La carovana risale fra i vicoli, procede con l’andamento di una comitiva confusa, divisa in gruppetti scomposti. La Pifferaia è in testa al corteo. Al suo fianco c’è il custode. Dietro, Alberto Andreina e Lori, che di tanto in tanto gesticolano per indicare la strada verso l’appuntamento. I musicisti continuano ininterrottamente a suonare.

Procedendo così, arrivano alla Scalinata del mattino, che si apre dinnanzi a loro, un gradino e poi un l’altro e sulla cima della salita, case bianche e rosate. È Andreina ad avvicinarsi alla Pifferaia e a prenderla per un braccio. I musicisti smettono di suonare e la musica si interrompe.

ANDREINA Ecco, siamo arrivati. C’è un uomo che vive qua, che abita proprio in questo tratto di scalinata. Cammina su e giù, percorre i gradini avanti e indietro, non si ferma mai, non si allontana mai da qua, o almeno non l’hanno mai visto in altri luoghi. Sale, scende, si siede sui gradini e guarda i passanti abbacchiato. Oppure lo puoi trovare in piedi, che attacca bottone con tutti. Di giorno è malinconico. Le parole gli vengono lente alla bocca. Siede ai margini degli scalini. Certe volte sta acquattato dietro ai cespugli…

ALBERTO (il pugile) Eh già, di giorno lui è piantato a terra e guarda tutti imbambolato. Lo conosco anche io, ma chi non lo conosce? È di sera, quando le ombre si allungano, e poi ancor più di notte, che lui diventa tutto arzillo, scattante. Di notte sta sempre in piedi, gli viene una di quelle parlantine…

LORI (La chiromante) Sì, sì, di notte torna in pace col mondo, è aperto, spensierato, quasi ruggente. Pare che c’ha un fuocherello che gli brucia dentro: te lo raccomando… Sembra mezzo imbriaco, ha quell’estro lì, di chi è impregnato di vino…

ALBERTO Però quando ti ci fermi a parlare, lui lo senti che è sobrio, altroché. Anzi… è lucidissimo. Non è scomposto, non sbaglia una virgola a dirla tutta. Anzi, quando parla fa di ogni frase un piccolo mondo a sé, tira fuori immagini una dietro l’altra, è un fiotto continuo, sembra che nella sua mente ci sia una grande opera che si va costruendo, un pezzo dopo l’altro. (La voce esce dalla bocca di Alberto in un sibilo. Le sue parole sembrano impastate, i fonemi gli fischiano fra i denti sbeccati, o tra i fori di quelli mancanti. Alberto ha il labbro inferiore e anche quello superiore conciati per le feste da brutte cicatrici, storte, zigzaganti. Tutta la sua bocca di pugile è sformata come una zampogna). Di notte lui non si ferma proprio un attimo, balla quasi e sembra un diavolo. Uno di quegli sprevengoli, che passano la loro vita a fare scherzi nei boschi. C’hai presente?

PIFFERAIA E chi sarebbero, ora, questi sprevengoli? (Ride, sghignazza in modo tale che anche lei sembra un folletto)

LORI Gli sprevengoli sono creature che vivono nel bosco, gnomi, mostricciattoli, o come vuoi chiamarli. Passano la vita dietro i tronchi degli alberi, a fare scherzi ai passanti.

NACONIANI:

– Ah cojo’. C’ave fato camina’ fino a qui pe’ senti’ le sciapate degli sprevengoli?! E nananana

– Ma ve ande’ a fadantelculo voi, e quest’altro imbriagò che vive qua, ’nte la grepia, fra j scalini, che quandu te discore, nun ce se capisce ’na mazza…

