Oggi, 20 luglio 2021, sono 20 anni dall’assassinio di Carlo Giuliani, ucciso durante il G8 di Genova. Riproponiamo per oggi Solo limoni di Giacomo Verde e Lello Voce, con uno scritto di Voce e una recensione d’epoca di Silvia Ballestra

 

 

Il popolo dei limoni

di Lello Voce

Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Eugenio Montale

Abbiamo scelto di parlare di limoni. Abbiamo scelto un approccio sghembo, un punto di vista apparentemente slogato e slegato dal ferro, dal fuoco, dal fumo, dal sangue di Genova e se abbiamo scelto di parlare d’altro è stato perché fosse chiaro che era proprio di Genova che volevamo parlare, è stato perché non volevamo cadere nella trappola vetero-ideologica del presunto impegno che mortifica la forma e fa ammalare d’elefantiasi i contenuti, poiché Genova è stato qualcosa che ha travolto tanto i contenuti quanto le forme del nostro pensare, del nostro agire, del nostro immaginare, del nostro assentire o del nostro ribellarci. Un attimo prima che tutto fosse definitivamente sepolto dalla polvere delle Twin Towers.
Abbiamo scelto lo spostamento laterale, metonimico, per sottrarci al disinganno di chi credeva che Genova fosse solo l’inizio, mentre oggi essa si rivela la fine di un certo modo, di un certo mondo e dunque, ovviamente, il principio di un inizio davvero nuovo, stupefacente, terribile, imprevedibile e inevitabile. Abbiamo scelto di parlare di limoni perché non volevamo firmare manifesti, ma piuttosto risentire, tra gli occhi e il palato, il sapore e l’odore del succo d’agrumi che ci seccava le lacrime e dava sollievo alle pupille accecate dai gas e che era lo stesso che nelle notti estive profumava il nostro cibo, il nostro amore e il dolore quieto che sempre ci accompagna. E comunicarlo.
L’abbiamo scelto perché tutto è successo proprio a luglio che è il mese dei limoni… Perché i limoni sono di Genova, come è di Genova Montale e come i limoni sono di Montale. E perché Genova e i suoi limoni, unica arma stretta tra le mani di decine di migliaia di miti e inflessibili che sfilavano, sono stati un attimo di Storia, con tutto il suo portato di sogni, errori, orrori. Un attimo giallo e lucente, aspro, doloroso e odoroso, ruvido e vivo che ancora oggi scintilla nella memoria di chi c’era, oltre il fumo della violenza, le grida, i massacri, l’arroganza bieca e scura del potere. Perché ogni limone sa di sole. Perché ogni limone, come ogni uomo, è parte di quel mondo a tutti dato in uso e a nessuno in proprietà, come chiosava Lucrezio, già secoli e secoli fa. Perché ogni limone che ci scintillava tra le dita abbagliava d’utopia solare le maschere notturne di chi ha picchiato e perseguitato, di chi ha distrutto, di chi ha ucciso, inseguendolo carrugio per carrugio, oltre le reti e la proibizione, a piè pari al di là dello spazio interdetto dal potere del Pensiero Unico e della Ragione Economica. Perché, anche se non c’erano agrumi a dissetare la sete e l’arsura di tutti gli innocenti, colpevoli loro malgrado, sepolti dalla povere delle Torri di Babele, noi sappiamo bene che seimila morti in più non alleviano il dolore di una sola vittima e perché ricordarne seimila non ci farà dimenticare quell’uno. Perché siamo certi che non è d’eroi che abbiamo bisogno, ma di limoni.

Non tutti tra noi c’erano, alcuni per scelta, altri per impossibilità, ma questo non conta: è Genova che è stata da noi, da tutti noi, ha invaso le nostre case con fiumi di violenza che annegava sogni, con tempeste di sangue che sradicavano speranze, con tifoni di rabbia e paura in diretta TV. Nessuno ha potuto fare a meno di essere a Genova in quei giorni di luglio. Chi non era tra Via Tolemaide e Piazza Alimonda era comunque lì, con l’orecchio alla radio, o l’occhio fisso alla luminescenza catodica che trasformava l’energia e i corpi nei pixel spettacolari di immagini né vere né false.
Né tutti ne hanno parlato direttamente nei testi che seguono. Né di Genova, né dei limoni. Ma è a loro che pensavano, era al Popolo dei Limoni in marcia verso le reti, ai loro corpi di polpa gialla e succosa maciullati dai manganelli, frullati dalla menzogna pilatesca della ‘legittima difesa’ condita dalle ‘superiori necessità dell’Ordine Pubblico’ sventolate dai professionisti del Disordine e della Bugia. Mentre su tutto, beffardo, si alzava, invincibile, inarrestabile l’odore dei limoni, il profumo dell’Utopia.
E abbiamo voluto essere insieme oltre divisioni di stile e di pensiero o di ‘ideologia’, stretti attorno a questo nostro: ou citrons, ou barbarie! Insieme tutti, più anziani, giovani, mezzani, come erano anziani, giovani e mezzani quelli che erano a Genova a luglio. Perché i limoni non hanno ismi, né scuole, né manifesti.
I limoni hanno fusto snello, radici fonde, rami forti e frutti gialli come il sole. I limoni hanno dentro succo di speranza e nostalgia di futuro a spicchi.
Sono gli occhi dei poveri e dei perseguitati e la loro scorza scabra è il palmo delle loro mani che, cogliendoli, scopre l’orgoglio e la dignità della ribellione.

