la motivazione fondamentale, l’alfa e l’omega di ogni scambio, di ogni produzione? È l’estinzione che ridefinisce l’orizzonte evolutivo a questo punto. Niente di più burroughsiano.

Avanzo la teoria che nella rivoluzione elettronica un virus sia una piccola unità di parola e di immagine. Suggerisco che queste unità sono attivate biologicamente per agire come flussi virali comunicabili. … il virus della mutazione biologica, che si può chiamare Virus-23, è contenuto nella parola. Scatenare il potenziale del virus potrebbe essere più mortifero che scatenare il potere dell’atomo.
(Burroughs: The Job, Penguin Books, 1974, pag. 14).

Cosa verrà dopo la diffusione del virus, e dopo la medicalizzazione pervasiva dell’esistenza? Una guerra planetaria tra le grandi corporazioni della ricerca biologica e gli apparati politici di gestione dell’economia, oppure al contrario una santa alleanza degli ingegneri biogenetici e della grande finanza?

Ecco che poco alla volta scivoliamo dall’universo esploso di Burroughs a quello concentrazionario di Dick: il sistema pubblicitario in rovina perché vende un mondo che non è più accessibile, e quindi si verifica un rapido trasferimento della produzione tecno-media verso la creazione di SSM (Simulated Stimulation Machines): Tecnomaja sintetica da cui fluisce la vita sociale.

La vecchia un po’ dimenticata tecnologia della Virtual Reality, recentemente rinverdita da Oculus Rift espande allora i suoi tentacoli allucinogeni sulla mente planetaria iniettando dosi crescenti di Synaesthetic Simulated Life (SSL).

Un tema cruciale dell’opera strabordante e caotica di Philip Dick è quello della invasione cui l’uomo è sottoposto. L’invasione può essere esogena, o può essere endogena, può essere originata da agenti esterni come la droga M di A Scanner darkly, o come il kipple di cui si parla in molti punti dell’opera dickiana. Oppure può essere endogena, come la psicosi di cui Dick parla continuamente.

Il kipple è fatto di oggetti inutili come la pubblicità arrivata per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a controllarlo, il kipple si riproduce. Per esempio quando si va a letto e si lascia un po’ di kipple in giro, al mattino dopo se ne trova il doppio…. il kipple scaccia il non_kipple.

Come rileva Caronia nel libro La macchina della paranoia (Agenzia X 2006) l’origine del kipple è l’entropia. Il kipple infatti “è un principio universale valido per tutto l’universo: l’intero universo è diretto verso uno stato finale di kippleization totale e assoluta.”

E questa invasione del kipple assume un carattere teologico, una sorta di teologia rovesciata:

in una sorprendente reazione alla crisi il vero Dio si mimetizza con l’universo, con la regione stessa che ha invaso assume le parvenze di bastoni e alberi e lattine di birra ai margini della strada: finge di essere spazzatura gettata via, rottami di cui nessuno si cura. Appostato, il vero Dio, tende letteralmente degli agguati alla realtà e a noi stessi. Dio in verità ci attacca e ci ferisce, nel suo ruolo di antidoto. (Valis, capitolo 5)

D’altra parte la psicosi, nella sua forma schizofrenica (Dick ebbe una diagnosi di schizofrenia all’età di diciannove anni), o nella sua forma paranoica (il mondo di Dick è una costruzione paranoica eccezionale), è come una sorta di invasione della mente da parte della mente stessa. Nello schizofrenico l’idios kosmos (mondo privato) si dilata in maniera abnorme, assorbendo il sistema di relazioni e significati del koinos kosmos (mondo comune), forzandoli e ricomponendoli senza rispondere a un qualche principio organizzativo.

Il koinos kosmos, il mondo condiviso, quello in cui quotidianamente ci muoviamo (o crediamo di muoverci), quello che costituisce l’oggetto degli scambi linguistici, economici e che siamo abituati a chiamare “la realtà” è distinto, in Dick, dall’idios kosmos, quello che noi proiettiamo nella nostra mente, e che dalla nostra mente proiettiamo verso l’esterno.

cominciai a sviluppare l’idea che ogni creatura viva in un mondo leggermente diverso dai mondi di tutte le altre creature. (Tutti i racconti, vol 1., pag. 484).

La psichiatria definisce talvolta la schizofrenia come una forma di over-inclusività del processo di significazione. Quando attribuiamo troppi significati, quando apriamo troppe linee di fuga semantica, quando l’ambiente circostante ci appare troppo carico di messaggi che dovremmo riuscire a decodificare, intendere interpretare… allora l’esistenza può diventare difficile, dolorosa, esplosa.

Ma in qualche modo la stessa conoscenza, la stessa attività mentale va considerata come un agente invasore, come un alieno che ci abita. E anche l’ignoranza, il non sapere qualcosa che ci riguarda in modo estremamente intimo.