– E andé a fadiga’, tutti quanti…

IL CUSTODE (Senza scomporsi, rivolto alla Pifferaia con tono affabile, paterno) Gli sprevengoli, ammesso che esistano, ma c’è chi dice di averli visti davvero nel fitto del fogliame, vivono lontano da qua, e forse anche lontano dal tempo. Dal tempo come la maggior parte della gente lo intente… (E rivolto al trio) Raccontate, senza divagare, di questo uomo che va su e giù per le scale, notte e giorno. Io lo conosco bene, ché di notte mi ci fermo a parlare. Ma di giorno non lo disturbo, perché mi sembra immerso nelle sue fantasticherie, e non è di quelli che vogliono essere disturbati…

ALBERTO: E di giorno è pallido, sembra sepolto sotto le sue occhiaie, sembra. Sembra schiacciato da un’incudine infinita, che gli è caduta in testa dal cielo.

LORI: E di notte, invece, ha una luce addosso. Come se avesse bevuto argento vivo. Lo vedi da lontano, la sua pelle irraggia chiarore, sembra un satellite, sembra il neon lampeggiante di qualche locale! (Scoppia a ridere da sola)

PIFFERAIA Ma ha un nome questo uomo di cui mi parlate? Chi è? State andando avanti ormai da un pezzo, e io non ho capito di chi parlate.

BEBO Si chiama l’Operaio!!!

Al suono del suo nome, tutti i Naconiani scoppiano a ridere. Ecco che fra lo scroscio delle risate, l’Operaio entra in scena. Si manifesta sbucando da dietro un cespuglio e scende, ciondolando, le scale. Si notano subito i suoi gesti attoniti, di chi pensa perennemente ad altro eppure deve essere presente ai suoi prossimi. Si capisce che il mondo attorno gli pesa come un’incombenza, come una pratica da smaltire di malavoglia. Ma il suo vestiario è del tutto incongruente ai suoi modi trasognati e tristi. Calza, fin sopra le sopracciglia, un berretto di lana attillato. Il busto, goffo e curvo, è fasciato da un piumino bianco fiammante. Pantaloni extra slim gli stringono le gambette, ha il cavallo calato e dal suo posteriore occhieggiano abbondantemente dei box neri. Il suo abbigliamento aderisce a un codice modaiolo di massa. 

Al suo apparire, i Naconiani si coagulano compatti in un angolo della  piazza, ammutoliti. Proprio quelli che hanno bocca e mento imbrattati di nero di seppia sembrano i più intimoriti dalla diurna apparizione del loro concittadino. 

OPERAIO (il suo eloquio è ben modulato, scandisce ogni parola e ogni frase con la sicurezza di chi è allenato a parlare a braccio, davanti a ogni tipo di platea, anche mezzora, senza deferenza o fretta di concludere i propri concetti. Eppure le immagini che evoca sono invero sconclusionate, vagamente oniriche. Sembrerebbero, alle orecchie degli assennati, prive di un reale messaggio). Potessi tornare indietro, non farei tutti quegli errori. Non giocherei col tempo, non aspetterei che le cose si compiano da sole, confidando nelle mie idee e nella realtà esterna. Ora che ho cambiato così tanti calendari, e che da allora è successo ben poco, mi trovo rinchiuso in un piccolo spazio, che è diventato la mia patria. In questo limbo dove l’entrata e l’uscita si sono fatte lontane e nascoste, io ho perso anche il ricordo della loro esistenza.

PIFFERAIA Dunque, sei tu l’Operaio? Mi hanno detto che volevi conoscermi…

ALBERTO Sì, è lui, è lui che, mentre tutti e tre bighellonavamo qui sotto, è spuntato da dietro un cespuglio e con un gesto ci ha chiamati a sé e ci ha chiesto di portarti da lui…

PIFFERAIA E perché? (rivolta all’Operaio)

