Alberto Mori racconta e ripensa le sue Iperpoesie (1997), oggi che nei centri commerciali troviamo le «piccole croci rosse» e «“fare la spesa” permane tuttora un approdo contingentato per la sopravvivenza della specie: una inderogabile necessità»

 

Quando, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, iniziò la fase di maggior sviluppo dei centri commerciali, i piani urbanistici delle città trovarono la soluzione al problema delle periferie, considerate fin dagli anni ’60 come territori di pura e semplice allocazione del pendolarismo casa-lavoro / lavoro-casa, ed allo stesso tempo vennero, più o meno consapevolmente, incontro alle ultime risorse di “superfluo” disponibile degli italiani, al tempo ancora in parte abbienti, i quali, annoiati dallo shopping nomadico delle boutique, se le ritrovarono in ordinato franchising con altre rivendite commerciali, accorpate in un unico sistema immobiliare e consumistico con annesso l’alimentare dell’ipermercato, e incontravano nello stesso luogo coloro che con poche risorse economiche erano destinati a trascorrere il tempo libero fra i condomini di Quarto Oggiaro senza neppure diventare almeno visibili come consumatori. Quando mi accostai a questa realtà, con détours senza acquisti per liberare la mia attenzione a quanto accadeva e orientarla verso la scrittura, il centro commerciale disponeva di zone interstiziali dove la piazza della città era divenuta virtuale, mediata dal cash money per la presenza contemporanea del marketing e del soggetto consumatore, ed inclusiva, perché la frequentazione degli ipermercati si rivolge ad ogni abitante delle città, ed ancor più, con una funzione trasformativa, ai pensionati, per i quali la passività della propria raggiunta “fuori produzione” ridiviene una partecipazione paradossalmente attiva e rinnovata nella contemplazione dei prodotti e del passaggio shopping degli acquirenti.

La panchina dell’ipermercato non è più per loro quella del parco:

 

Sulle panchine dell’atrio vendite,
quelli che non hanno l’istinto primario dell’acquisto
sono diventati monaci voyeur.
Stanno seduti in vuoto silenzio a sviluppare
l’istinto primario del consumo.

 

Nel centro commerciale la grafica pubblicitaria trovava il suo atto visivo più concreto nella vendita diretta al consumatore, grazie alla serialità ordinata dei prodotti fra le corsie create da specifici reparti, ed anche la Pop Art, imperterrita, continuava la sua autocitazione visiva post-moderna nel ritmo quotidiano del consumo. La campitura di sfondo retro-bancone è a tutti gli effetti la traslazione di un’opera di Frank Stella.

 

American cow

I macellai dell’ipermercato hanno un’enorme vacca
dipinta in alto, dietro all’interminabile bancone.
Ogni parte del corpo sembra una intera nazione con i propri confini.
L’insieme, una confederazione della carne, dove visivamente
lo scamone, la parte più a nord ovest,
sembra essere la terra promessa ai futuri degustatori.

 

Le Iperpoesie1 attraversavano un microcosmo dove l’umanità era rientrata, forse per l’ultima volta prima dell’avvento di Amazon e degli acquisti online, nella fase euforica di un ritrovamento catartico del prodotto, non ancora considerato omologato, quando incontrarlo ed acquistarlo nel supermercato significava entrare davvero in suo possesso esclusivo ed il brand dell’Ikea – iper potenziato, in questo caso – poteva sospingere verso una metafisica di superamento del caos consumista:

 

Ai figli dispersi nell’Ikea

 

Figli miei dispersi nell’ikea.
Fra corridoi casse bancali schermi
Offerte
Coperte
Sconti
Scarpe cioccolato biscotti
Cozze tinozze
Audiocassette Cd Vhs
Polly dolby
Pattine bamboline
Libri termoesoterici della riello giapponese
Fra antologie padane
Nenie narco-peruviane
Canti gregoriani digestivi
Finti ibiscus e detersivi lascivi.
A voi nell’ikea empirea
vostra madre commessa annuncia:
“I Sig. clienti si rechino con urgenza
al reparto immortalità
per verifica tagliandi”.

