Il senso universale delle cose nelle poesie di Stefano Dal Bianco

 

In occasione della 15° edizione de La Punta della Lingua, festival internazionale di poesia totale, Argo presenta dodici brevi interventi dedicati ad alcuni dei suoi ospiti più illustri e agli autori ormai scomparsi di opere che sono state recentemente riproposte nella nuova veste qui presentata.


 

La poesia di Stefano Dal Bianco si dispiega come un dialogo ininterrotto dell’uomo con se stesso, dialogo che si svolge però sempre attraverso la realtà circostante, fatta delle cose, delle persone e dei luoghi più prossimi all’autore. Gli oggetti della poesia di Dal Bianco non hanno infatti a che fare con significati privati, contingenti, ma con un senso, potremmo dire universale, che li trascende, e che l’autore stesso definisce come «il senso delle cose», «il significato antropologico dello stare al mondo». Attraverso le cose, la poesia di Dal Bianco punta quindi in realtà a ciò che Raffaella Scarpa chiama il «nucleo taciuto che sta all’origine dell’umano», e aspira a rendere questo silenzio, o questo suono altro del mondo, per mezzo di un linguaggio il cui scarto dalla lingua naturale è ridotto al minimo, e di una vera e propria decostruzione metrica capace, secondo la lezione zanzottiana, di creare un’immagine del vuoto attraverso i «rallentamenti» e i «silenzi» che costellano i suoi versi, e che sempre, in Dal Bianco, dialogano con la parola.

(introduzione di Claudia Valsania)

 

 

ACCORPAMENTO

(da Ritorno a Planaval, Mondadori, 2001)

 

Gli abitanti della casa che da poco abito non si curano delle ombre dei balconi lungo il marciapiede, vanno e vengono, entrano dal portone che si chiude con i loro nomi, non si chiedono mai se vivranno abbastanza per capire tutto.

 

Così sono stati per molti anni, nella luce gialla della grande città.

 

Io so che non potrò cambiare niente di tutto questo e so che tutto questo ha già cambiato me.

 

Invece non so niente di tutto ciò che avverrà di me e di tutto questo insieme; forse il nostro cambiamento assomiglia a ciò che entra dal portone, a ciò che se ne va, a ciò che torna prima di una resurrezione.

 

Per esempio, a volte vedo gli alberi del viale vicino a casa guarire del loro male; vedo a volte avanzare gruppi di adolescenti, come in un bosco, e vedo gli alberi al passaggio abbassarsi nuovamente…

 

Per alcuni anni ho rispettato l’impegno dei morti, quella volontà di stare senza pensare, e, insomma, di non fare e non pensare, … fino al castigo, quando il non pensare si è tradotto in non sentire.

 

Ho cercato allora di tornare a sentire, … ma i sensi sono della vita, e la vita non basta, … almeno così mi hanno convinto a credere…

 

E adesso tu come puoi pretendere di ascoltare la mia storia se la mia storia è infangata, o non è ancora incominciata, se la riva del mondo in cui siamo corrisponde al confine di un letto…

 

Pensando a te ho scritto una poesia, per cercare di spiegare, una poesia a cui non so dare un titolo:

 

Rispondere agli ammazzati,

a tutto l’amore bruciato,

correggere il tempo che avanza e a noi non basta

è un dovere sepolto:

aprire la nostra chiave

– nel momento in cui cade

e il nostro diventa dovere di tutti –

quella casa allagata, senza tetto

dove si cova la massima gioia

e dove, a poco a poco, finiremo insieme.

 

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FACCIA DI ARTURO

(da Prove di libertà, Mondadori, 2012)

 

Quando vedo la faccia di Arturo imbronciata,
che cerca di capire e non capisce
di noi niente che non sia tutto l’importante
rispetto a quello che sappiamo e non sappiamo
di noi con la nostra testa di adulti,

 

quando vedo l’infame paffuto fidarsi
del senso delle cose,
essere tutto nello sguardo
e cercare la stessa fiducia nel nostro, nel mio,

 

non mi resta che fidarmi,
visto che non ho niente da nascondere
se mi tengo alla sua mano
fingendo di sorreggerlo.

 


 

Stefano Dal Bianco (Padova 1961) insegna «Poetica e Stilistica» all’Università di Siena. Dal 1986 al 1989, con Mario Benedetti e Fernando Marchiori, ha diretto la rivista di poesia contemporanea «Scarto minimo». Dal 1992 al 1994 è stato nella redazione di «Poesia». Come studioso e critico militante si è occupato prevalentemente della metrica di Petrarca, Ariosto, Andrea Zanzotto, e di poesia del Novecento. Di Zanzotto ha curato il Meridiano Mondadori nel 1999 (con Gian Mario Villalta) e l’Oscar Tutte le poesie (2011). Libri di poesia: La bella mano (Crocetti 1991), Stanze del gusto cattivo (in Primo quaderno italiano, Guerini e associati 1991), Ritorno a Planaval (Mondadori 2001; LietoColle 2018), Prove di libertà (Mondadori 2012). I suoi saggi di poetica sono raccolti in Distratti dal silenzio. Diario di poesia contemporanea, Quodlibet 2019.

 

La Punta della Lingua 2020. Protagonisti 1 
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