In un’intervista del 1982, parlando della replicante Rachel, co-protagonista di Do the androids dream of electric sheep, il romanzo dickiano che prende il titolo (burroughsiano) Blade Runner nella versione di Ridley Scott, Dick dichiara:

Rachel .. è un androide, solo che non sa di esserlo. Questa è un’idea che ho partorito diversi anni fa. È un po’ una fissazione per me, la considero la mia idea.

In effetti l’idea che ognuno di noi potrebbe essere un androide senza saperlo è un’idea che apre prospettive filosofiche e psicologiche inimmaginabilmente vaste.

Non possiamo forse dire che in effetti l’umano è un prodotto (culturale, tecnico, storico) di infinite influenze, sollecitazioni, impulsi, implementazioni, e dunque un androide che però crede di essere se stesso? E cosa sarebbe questo: “se stesso”? In cosa consiste questa “seità”, se non lo sguardo dall’esterno su un organismo biologico tecnicamente e culturalmente modificato che crede di non essere un oggetto bensì per l’appunto un sé?

Mi viene qui in mente anche la storia di Impostor: un uomo che sta andando al lavoro in un grande centro di ricerca scientifica, e invece viene arrestato dall’ABI. E l’FBI gli dice che lui non è Spence Oldham , ma un androide che è stato mandato sulla terra per sostituire Spence Oldham e mettere una bomba nel centro di ricerca dove questi lavora. Lui pensa di essere davvero Spence Oldham e si ribella. Invece salta fuori che si sbaglia: lui è proprio un androide la bomba è dentro di lui, e il detonatore che la innesca è una frase che dice lui stesso: “Mio dio sono un androide”. Appena pronuncia questa frase salta in aria.

La sublime ironia di Dick appare qui, per velare di un sorriso la coscienza lacerante della casualità degli eventi più necessari:

Barefoot tiene i suoi seminari nella sua casa galleggiante a Sausalito, Scoprire perché siamo su questa terra costa 100 dollari. Compreso nel prezzo c’è anche un sandwich, ma quel giorno non avevo fame. John Lennon era appena stato ucciso. E io penso di sapere perché siamo su questa terra. È per scoprire che ciò che amiamo di più ci sarà portato via più per un errore nelle alte sfere che per un progetto preciso.

 

Bifo
© ARNAUD CONNE, ATELIER DE NUMÉRISATION – VILLE DE LAUSANNE COLLECTION DE L’ART BRUT, LAUSANNE

 

2 – se lo avessero scritto

 

Se William Burroughs e Philip Dick avessero scritto insieme questo romanzo che non hanno scritto avrebbero immaginato quello che stiamo sperimentando esistenzialmente nella primavera del 2020 la proliferazione del coronavirus in una società al limite del collasso ambientale, psichico e finanziario.

Non dimentichiamo che la società planetaria non è entrata in una condizione difficile in seguito all’esplosione dell’epidemia da coronavirus. No. Era già prima ai limiti del collasso. Sul piano ambientale la cosa è del tutto evidente: la serie di catastrofi ambientali che si sono verificate nell’anno 2019 è impressionante, e l’economia mondiale era sostenuta da un costante intervento di rilancio finanziario pagato dai lavoratori e dai contribuenti, perché altrimenti si sarebbe fermata da un pezzo, adeguandosi alla condizione di stagnazione secolare cui è destinata. Inoltre il collasso psichico era imminente, e lo si poteva capire da molti segnali disseminati nel comportamento ma soprattutto segnalati dall’arte, dal cinema. Pochi mesi prima dell’esplosione del coronavirus alcuni eventi cinematografici importantissimi segnalano che il punto limite è stato raggiunto: le antenne sensibili di alcuni grandi registi percepiscono una sorta di vibrazione patologica. Il film di Ken Loach Sorry we missed you cartografa le condizioni lavorative entro cui il collasso psichico diviene inevitabile. Il film di Todd Phillips, Joker racconta l’enorme diffusione della sofferenza psichica estrema in una società al limite dell’esplosione di rivolte psicotiche. Parasite di Bong Joon-ho mette in scena la frenetica ricerca di sopravvivenza in un mondo in cui ogni strato superiore schiaccia e seppellisce gli strati inferiori finché un’epidemia di violenza non sconvolge ogni gerarchia.

Si trattava già di una società che da molti punti di vista era al limite del collasso: a quel punto giunge un agente bio-semiotico che provoca, finalmente, il blocco, la paralisi, il silenzio. Non è forse così che iniziano i processi di mutazione? Non è forse a partire da eventi che non hanno una coerenza con il quadro esistente, che non sono interpretabili in termini sociali, insomma non è forse a partire da eventi a-significanti che iniziano le trasformazioni profonde e irreversibili della società, cui la volontà non può opporsi, cui la politica non può opporsi, e di fronte a cui il potere non ha armi?

