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LO SPETTACOLARE CASO DEL POETRY SLAM & due poesie di Simone Savogin | di Valerio Cuccaroni

L’articolo, pubblicato in forma ridotta, è un’anticipazione dell’Annuario di Poesia 2016 di Argo – al link la scheda del libro. Nell’Annuario sono presenti le poesie degli slammisti Sergio Garau e Guido Catalano. Per prenotare e ricevere una copia è necessario cliccare su PARTECIPA alla campagna su Produzioni dal basso (esplora il sito).

Il poetry slam, uno dei formati in cui si manifesta la poesia contemporanea, è una gara. Le regole per partecipare sono semplici: si hanno tre minuti a disposizione per interpretare ad alta voce poesie proprie, senza l’ausilio di musica, né maschere, né altri oggetti scenici. A condurre la gara è un MC (Master of Ceremony), la giuria è estratta a sorte fra il pubblico e, al termine dell’esecuzione, assegna un punteggio. Il poeta che ottiene il punteggio maggiore vince. Il primo poetry slam della storia va in scena al Green Mill di Chicago, nel 1986.
A trent’anni di distanza dal suo esordio il poetry slam è ormai diffuso in tutto il mondo. In Italia è arrivato nel 2001, grazie a Lello Voce, che, in accordo con i suoi colleghi codirettori del festival Romapoesia, Nanni Balestrini e Luigi Cinque, portò la competizione alla Casa delle Letterature. Ospite d’onore per l’occasione: Edoardo Sanguineti. Il poetry slam in Italia nasce dunque con la benedizione della neoavanguardia, che ne riconosce evidentemente l’anima dada.
La storia di questo «dispositivo teatrale», come lo definisce il suo creatore Marc Kelly Smith, è sintetizzata nel libro di Dome Bulfaro Guida liquida al poetry slam. La rivincita della poesia (Agenzia X, Milano 2016). Nella prima parte del volume, intitolata guida teorica, Smith delinea le caratteristiche generali della sua creatura, quindi la palla delle definizioni passa a protagonisti nazionali e internazionali della scena slam. Bulfaro ne accredita le ascendenze avanguardiste e beat, quindi lavora sulle fonti più propriamente storiche per documentare i primi vagiti di questa creatura meticcia, nata nei locali di Chicago, da un incrocio fra «poesia vaudeville», teatro, hip hop, giochi di carte e sport, cresciuta nomade, in giro fra Stati Uniti, resto del mondo e, infine, in Italia, dove ha raggiunto la piena maturazione nel 2013, con la fondazione della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam. […]
La prima sezione della Guida si conclude con testimonianze dei pionieri italiani del formato, fra cui Sparajurij (in particolare Sergio Garau), Tiziano Scarpa, Sara Ventroni, Gli Ammutinati (Matteo Danieli, Luigi Nacci, Christian Sinicco) e di altri, che rilasciano dichiarazioni pro («ottima forma di divulgazione e collaudo», Valerio Magrelli), contro («crea forme agonistiche che assomigliano più allo sport che alla poesia», Giancarlo Majorino) e ambivalenti: «amo l’ambiente che si crea e il suo rituale […]. Ciò che non amo è il nulla, la gratuità totale, lo scivolamento nella performance fine a se stessa», dichiara Silvia Parma, con Andrea Inglese che precisa: «l’unica cosa che mi lascia scettico è una sua tendenza a oscillare tra l’evento televisivo e una sagra paesana». Una guida antologica innerva la seconda parte, mentre nella terza si trova una guida pratica con le istruzioni per organizzare uno slam. Nella guida liquida, che chiude il libro, c’è una bibliografia multimediale, tra film, antologie, radio e internet. In appendice si trovano le biografie di alcuni degli slammer più citati nel libro. […]
Se si vuol avere un’idea completa di ciò che un testo diviene nell’esecuzione orale di alcuni dei più importanti poeti-performer europei degli anni Zero, si può ricorrere a Slam. Antologia europea, a cura di Sparajurij (No Reply, 2007), che presenta testi bilingui assieme a tracce audio, presenti nell’allegato CD «clandestino» oppure scaricabili dal sito www.sparajurij.com.
Altri testi, ma non tracce audio, di poeti internazionali, che si sono esibiti in un poetry slam, si possono trovare in Superfast poetry (Pequod, 2008), antologia curata da Luigi Socci, poeta tragicomico e performer, il primo ad aver organizzato un torneo slam in Italia. Per trovare qualcosa di paragonabile a Slam degli Sparajurij, bisogna aspettare il 2015, anno in cui esce Slam it! , doppio CD con ebook, a cura di Davide ScartyDoc Passoni: l’opera antologizza le migliori produzioni degli slammisti italiani contemporanei, in formato audio e testo.

L’articolo a cura di Valerio Cuccaroni si può leggere sull’Annuario e presenta l’analisi completa del libro di Dome Bulfaro, Guida liquida al poetry slam. La rivincita della poesia.
Chiudiamo l’anticipazione presentando due testi di Simone Savogin, campione italiano di poetry slam 2015 e 2016.