 

Solo limoni. Agrumi e testi sui fatti di Genova

a cura di Giacomo Verde e Lello Voce
Video VHS+libro
Testi di: Collettivo Altri Luoghi, Mariano Bàino, Nanni Balestrini, Elisa Biagini, Bifo, Giuseppe Caliceti, Luigi Cinque, Mauro Covacich, Pablo Echaurren, Gabriele Frasca, Florinda Fusco, Andrea Inglese, Francesco Leonetti, Giuliano Mesa, Raul Montanari, Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, Marco Paolini, Gian Paolo Renello, Massimo Rizzante, Tiziano Scarpa, Sara Ventroni, Gian Mario Villalta, Lello Voce
seguiti da: The Global Horror Picture Show di Marco Philopat
e poi, sul video: Figurine fuori formato di Giacomo Verde e No-body di Anna Maria Monteverdi.

Shake editore, 2001
Seconda edizione, Shake, 2012

 


Il limone è giallo, nasce in luglio (2004)

di Silvia Ballestra

Giorni fa, andando in libreria, mi sono accorta che è comparso lo scaffale Genova e, almeno nelle Feltrinelli che ho visitato io, a Milano, si tratta d’un settore continuamente aggiornato e molto frequentato. Accanto a No logo, alla biografia di Bové, ai libri della Emi come Globalizzato sarà lei, ai tascabili della Una che raccontano il debito e il colonialismo, c’è una produzione abbastanza varia sui fatti di luglio, comprensiva di qualche Millelire dalla grafica dirty. Il libro di Giulietto Chiesa [G8/Genova] è stato praticamente riordinato il giorno stesso in cui è uscito. Poi ci sono quello di Concita De Gregorio [Non lavate questo sangue], le testimonianze dei medici del Social forum [Obbligo di referto], una raccolta di Internazionale di articoli dai giornali stranieri [I giorni di Genova]. Alla Feltrinelli Duomo c’è anche una mostra fotografica che ti accompagna fra gli scaffali e che poi ritrovi in un libro [Un altro mondo è possibile]: in copertina, incorniciato da sottili dreadlocks, il bellissimo visetto di una ragazzina [quindici? sedici anni?], le mani in tasca e la posa rilassata che sorride beffarda – incosciente! minuscola! – a tre massicci e incombenti robocop praghesi. Dal 19 novembre, in libreria, troverete anche Solo limoni, Shake edizioni, libro più video di 45 minuti, regia di Giacomo Verde, commento poetico di Lello Voce, musiche di Mauro Lupone. E questo, per chi come la sottoscritta – e siamo tanti – pensa che Genova sia una ferita ancora aperta che butta sangue e ridomanda giustizia, verità, rispetto e ricordo, è proprio un lavoro da non perdere. Articolato, bello, vivo, poetico [e non solo per le parole di Verde, Voce, Chamoiseaux, Cervantes, Pagliarani, Brecht, Jahier, Dalton, Zolla, che accompagnano le immagini], è un vero Racconto che si snoda per episodi lungo i caldi giorni di Genova. Scrivo Racconto con la maiuscola per sottolineare, proprio, la differenza da quello che si è visto finora e cioè – oltre al girato andato in onda nei telegiornali e negli speciali – buonissimi, a volte eccellenti, lavori giornalistici, documentari, réportage [penso a Genova. Per noi]. In Solo limoni, oltre all’aspetto testimonianza, c’è proprio narrazione, c’è quello che lo sguardo di chiunque si sia trovato in una manifestazione conosce, riconosce. C’è la tecnica, certo, c’è il mestiere, come dire la qualità, c’è un montaggio a volte epico, con immagini effettate, però ci sono anche lo sgomento, la rabbia [Lello che, fuoricampo, non riesce a trattenersi e invita i poliziotti ad andarsene affanculo da un’altra parte, lontano da quella segatura intrisa di sangue], la commozione, il coraggio e il timore di chi di quel corpo collettivo di trecentomila persone è occhi e voce, da sempre. E allora le immagini arrivano dalle duecentomila camere in pugno ai disobbedienti, da Indymedia, da Verde, da Voce, da nomi propri in ordine sparso, compagni quasi anonimi che hanno donato il loro pezzetto di Genova. Surrealismo tragico L’idea dei limoni, come spiega Lello nell’introduzione al libro, viene dai versi di Montale [che era di Genova], da luglio che è il mese dei limoni, dal fatto che il loro succo viene usato per calmare gli effetti dei lacrimogeni [anche se stavolta non si trattava dei tradizionali gas ma di porcherie urticanti contro cui potevano servire solo le maschere], dalla volontà di accostarsi all’evento secondo una prospettiva sghemba. «Abbiamo scelto di parlare dei limoni perché non volevamo firmare manifesti, ma piuttosto risentire, tra gli occhi e il palato, il sapore e l’odore del succo di agrumi che ci