Genere: drammatico
Durata: 129 min.
Cast: Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett, Holly Hunter, Haley Bennett, Patti Smith, Val Kilmer
Paese: USA
Anno: 2017

Al di là di alcune interessanti letture gnostiche che il cinema di Malick stimola da The Tree of Life in poi, ci soffermeremo su un aspetto più terreno per parlare di questo suo ultimo film, che a differenza del precedente Knight of Cups ha una trama più intellegibile e soddisfacente sul piano drammaturgico, anche se come sempre in Malick la storia prende direzioni inusuali, allargandosi in cerchi concentrici anziché seguire una traiettoria causa-effetto.

Senza voler sminuire la complessa opera del regista filosofo, e naturalmente semplificando all’osso, ciò che intendo fare è circoscrivere l’interpretazione che segue a una riflessione sulla pelle, ignorando Dio o il Cattivo Demiurgo – un po’ come la distribuzione italiana ha ignorato il nome del regista evitando che venisse menzionato nel trailer (evidentemente si pensa che il nome di Malick respinge il grande pubblico nella misura in cui quelli di Gosling e Fassbender lo attraggono). Anche per questo motivo, estrapolerò dall’ultima opera del regista ciò che ritengo possa arrivare a chiunque sia digiuno del movimento gnostico.

Ma per arrivare alla pelle voglio passare dalla grazia; “grazia” intesa non come ciò che viene elargito da un ente superiore o giuridico, ma come qualità intrinseca del creato nel suo manifestarsi a occhi riconoscenti. Non Dio, il mondo in sé. I film di Malick hanno via via una qualità sempre più porosa, febbricitante, tattile: un’esperienza quasi impraticabile al cinema.

Il senso del tatto è anche, simbolicamente, la grazia; quando si dice che una persona è “piena di tatto” si vuole rimarcare una caratura spirituale intrinseca, una consonanza interiore che fa sì che delicatezza, empatia, gentilezza e amabilità emanino dal medesimo soggetto. Eppure, inversamente, il tatto è un ricettore sensoriale, non un attributo da dare in dono, ma che si ha in dote: si ha “tatto” quando nei confronti del mondo (e degli altri) si è delicati e accorti, e dunque si ha “tatto” quando si riceve in sé il mondo (e gli altri) fino a provarne sia gioia che dolore. Non ci sono distinzioni di qualità: si riceve quel che c’è da ricevere e se ne fa solo in questo modo esperienza.

Includere, in un’arte visiva e sonora, l’esperienza della pluralità dei sensi è una sinestesia abbastanza comune al cinema, ma suggerire per immagini il senso del tatto è una macro-particolarità dell’universo malickiano. I personaggi di Song to Song sembrano usciti dal cinema di John Cassavetes: brancolano, danzano, suonano, toccano, recitano; stanno in equilibrio su bordi di piscine, pozze d’acqua, cornicioni, cadono pogano cantano. Sono ubriachi. Sono ubriachi anche da sobri. Trasmettono gli infiniti movimenti dei nostri corpi irrequieti anche nel loro spostarsi di angolazione per effetto del montaggio, sempre più vicini e diagonali nell’approcciarsi a qualcuno a un party, sempre in movimento e in contatto nei ricordi che si sciolgono nel presente fluidificato, nel tutto che è l’adesso dentro una singola mente.

Vorticano (è Malick che gli vortica intorno ma il senso è la vertigine, che è instabilità e turbamento e paura di precipitare e anche attrazione del precipitare). Si cadono addosso, strisciano via, ritornano, giocano. Simulano la vita così come noi simuliamo la vita. Le attrazioni sono immediate perché lì non c’è simulazione ma riconoscimento, e da quel momento in poi ha il via il balletto della seduzione, il gioco delle parti: bisogna girare intorno al nocciolo della questione senza mai pronunciarlo, perché le parole per dirlo non lo contengono, e i pensieri sono dubbi, verità apprese dai libri, dalle religioni, dalle canzoni e dal cinema, istanti in cui si prova a soffermarsi sulle origini del desiderio.

La scena è quella del celebre festival musicale di Austin, dove i musicisti BV (Ryan Gosling) e Faye (Rooney Mara) si muovono come dentro un circo del quale aspirano a far parte, mentre il produttore/direttore Cook (Michael Fassbender) è più a suo agio tra vecchie e nuove glorie del circo del rock, già ricco, affermato e potente. La promiscuità è una questione di Jet set, e ammanta di lusso e dissolutezza la ricerca di “cose vere” di Faye, che pure vuole fare esperienza di tutto perché è meglio di niente. Seguire gli istinti o l’istinto? E dove può condurre l’uno se non nella pluralità del tutto-è-corruzione?

Nel bel mezzo del caos, ecco spuntare l’imperitura grazia. È sempre stata lì, dappertutto, ma prima di intravederla bisogna passare attraverso una serie infinita di sgraziate sembianze – BV e Cook che fanno le scimmie sulla spiaggia, sopra di loro gli eleganti gabbiani – perché è gioco e ruolo e perché la donna in quel momento è una, contesa da due scimpanzé. Arriva chi arriva prima, chi è più scaltro e potente, ma costui aderisce a una competizione che nulla concerne alla grazia, che è anche un’altra parola per dire luce, beltà, pienezza, partecipazione, amore. Uno dei veicoli dell’amore è il tatto, la bussola sottopelle che indica la direzione giusta, che annuncia: per di qua! Citando la lettera di San Paolo ai Corinzi, Malick fa recitare a Faye: “L’amore non verrà mai meno”. Nessuno ne ha mai dubitato, perché chi lo fa muore e fine della danza.

Malick ci fa sentire, di canzone in canzone, i passi che abbiamo fatto e che faremo nel grande spettacolo generale, fino al parossismo se necessario (lo è sempre a quanto pare), e in questo agitarsi collettivo apparentemente senza scopo, c’è sempre una canzone di fondo alle emozioni esplose sulla punta delle dita. Questa canzone è l’esperienza che ci è data sottopelle.