OPERAIO Perché qua nella città vecchia le voci corrono. Tutti già dicono che sei strana. Che racconti di naufragi in mezzo al mare, di isole e di sirene, e di accoppiamenti fra le onde del mare. Ti confidi anche con gli sconosciuti, con chi hai incontrato per la prima volta. Questo lo fanno solo i disperati, i più incendiati di tutti. Io li conosco, ai Naconiani: non sono persone a cui viene facile confidare i loro segreti. Ti guardano e ti compatiscono e poi quando ti volti, scoppiano a ridere e lo fanno con un tempismo perfetto, affinché si riesca a carpire con le proprie orecchie l’ultimo eco delle loro risate, proprio mentre stai per girare l’angolo e, un altro passo ancora, non li sentiresti più…

PIFFERAIA Oh, per me è naturale parlare con tutti. La mia casa e le mie stanze sono popolate di strane creature mascherate, a volte di fantasmi…   che volete farci? Ma non è questo il punto: io sono arrivata qua per adempiere a una specie di missione, per liberare la città da un’antica pestilenza…

OPERAIO Ecco, i fantasmi, anche le stanze del mio palazzo ne sono popolate, sai?  Mi tornano a trovare ad ogni passo che faccio; nella luce del giorno, che non tollero più, mi guardano affacciati dalle loro finestre.

PIFFERAIA Per questo sei così pallido? Mi hanno detto che tu di notte parli con tutti, che anzi riesci a richiamare a te le persone, ad intrattenerle coi tuoi discorsi, persino ad incantarle. Insomma accendi negli altri la curiosità.

OPERAIO Sì, di notte si spegne tutto, allora io torno a sognare. Ma il mio lavoro si svolge di giorno. Di notte domando, racconto, ascolto gli altri, mi mescolo ai ricordi, agli scherzi di chi si affaccia su questi scalini, e le ore scorrono veloci prima che torni la luce. Poi nella luce io vivo e lavoro: è lì, sotto al sole, che io sono intrappolato nel mettere le cose in fila, una dietro l’altra, identiche.

NACONIANO (Si alza la voce di un Naconiano, mescolato alla folta nutria) Oohhhhh, oh imbriagò….. ma che cazzo stai a di’, ma se nun hai mai fadigato in vita tua, ma vattafadantelculo, va!!! (E giù risate)

CUSTODE (Si gira, adirato, verso i Naconiani) Voi vi ricordate solo ciò che è brutto e sgradevole, tutto il resto preferite dimenticarlo, lo buttate via dopo averlo consumato. Avete la memoria corta, pronta a svaporare nel rancore che vi affumica il cuore e la testa. Non ricordate nulla di quest’uomo, eppure egli è attaccato alla vostra pelle, come lo sono i peli della barba alla mia faccia. (Il custode si passa la mano sulle guance, grattandosi con le dita uncinate).

NACONIANI (Restano a guardare il custode imbambolati, stupiti, esterrefatti. Qualcuno si stringe nelle spalle, altri fanno piccoli bronci sarcastici. Un paio di loro, imbrattati di nero di seppia, esplodono in risate pastose di raucedine e poi urlano) Ahahah, è deje ’na sigaretta a ’sto scemo! Sci, oh, è arivato el profeta de sto pezzo de budello. Ohhhhh, oh scemo.

Il Custode non batte ciglio, poi si gira e in un inchino teatrale mostra ai Naconiani le natiche. I Naconiani si tacciono, coi loro volti sospesi fra il sarcasmo e la confusione.

CUSTODE Il passato mi sta attaccato al corpo, è un arto mummificato che mi penzola dietro come una coda. Lo guardo e ha tutte le fattezze dell’incubo. Già, perché gli incubi, i sogni, se ne stanno confinati dietro gli occhi mentre dormiamo. Non valicano quella frontiera. E quando solleviamo le palpebre, nel dormiveglia, escono, se ne vanno via, poi come vapore si attaccano alle cose, agli oggetti che piano piano riconosciamo intorno a noi, sgusciando dal sonno. Ma il mio incubo non svapora, quando sollevo le palpebre non si appiccica al presente della vita. Il mio incubo continua a vivere di vita propria anche nel giorno.