seccava le lacrime e dava sollievo alle pupille accecate…» scrive Voce. E, mi permetto di aggiungere, dai limoni che Berlusconi, questo perfetto dittatore in puro stile sudamericano, ha ordinato di appendere, con invisibili fili di nylon, alle piante troppo spoglie, troppo povere. […] Del video voglio dire due cose. E proverò a raccontare quello che mi ha colpito di più, e perché credo fermamente che tutti debbano vederlo. E lo farò nonostante questa vicenda sia anche un giallo [limone!], visto che c’è un ragazzo assassinato, giustiziato in piazza, ma di cui la drammatica fine si conosce già [e forse anche l’inizio, Cronaca di una morte annunciata, viene da dire, e il Sud America ritorna spesso in questa storia non di realismo magico ma di surrealismo tragico]. Visto che le circostanze della Diaz-Pertini non sono state affatto chiarite. Visto che, malgrado tutti i rapporti e le testimonianze, mandanti ed esecutori sono ancora a piede libero, qualcuno solo rimosso, qualcuno mandato in vacanza premio, qualcuno ben piantato a governarci. Il Sud America di casa nostra Tredici episodi, allora, per raccontare il Sud America di casa nostra. Il più forte in assoluto è quello datato Venerdì, ore 17,40, e cioè la scena attorno al corpo di Carlo Giuliani. Ciò che si era visto finora finiva lì, l’assalto alla jeep, lo sparo, il corpo esile abbandonato in terra, il sangue scuro. S’era visto un caramba che inseguiva un ragazzo, poi un onesto e mite fotografo pestato a sangue. Qui invece si parte dal dopo. E questo, anche se si poteva immaginare, noi che a Genova non c’eravamo ma che ci siamo lasciati sommergere dalla Ultima Ola via etere, non l’avevamo visto. Non avevamo visto da vicino le facce dei carabinieri, dei poliziotti, che fanno un teso cordone attorno a Carlo inghiottendolo fra gli anfibi e le punte dei manganelli. Conoscevamo solo quelle calotte azzurre e nere, quei boccagli argentati, e ci chiedevamo cosa ci fosse dentro, dietro le visiere. Non li avevamo guardati negli occhi come avremmo voluto fare da subito per vedere chi c’era [ricordo le parole di Livio Quagliata che aveva inutilmente fissato negli occhi una poliziotta, fuori dalla scuola, senza riuscire a stabilire nessun contatto]. Be’, eccoli qua. Ragazzini inconsapevoli piovuti da chissà dove, qualcuno respira a fatica, con la bocca aperta, qualcuno ha paura, non capisce e forse è proprio terrorizzato. Ad altri, invece, i consapevoli, che masticano nervosamente delle cicche, si vede che gli prudono la mani. Uno accenna un sorriso, non si sa se per il nervoso o perché ci sono le telecamere. Comunque, quelli che si vedono, fermi da bravi soldatini sotto le grida di «bastardi assassini» [e anche un anacronistico e orrendo «schiavi del sistema»], sono ragazzini, carne da cannone. Eccoli qua. Quand’è il momento dei fiori, e Carlo è stato portato via, così come il suo assassino, arretrano in massa, goffi, bardatissimi, e si posizionano in qualche cavolo di coreografia militare dal sapore antico, la prima fila in ginocchio, con davanti un pugno di ragazzi disperati e un muro di obiettivi. La segatura in primo piano, questa fila di macchine fotografiche e videocamere contro la fila di manganelli e scudi fa riandare a scene di battaglia antichissime, a guerre di altri secoli, agli eserciti alla Barry Lyndon che marciano lentamente, avanzano e arretrano in un dialogo impossibile. E subito dopo, obiettivi e microfoni allontanati a colpi di lacrimogeni. Poi. Terribili i fumi infernali che si levano dalle cariche e controcariche, le immagini mosse catturate da dietro il vetro d’un portone, l’implacabile pioggia di pietre. Penosi i quattro tamburini che marciano con le bandiere nere, così come il punkabestia, furtivo e tutto storto, che fugge dal supermarket saccheggiato, con un carrello della spesa pieno di generi niente affatto di prima necessità. Preziose le testimonianze sul corteo dei pacifisti caricato a freddo. Surreale il ragazzo che sfila con la maschera da maiale e regge il mondo sulla spalla così come il vecchio passante genovese che sfiora pericolosamente le cariche borbottando. Emozionante il commento sonoro. Autentica la crisi isterica del cameraman. Struggente la citazione, che apre e chiude, della Cacciata dal Paradiso del Masaccio. Poetico, tutto. Si deve proprio vederlo, sul serio. Per Carlo, e per chi c’è passato.

Foto in copertina di Giacomo Verde