Questa mutazione contiene tutti gli elementi di un racconto di Philip Dick, ma anche molti degli elementi concettuali che emergono dalle opere di Burroughs.

Il virus agisce come un ri-codificatore. Il virus biologico ricodifica anzitutto il sistema immunitario degli individui, poi delle popolazioni.

Quel che più mi interessa sono le traslazioni di campo che il virus opera, anzitutto il salto dalla sfera biologica a quella psichica, l’effetto di paura, di distanziamento. Il virus modifica la reattività al corpo dell’altro, agisce sull’inconscio sessuale. Lo abbiamo visto bene negli anni dell’Aids come un virus possa modificare profondamente la disponibilità erotica, e quindi la solidarietà affettiva tra le persone.

In secondo luogo si verifica una diffusione mediatica del virus: l’informazione è saturata dall’epidemia, l’attenzione pubblica polarizzata, e paralizzata. Ma al tempo stesso si mette in moto una sensibilità di tipo nuovo: il passato viene percepito in maniera differente, e soprattutto il futuro è sconvolto.

 

Bifo

3- un immenso poema scismogenetico

 

Questo circuito bio-info-psico mutageno deve essere elaborato, si debbono stabilire le modalità cognitive che permettano di superare la soglia, perché su una soglia ci troviamo.

La soglia è il passaggio dalla luce al buio.

Ma anche il passaggio dal buio alla luce.

La soglia è il punto su cui si verifica quello che Gregory Bateson chiama processo scismogenetico. Non una rivoluzione, non un nuovo ordine politico, ma l’emergenza di un nuovo organismo che si scinde dall’organismo vecchio.

Perché questo processo scismogenetico si possa svolgere in maniera non troppo dolorosa e soprattutto in maniera cosciente, occorre un lavoro di elaborazione collettiva che si svolge attraverso segni, gesti linguistici. È propriamente il campo per la poesia, per quell’attività che modella nuovi dispositivi di sensibilità.

Mi pare di avere notato che negli ultimi tempi c’è stata un’esplosione letteraria. Non parlo delle banalità scritte da Alessandro Baricco su La Repubblica, ma dell’immensa mole di elaborazione scritta, fotografica, musicale che si sta verificando, in forma frammentaria, sporadica, disseminante, insomma rizomatica lungo i circuiti della rete.

Internet, di cui abbiamo parlato così male in questi ultimi tempi rivela in questa occasione anche la sua potenza solidale, aggregativa, e liberatoria.

A cominciare dai post che leggo in facebook, o dai messaggi che leggo in qualche mailing list.  È ovvio: la gente ha molto più tempo a disposizione e non potendo neppure andare al bar per chiacchierare con gli amici, naturalmente sta davanti al suo computer e digita.

Cioè non: digita. Scrive. Perché questa è la cosa interessante. Forse avendo più tempo si sta lì a pensare al modo di raccontare un episodio minuscolo che è accaduto sotto casa o un evento colossale che si è visto in tivù.

Milioni di persone stanno registrando frammenti del loro tempo sulla soglia, fanno piccoli film, racconti per parole e per immagini. Stanno tessendo l’ordito del cosmo che può diventare riconoscibile oltre la soglia, del cosmo che si separa, scismogeneticamente, dalla forma morente, dalla trappola caotica delle regole che tenevano insieme il mondo distruggendolo.

È in corso una ricerca collettiva su vastissima scala, che ha carattere psicoanalitico, politico, estetico, poetico.

Quella che si è verificata negli ultimi mesi è una profondissima lacerazione del senso dell’agire, del produrre e del vivere. Non è solo una questione medica, naturalmente: i fondamenti stessi della civiltà che abbiamo ereditato (che abbiamo subito, ma di cui anche abbiamo goduto) sono in questione. Continueremo ad accettare tagli alla spesa pubblica? Continueremo ad accettare che il traffico automobilistico renda le città irrespirabili? Continueremo ad accettare che enormi energie vengano spese per il sistema militare? E così via.

Ma anche: continueremo ancora a guardarci obliqui come siamo costretti a fare dalla mascherina e dai guantoni e dalla paura? Continueremo a baciare sulla bocca una persona che abbiamo conosciuto un’ora fa, dopo un reciproco delizioso corteggiamento?

Nella lacerazione estrema che si è verificata nel tessuto del senso si è messa in moto la macchina di scrittura di un immenso poema scismogenetico: la sua intenzione inespressa è produrre la forma armonica della mutazione, assimilare il ritornello virale che induce mutazione, e concatenarlo con ritornelli individuali, di piccolo gruppo, ritornelli di vaste folle, ritornelli di corpi sociali capaci di superare la soglia dell’oscurità, e di riscrivere il programma informatico e quello poetico dell’attività sociale.

Perché la scrittura alla fine può essere attività cosmopoietica: l’energia che rende possibile attraversare la soglia.

di Franco Bifo Berardi

 

 

Bifo

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