Sparse Disarmoniche ⥀ Tre poesie di Antonino Contiliano
Sparse Disarmoniche è una nuova raccolta di poesie di Antonino Contiliano. L’opera sarà pubblicata da Prova d’Autore di Catania. Presentiamo in anteprima tre poesie e un estratto della nota di Marco Palladini
Antonino Contiliano – scrive Marco Palladini nella sua nota Per una poesia resistente e di contraddizione – non è un poeta uso a nascondersi, aduso a celarsi dietro lambiccate metafore o astratte perifrasi, lui è un autore di mai rinnegata matrice marxista e comunista. Un autore combattente, epperò eterodosso che combina un evidente post-brechtismo con un postmodernismo linguistico estrosamente sperimentale. […] L’intonazione civile e politica del suo poetare non assume mai una veste didascalica o pedagogica, mette semmai in campo dispositivi plurisemantici e mistilingui che vogliono configurare una controvisione rispetto alla narrazione sistemica-capitalistica dominante. La sua è una scrittura materialista bifronte o ancipite […]: tanto materialista è la sua prospettiva ideale-ideologica, quanto materialista è il suo maneggiare i materiali verbali per produrre cortocircuiti di senso e di paratassi segnica. […] Qualche esempio: «in fede / mia l’ordineccidìo elevatemi e infamìa / sull’io da lame assolate e assodate sparso / se l’ecce homo del governo delle libertà / spara povertà e disonesta omertà e / whisky e soda vende jus ad bellum / sciacallando omnia contra omnia / la canaglia che d’impero mente e pire» (Manutenzione dell’ordine); […] Ogni tanto nella coscienza ulcerata dell’epoca, Contiliano lascia filtrare toni differenti, che volgono talora quasi all’elegia, senza perdere di perspicuità critica, come in uno dei testi migliori della raccolta: «l’estate smorza le luci / raggruma il sole nell’acino / il ventaglio delle foglie / si adopera con l’ombra fresca / e le radici insaporano la linfa / nel manto lucido di gravidanza / dell’ambra liquida il bacino // perché tanta modernità violata / in bocca alla guerra e alla fame // … è la vita che non lascia i clan- / destini agli scafi della guerra / migrante degli stati nel mare / d’estate, ora deserto di natanti / e vegeto di annegati viandanti // perché, dis-amore, i semi annegati / sai seppelliti torneranno al risveglio» (Tra due vendemmie).
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Melograni
per il giovane Lucio
navigatori di piazza affari
grami i mercanti mondo-bit
nulla sanno dei melograni fenici
né di Newton e Albert le curve
insegne nessuno disegna ali
o voci di conchiglie insegna
imbecilli e bacilli per decreti
pandemia vanno pania e penia
di Lucio i fotoni versi avversi
navigazione stagnano l’azione
e la mano in vaticano di mirra
e incenso di anno hanno in ano
della democrazia amano la cazzia!
Lucio nostre ora sono le frequenze
e valenze le note delle onde orde
ritmano le fibre sonore del tempo
e dei versi i tasti del piano a corda
a sera il tepore è febbre che sfiuma!
in via il mondo è politico e al bivio
ma delle borse il distico è distante
nei droni ancora porta il neolitico
e della fame l’analitica dei decessi
“Dario” l’io rosario e al vento
veto è in discesa di impresario
correnti sibil(l)ano la “Comune”
sogno quasar e redento diario blu
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Domani
a Deva (nipote)
in collina de-serto de-siderio
l’orlo colse delle note al vento
disteso era l’ombra dei sogni
quel giorno suono di foglie
contadine arano ore le mani
domani i segni fra gli anni
lepton andina l’ultima mordeva
di Shen Nung la nota in siesta
su e giù per le gole e pasto d’Est
di te tè fu nastro levante neutrini
un boccale di tè alle orchidee
di cielo sta spoglio muquente
charme il respiro fu vita a giorni
e nudi il passo avanti fu abbracci
di terra l’asso e colli girava vuoti
fuori orbita gli occhi in folle volo
contadine arano ore le mani
domani i segni fra gli anni
Shen Nung lo deve al vento
nelle foglie lento raccolto cor-
so via e la vita nuda orti sorsi
a te il té non chiede che resti
un boccale di tè alle orchidee
di cielo sta spoglio muquente
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Tra due vendemmie
l’estate smorza le luci
raggruma il sole nell’acino
il ventaglio delle foglie
si adopera con l’ombra fresca
e le radici insaporano la linfa
nel manto lucido di gravidanza
dell’ambra liquida il bacino
perché tanta maternità violata
in bocca alla guerra e alla fame
è in cammino il tuo parto
vendemmia, il sapore del vino
il frutto di un innesto ora in
cesto capezzoli a grappolo
e che mi ritorni come gesto
d’amore vicino e resto di tutto
fuso come in un latte di more
perché tanto suono scorrere noir
in bocca a televideo e Tea party
il luogo dove amorire ancora
vorrei inverdire vite brillanti
di terra bruciati e di vento
con la mia donna d’autunno
i sogni di un’altra vendemmia
distesa di cento respiri e lento
sapore di mosto a settembre
perché tanto odore di fogne ancora
in bocca e l’alito che fuma in coro
un tempo di odori a castello
quelle ore della macina estesa
e di onde vinose masticate
una festa per la gola che beve
e dice: silenzio qui si gode
il giocoliere delle stelle con
la lingua gondola in orbita
perché tanto infetta la parola
e in bocca sofà “beato chi se lo fa”
c’è un’altra febbre che asseta
e breve riflette il sole al suolo
è la vita che non lascia i clan-
destini agli scafi della guerra
migrante degli stati nel mare
d’estate, ora deserto di natanti
e vegeto di annegati viandanti
perché, dis-amore, i semi annegati
sai seppelliti torneranno al risveglio