PIFFERAIA I tuoi fantasmi sono i fantasmi di tutti, che credi? Anche io ho paura dei miei, mi vengono a trovare spesso di notte, quando resto sola nella mia casa di Atene, e penso a quello che è stato e che non tornerà, e vorrei girare le lancette del tempo all’indietro. Certe volte però, mentre ballo, mi pare possibile farlo, mi pare possibile correre a ritroso nel tempo, tornare, anche solo per un attimo, dove sono già stata…

OPERAIO Io sono condannato a stare fermo tutto il giorno, vedo apparire davanti a me cose che non riesco a toccare. Seduto su questi scalini, non posso che rincorrere il mondo con le dita. Tutto mi passa davanti, mi arriva in forma già elaborata e io devo solo riversarlo altrove. Quando nessuno mi vede, con le dita tambureggio sulle mie ginocchia come pigiassi i bottoni di una tastiera. Davanti a me vedo uno schermo immenso, grande come il cielo, e io batto sulle mie ginocchia, con le dita, aspettando che appaia quello che ho perso.

PIFFERAIA Cosa hai perso? Vuoi parlare con me, anche se ancora non è notte?

OPERAIO Parlo del lavoro, è quello ciò che ho perso, che non riesco più a tenere stretto fra le mie mani. Mi sfugge via, è lontano, è oltre una lastra di vetro… è sotto una superficie trasparente, che non è nemmeno più acqua… non lo afferro e se non lo afferro, non tengo in mano più nulla. Negli anni ho finito pure per smarrire il mio corpo, ho perso la possibilità di amare gli umani…

PIFFERAIA Cioè? Spiegati meglio

NACONIANI (La massa dei Naconiani è annoiata. Siedono per terra, sbuffano. Se ne stanno chiusi in piccoli cerchi e non comunicano fra loro. Nessuno presta più attenzione alle parole dell’operaio. Solo in pochi fra loro, oltre Bebo e Gaia, sono rimasti in piedi e ascoltano quel che l’Operaio ha da dire. Qualcuno grida) E tira via, oh sarnagioto, che ce semi rotti i cojoini… parli parli parli ma nun sei bono a fate capi’…  Dici solo un sacco de cazate, anche se te piace de parla guzo… guarda che nialtri nun ce cojoni, sa’…

OPERAIO (si aggiusta la sua berretta in testa, e inizia a raccontare, prima prima piano, mangiandosi le parole. Poi via via che si addentra nei suoi ricordi, la voce gli si fa meno singhiozzante, più sicura) Tutto era diverso. Allora eravamo un popolo e io ne facevo parte. Passavamo le giornate stretti alle banchine del porto; iniziavamo all’alba, incurvavamo lamine di ferro, le plasmavano tra fontane di scintille che colavano attorno a noi. I padroni stavano a guardarci, coi vestiti inamidati, i volti annoiati e i capelli impomatati. Le loro navi nel porto crescevano a dismisura, salivano un pezzo dopo l’altro, le loro spigolature si curvavano in sogni che attendevano di solcare la liquidità dei mari. Loro, i padroni, ci guardavano con occhi severi e pretendevano una velocità crescente nelle nostre azioni lavorative. Noi strisciavamo come topi nel ventre delle grandi imbarcazioni, d’estate l’acciaio si faceva arroventato, d’inverno ci inghiottiva nel buio e nell’umido salato fra giunture, saldature, passaggi che plasmavamo coi nostri attrezzi. Era proprio lì dentro, nel buio, che ognuno di noi sognava in cuor suo. Sognava di conquistare tesori lontani, toccarli, mangiarli. Credevamo che quel mondo fosse semplicemente oltre l’orizzonte, oltre il mare che non se la smetteva mai di sbattere con le sue onde sulla pietra delle banchine. Io venivo da un quartiere sulla collina sopra il porto che oggi non esiste più, lo hanno ridotto in polvere le bombe. Ma allora era un intestino di vicoli, di stradine che si attorcigliavano. C’era mia moglie, sempre in piedi sull’uscio della porta, col suo corpo tozzo occupava già tutto il vicolo, aveva gambe gonfie di elefante sotto la gonna ruvida. E quando arrivava la sera e poi la notte il buio era totale e dentro si sentivano solo i vagiti dei bambini, o il rantolare di qualche ubriaco, o scoppi di risate rauche. Io nella mia stanza dormivo in un materasso buttato per terra e fuori dalla finestra si allungavano vicoli e vicoli. Tetti e porte e pareti e passi della gente e donne con la pelle scurita dal lavoro e dal carbone per scaldare le case mi sfilavano davanti nei sogni e me li ritrovavo innanzi anche la mattina, mentre scendevo a valle verso il porto, una scalinata dopo l’altra, uno spigolo dopo l’altro, mentre andavo a costruire le navi. E così ogni giorno, identico all’altro. Poi una mattina ci dissero, i padroni, che dovevamo fare la nave più grande di tutti. Era arrivata una commessa, da non si sa dove, forse dall’America. E allora iniziammo a costruirla, con la solita foga, anzi forse ancora di più, perché mentre la vedevamo formarsi sotto le nostre mani, ci appariva più grande di tutte, sembrava una creatura pronta ad accogliere ognuno di noi, che nasceva dalla forza sapiente delle nostre braccia. Volevamo che avesse un ventre bombato e accogliente, e allora stavamo curvi per ore a levigarne l’acciaio, senza badare alle scintille che ci bruciavano la barba e le ciglia. Fu così che, mentre sotto le mani la nave si faceva sempre più presente e potente, iniziammo a pensare che quella era la nave che ci avrebbe portato verso il tesoro, oltre la linea del mare.