Come farfalla

E questo
che credi
non riesca ad esser niente
non vedi
che sale
e riempie i polmoni
non credi che riesca a vedere quel nido quel sole pesante che spegne i dolori
non vedi la luce che acceca e che bieca sottile ti taglia la gola
non riesco a vedere un’uscita ma penso e rifletto su quello che ho fatto
e non riesco a sentire più niente adesso che ho perso la vita nel fango del mondo
e cruda
e sottile
mi muove la bile
mi induce
a pensare
di essere vile
mi taglia
mi sfregia
mi rompe sinapsi
ingoia
comprime
la voglia di farsi
mentori di una ragione più semplice e vera, né killer né preda
soltanto un lontano parente di sangue pulito da mille eroine tagliate col fuoco
creando prigioni di sogni nel vuoto, catene di fumo che bruciano i polsi
già ora che vedo l’uscita dai crudi deliri di morti viventi
Brucia – in gola – la rabbia – divora.
E ancora – i denti – le tempie – livore.
Ed ora che ho perso l’involucro bianco,
ora che larva è solo un ricordo,
ora che l’aria è il manto del mondo,
lasciami un giorno che a notte io muoio.


E tu sei anni

Non ho mai imparato le stelle, papà,
e mi sarebbe tanto piaciuto,
sentir l’erba tagliata che piange rugiada
e le dita stanche che tirano i capelli del mondo.
Come sempre è questione di spazio e momento
loro spente e sparse
io che le indico e ne disegno i contorni,
più eterne delle nuvole, ma solo di poco.
Non ho mai detto ti amo a nessuno, papà,
perché insegnate l’orgoglio?
Quel credere di meritare di più
e perdere fiumi di sorrisi e respiri.
Aveva quegli occhi di acqua e di luce,
furbi e vivi, da meritare cuscini.
Vorrei una voce migliore per dirlo domani
sì, forse domani, forse.
Non ho
mai
letto un fumetto, fumato su un tetto, raggiunto quel punto d’incontro fra resto del mondo e realtà sullo sfondo, cantato a sgolarmi, voluto le armi, saputo adattarmi ai tuoi ritmi notturni di urne e rumori attutiti, tra fumo e detriti, sgualcito lenzuola con giochi proibiti, da chi, poi?! Da chi li ha provati e trovati squisiti. Votato partiti, capito quei riti, veduto gli dei che hai detto reali e spacciato per miei. Finito di essere ciò che vorrei, una voce diversa da quella che sei. Visitato Shangai, detto “mai e poi mai”, preso mani e poi rami e giocato agli indiani. Abbracciato ubriaco un amico fidato, dato tutto, e poi pianto per esser stato deluso, rinunciato al “mi scusi”, baciato a occhi chiusi, accettato i soprusi di chi si sente al di sopra di tutto e di tutti, fatto a gara di rutti, inferto insulti a quei bruti che me ne hanno elargiti. Agitato vessilli per strada fra strilli o gridato aspri strali, sentito di esser parte di uno dei vostri stati, invasi da invasati, divisi da divise, tracciati su mappe diverse dal vero; posseduto davvero, dato che “io sono del mondo” e non viceversa. Versato veleno, viaggiato su un treno, sorriso sereno e vissuto bei sogni, spremuto ogni goccia dal tempo presente, sentito il suono inumano del niente.
Dammi la mano e poi stringi, papà,
devi dirmi davvero il perché
siamo fermi a dar sfogo agli istinti,
quando il mondo buono ci accoglie,
e noi a togliergli vita e aria e sangue
per avere e non essere, correre e vincere,
come i bambini più piccoli di me,
come gli animali che diciamo inferiori.
Ironia del destino, ti sento e avvicino d’istinto la porta, ma non ci riesco, non esco e scopro che il viaggio è solo una giostra a cui poco importa. Pensa alla sorte che scopre le carte in un lampo di vita che ci vede vicini, tu tra assassini, a sei anni da qui, segui sguardi e segugi, gridi “guarda, sgualdrine!” e ne sbatti una a terra, è guerra, si sa, si può tutto e di più. E poi tu, farabutto, ne abusi e usi le armi con sprezzo, ché tanto il prezzo di quel pezzo di carne è meno di zero, non vale niente, davvero, è solo un buco, respira e “stai zitta puttana”, puntandole in bocca un’altra bocca di ferro. Fa freddo e il sapore è più o meno lo stesso passo spesso le notti a cantare tra i botti, le ninnenanne di nonna, con mamma che piange e mi stringe e finge sia un gioco. Poco fa il tuo mortaio ha capito, mi ha colpito dritto nel petto e ha distrutto quel tetto che mi divide dal cielo e mi ha regalato le stelle.
Ti sei ricordato del mio compleanno, papà.
Grazie.

         

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