Un vecchio prigioniero del proprio vissuto, delle proprie ossessioni e paure. Ormai in pensione, dopo una vita passata a spaccarsi la schiena, trascina come una zavorra tutto il rancore accumulato verso il mondo, riversandolo su chi lo circonda.
Un bambino e la sua estate passata a casa del nonno sono al centro della prima parte del romanzo. Lui gioca in modo sommesso, lo sguardo fuori a cercare qualche amico, con l’inevitabile ombra del nonno a oscurare tutto: vuole educare il nipote, gli vuole insegnare a guardarsi dai vicini, avvoltoi in attesa di prendersi ciò che non è loro, malelingue bugiarde e approfittatrici.
Per trovare la sua dimensione il bambino è costretto a ripetute fughe, a poche ore di divertimento e spensieratezza con i ragazzini del quartiere: sono un po’ più grandi, non comprende a fondo il loro mondo, ma cerca di farne parte. All’inevitabile rientro a casa lo aspetta una segregazione che è al contempo punitiva, preventiva e educativa: un piccolo balcone e il ciclo solare sopra la testa diventano il suo mondo rovente.
L’odio verso il nonno cresce, le fughe lo portano in situazioni sconosciute e pericolose, le punizioni e le minacce del vecchio scavano a fondo e tirano fuori la bestia che è in lui, fino all’atroce scontro con il nonno e all’orrore che ne consegue.
Anni dopo il bambino è cresciuto, è diventato uomo, la narrazione si sposta dalla prima alla terza persona e il passato con tutti i suoi traumi pare distaccato, ingombrante, sì, ma tenuto dietro una parete di apatia. L’uomo guarda i giorni passare, finché non si rivede in un bambino, e decide di aiutarlo. Non tutto, però, è come sembra, e le atrocità sia passate che presenti non sono ancora terminate.
L’autore ci conduce in una spirale sempre più stretta, con una narrazione semplice che tuttavia ama indugiare su immagini forti e metaforiche, per calcare la mano dove serve, qualche volta andando forse in contrasto con la coerenza della voce narrante del bambino, in certi casi un po’ troppo adulta nel suo lessico volutamente violento e ripugnante. Il cambio di punto di vista a metà romanzo, da prima a terza persona, colpisce positivamente, dà uno stacco psicologico che favorisce l’empatia tra il lettore e il protagonista, ora apatico e svuotato delle energie giovanili, e conduce verso l’inevitabile finale, non senza spiazzare con un colpo di scena che riscrive tutta la vicenda.
A bocca chiusa indaga il contrasto sia generazionale che umano, proprio dell’evoluzione individuale, la disillusione rancorosa da una parte contro la voglia di crescere e di scoprire ciò che il mondo riserva dall’altra, risolvendola sul piano della psicologia: la coscienza del bambino, porosa per natura, dovrà lottare parecchio per conservare la propria innata innocenza e gestire il marcio di una vita che non è la sua ormai completamente introiettato e pulsante dentro di sé.

Stefano Bonazzi (1983) lavora nel campo delle arti visive, creando immagini surreali e disorientanti manipolate digitalmente. Sue opere sono state pubblicate su riviste tematiche ed e-zine in rete, nonché esposte in diverse mostre. Fa parte dei Giovani Artisti Ferraresi, associazione impegnata nella promozione della scena artistica dei giovani ferraresi.
A bocca chiusa è il suo romanzo d’esordio.

Simone Colombo