 

Nel XXI secolo il centro commerciale è diventato “Block Chain”, vera e propria catena distributiva di brand monopolisti ed anche più specificamente tecnologici e settoriali, riguardanti singole categorie di prodotti che si rivolgono a riflessi antropologici smart e codificati dal digitale con il risultato di azioni esclusive di frequentazione temporanea, nelle frazioni di tempo spesso concesse dalla spesa, divenuta non più massificata ed omologata come in passato, ma mirata e parcellizzata, anche perché le offerte sono globalizzate e raggiungono gli schermi e le interfacce degli utenti prima ancora dei gesti e dei corpi dei clienti. Le collocazioni stesse dei centri commerciali hanno ridisegnato le percorrenze dei city consumers e sono divenute il vero e proprio climax architettonico di ogni politica urbanistica della città, poiché semplificano lo spazio con i loro format minimali a metratura e valore immobiliare standard per i comuni che li prevedono e agevolano, e le amministrazioni dei comuni stessi riescono a patteggiare con loro appalti a costi contenuti e vantaggiosi, offrendo ai cittadini facilità di accesso viario, che li rende così completamente autosufficienti come spazio commerciale, integrato da agevoli ingressi tramite rotatorie stradali personalizzate utili a ingressare, come si fa con i libri che si registrano nelle biblioteche apponendo un numero d’ingresso, i cittadini/clienti negli ampi parcheggi dotati anche di distributori self-service integrabili come servizio con i punti spesa degli acquisti.

Negli ultimi vent’anni l’acquisizione nei centri commerciali di buona parte delle tipologie di vendita al dettaglio presenti nei territori ha portato anche a un notevole incremento della security, che è divenuta elemento di protezione sempre più indispensabile, e certamente ha abbassato la soglia edonista dei clienti, che seguono a tutti gli effetti algoritmi predeterminati quando comprano e difficilmente compare sui loro volti l’antica soddisfazione dell’acquisto. La merce virtualizzata produce corpi già immaginati, e si è giunti all’automatismo quotidiano che dà alla frequentazione del centro commerciale la ritmica dell’entra-compra-esci, fra sfiori touch screen degli iPhone, che hanno già a disposizione l’immagine ed il codex del prezzo del prodotto verificabile dal display. Questa la direzione infotecnologica intrapresa. Poi, improvvisamente, nel marzo 2020 l’irrompere dell’emergenza Covid ha mutato la semiotica del non luogo:

 

Sul pavimento del supermercato
le piccole croci rosse
Punto esatto per distanze immuni
Rito per intoccati verso ritorno di salvezza

 

Adesso, autunno 2020, le piccole croci rosse, il loro segno improvviso e drammatico, sono state stilizzate e ricoperte da stickers con scritte rosse su fondo bianco. “Fare la spesa” permane tuttora un approdo contingentato per la sopravvivenza della specie: una inderogabile necessità. L’annientamento del bene consumista offerto dalla civiltà con il ritorno alla provvista necessaria e primordiale dell’Homo Sapiens: cacciatore con mascherina e bancomat pronto al posto d’arco e frecce… Questo l’attuale specchio quotidiano.

 

Note

1 Iperpoesie (Multimedia Edizioni, 1997) è la prima opera in cui si manifesta la poetica dei non luoghi contemporanei di Alberto Mori. Fu tradotto in Spagna da Save As Editorial nel 2001 e ispirò performance, installazioni e un video visibile di seguito: (NdR)

 

 


Alberto Mori, Crema, 1962. Poeta performer e artista, sperimenta attività di ricerca nella poesia utilizzando in interazione vari linguaggi d’arte: poesia sonora e visiva, performance e installazione, video e fotografia. Ha all’attivo varie partecipazioni al Festival di Performing Arts. Dal 1986, numerose le pubblicazioni editoriali. Nel 2001 Iperpoesie (Save AS Editorial) e nel 2006 Utópos (Peccata Minuta) sono stati tradotti in Spagna. Per Fara Editore ha pubblicato: Raccolta (2008), Fashion (2009), Objects (2010), Financial (2011), Piano (2012), Esecuzioni (2013), Meteo Tempi (2014), Canti Digitali (2015), Quasi Partita (2016). Le pubblicazioni più recenti sono Direzioni (Edizioni del verri, 2017), Minimi Vitali (2018) e Levels (2020), editi da Fara Editore. Nel 2013 e nel 2014, Esecuzioni e Davanti alla mancante (S.C.E.) sono stati finalisti del Premio di Poesia e Prosa “Lorenzo Montano”.
Il website dell’autore è consultabile qui.