CUSTODE (scoppia a ridere, battendosi le mani sulle ginocchia. Scuote la testa e ride, d’una risata sguaiata) Ahahahahah quante volte l’ho sentita questa: la nave con cui andare via, qua sognano tutti di andare via, lo ripetono tutti, dalla mattina alla sera. È come se a dirlo e a ripeterlo, a cantarselo e a salmodiarselo, ognuno raccogliesse le forze per restare ben piantato al suo posto, in questa città.

I Naconiani intanto si sono fatti attenti alle parole dell’Operaio, stanno tutti ritti in piedi e lo guardano con un interesse vivo e nuovo. Anzi, alle parole del Custode, esplodono in una serie d’improperi.

NACONIANI E sta un po’ zito, rompi cojoni, che questa de la nave io ce la so.

– Scì sci, l’ho sentita anche io questa de la nave bela e grosa che nun finiva mai, ’n do ce lavoravane tutti. Sci sci, me la ricorderò!

– Mi padre quand’erimi fioli, me portava a vedela.

– Ma che cazo stai a di’? Non senti che questo sta a parla’ de ’na roba sucesa n’bel po’ de ani fa.

– Boh, a me me pare ieri, de sta nave…

– Faceva sta be’ ’n’ bel po’. Era bela, ce consumavi j ochi a rimiralla.

– Se incastunava ’n’ tei colori la natura, che pareva ’na meravijia.

– C’ha lavorato pure qualcuno de la famija mia, cel ricordami tuti quanti..

CUSTODE (rivolto alla Pifferaia) Li senti, vero? Quando ricordano, si sentono di nuovo partecipi. Superano le divisioni, quel loro incallito frazionarsi per piccoli gruppi e gruppetti. Il ricordo, quello condiviso, quello collettivo, è la formula magica che li tiene insieme. Deragliano all’indietro, verso mondi privi di logica. Si emozionano e si compattano e tornano ad essere tutt’uno col mondo.

LA PIFFERAIA non dice nulla, ma ascolta e guarda i Naconiani, che ora stanno tutti ad osservare l’Operaio con occhi grandi come la luna.

L’OPERAIO (riprende il suo racconto) Sì, insomma, voi, noi, coi vostri padri, coi vostri zii, con quelli che c’erano e che ancora ricordo per nome, noi tutti decidemmo di prenderci quella grande nave, per arrivare dall’altra parte del mare, verso l’Oriente. Perché eravamo in tanti a dire ormai che dall’altra parte del mare qualcosa era cambiato, che i tesori che cercavamo lì avevano preso forma. E così in una mattina di lavoro, sulle banchine, dinnanzi al mare, decidemmo che quella stessa nave su cui eravamo curvi a lavorare doveva essere la nostra. Era carne della nostra carne, ci era sempre appartenuta, tutta intera, nella materia che la formava, nel suo profilo slanciato e gigantesco. Non so chi fu il primo a dirlo, a pronunciare queste parole, ma tutti decidemmo che prenderla e lanciarla verso le onde era un’azione iscritta nel vero ordine delle cose, in quello stesso ordine che di là dal mare gli uomini dagli occhi affusolati stavano portando alla luce per i loro fratelli. Perché nel funzionamento degli ingranaggi della nostra mente, nell’implacabile azionarsi di leve incardinate nella nostra materia, la nave sarebbe venuta semplicemente a noi, doveva penetrare in noi come noi entravamo nelle sue viscere per darle forma. Fu così che una notte di festa, dopo che avevamo cantato e dato fondo a qualche botte di vino, scendemmo dai nostri vicoli attorcigliati e impregnati di odori, entrammo nel porto, trascinammo con noi la guardia che voleva fermarci, che non voleva partecipare alla nostra rinascita, e la buttammo fra le onde nere e gelide. Poi entrammo tutti nella nave. Volevamo partire, subito, verso l’Oriente, appena il sole fosse sorto all’alba, anche se sapevamo che la nave non era ancora finita. Era incompleta, mancavano pezzi, catramature, bulloni, rifiniture. Sapevamo che aveva buchi e in qualche zona assomigliava ancora a un corpo che va formandosi nel ventre materno, e ha arti ancora germinali, incompleti. Ma non volevamo ascoltare, non c’era più tempo di attendere, di tempo ce ne eravamo già dati un’eternità, ed era così bella e forte la creatura su cui camminavamo, dentro cui facevamo festa, che amplificava fra le sue volute le nostre urla di gioia. Ci dicevamo che ormai tutto era fatto, tutto era pronto, con un piccolo sforzo il giorno dopo, terminata la festa, l’avremmo finita, avremmo completato le ultime saldature, finito di armarla e di stringerne gli ultimi bulloni. E poi l’avremmo fatta partire, sospinta nelle acque spumose. Nel mattino, con la luce che fora l’orizzonte, saremmo riusciti a prendere il largo. Così ci ripetevamo mentre ci addormentammo, stanchi, sfiniti, con in bocca il sapore dell’amore, della pelle, delle gole dissetate dal vino. Non aveva ancora un nome la nostra nave, ma la chiamammo Notte,  perché nella notte era diventata veramente nostra.

Il nostro sonno sembrò durare pochi istanti, il tempo di battere le palpebre e la notte svanì. La luce si espanse nel cielo riportando in superficie la visione degli oggetti e dei colori del mare, e della città coi suoi tetti attorno a noi. Al risveglio Notte era ancora lì, imponente nel suo sogno metallico. Qualcuno si affacciò dal ponte. Fu un attimo, e iniziarono le urla, le imprecazioni e le bestemmie nell’alba, che svegliarono gli ultimi di noi immersi nel dolce sonno. C’era l’esercito schierato attorno allo scafo di Notte, con tutte le divise e i fucili spianati, e i militari ci guardavano increduli eppure severi ed erano pronti a sparare, ad ucciderci. Allora io stesso mi alzai in piedi, la testa mi pesava, non riuscivo a guardarmi le punte delle scarpe che mi veniva da sprofondare per terra, ma urlai con tutta la disperazione che avevo in gola. Dissi che era ora di partire, ordinai di sciogliere gli ormeggi e di mettere Notte in mare, di varala. L’esercito si stringeva a noi, le truppe si serravano attorno allo scafo, i militari ci guardavano con occhi di chi ormai sta prendendo le misure per ucciderti. Iniziammo a far scivolare Notte sulle assi sopra cui era posata in secca. Lo facemmo segando ogni laccio che la teneva inchiodata a terra, e la nave iniziò a scivolare verso l’acqua, sfondò il cordone schierato dei militari, Notte entrò dentro le onde con un grande fragore di acque che esplodono sotto il suo peso. La città era alle nostre spalle oramai, coi suoi tetti affastellati, i suoi comignoli che si scioglievano nella luce dell’alba, la sagoma rugosa del suo volto dove avevamo lasciato le nostre esistenze. Mentre Notte beccheggiava e rollava per bilanciare la sua stazza nella massa dell’acqua, e mentre i militari e i comandanti, che urlavano come belve, erano sempre più piccoli alle nostre spalle, sulle banchine, per un attimo ci tendemmo tutti verso l’Oriente, verso quel mondo dove gli slavi dalle fronti larghe e gli occhi affusolati di gatto stavano costruendo nuovi orizzonti. Sentimmo il vento oltre le nuvole baciarci il volto, fu un soffio, un piccolo istante, poi ci sentimmo risucchiati sul fondo. Fra le giunture di metallo non ancora saldate penetrava l’acqua col suo sibilo isterico. Stavamo partendo senza che il nostro scafo fosse pronto ad affrontare la liquidità dei mari, e così Notte inizio ad affondare, una spanna dopo l’altra, ad una velocità inesorabile, senza che avessimo tempo di scuoterci, anche se poi noi non volevamo davvero scuoterci dai nostri desideri, dai nostri sogni. L’orizzonte si chiudeva in un cerchio sempre più stretto che ci si strinse attorno alla gola fino a penetrarci nei polmoni. Fu così che morimmo tutti, tutti quanti, proprio tutti, ingoiati dal mare.

I Naconiani scoppiano a piangere. Ululano di dolore, si contorcono in singhiozzi. I loro visi si pietrificano dalla sofferenza. Le urla e le lacrime fanno colare il nero di seppia lungo il mento e sul collo. 

NACONIANI Ieso, ieso, cusa m’arcordo, è morti pure i parenti mia, là n’tel mare

– E pure queli de la famija mia, semi andati giù tuti, erimi i parenti de mama mia…

– Fatigami tutti là ’nte ’l porto. C’è cascata ’nte la testa ’na sasata, per quela cazata

– ’Nte la famija mia c’è un bugo d’orfani. Chi duveva alungà da magna’ e da beve ai noni miei, quan’erane piculini, è andato giù in fondo e c’è rmasto a fase spapolà da le onde

– Dopo qu’la facenda ce semi rtrovati de note, da soli, fracidi a guardà il mare, che s’era fato sempre più grigio e c’ha magnati a tuti quanti.

– Semi rimasti tuti quanti spersi.

OPERAIO Anche io quel giorno sono morto, sono scivolato in un liquame melmoso dove è marcita la mia vecchia forma di uomo venuto su fra i vicoli e le faville dell’acciaio. Sono stato mangiato dai pesci. Incapace di amare, livellato sul fondale. Ora esisto solo di giorno, inseguendo forme di lavoro che non riesco a comprendere più. Ogni notte torno a vivere nell’ombra di quell’ebrezza che provai proprio quella notte, prima di affondare. Ma la notte è solo un sogno.  Il giorno mi scorre davanti e io non lo posso afferrare, io come tutti gli altri che vivono nel mio stesso baluginare, nello stesso sfarfallio di luci al neon che mi vibrano davanti agli occhi.

Poi l’Operaio si alza e si va ad inabissare nel cespuglio ai margini della scalinata. Il corteo si rimette in movimento, mentre i pianti e gli ululati dei Naconiani non si placano.