La formula magica | Mauro Meggiolaro – racconto

Chi l’avrebbe detto che sarebbe andata a finire così? pensava forse tra sé e sé, per quanto potesse veramente pensare in quello stato. Meda e Viganò, Paroliti e Rinaldini e quasi tutti gli altri in qualche modo si erano riciclati. C’è chi con la liquidazione aveva aperto un centro fitness, chi si era messo a fare l’insegnante a contratto in qualche università privata per somari ricchi. In tanti avevano anticipato di un paio di anni la pensione e si erano ritirati su una delle cinquantamila colline dell’Appennino o in riva al lago o al mare. Ma lui aveva 36 anni e non sapeva da che parte ricominciare. Nel dubbio spendeva tutto in tramezzini e caffè corretti, cordiali e aperitivi, prosecchini e digestivi, genzianelle e rosoli, amari, acquaviti e camparini e in questo, il Bar Lenotti era un porto sicuro, nascosto alla vista del mondo giudicante, piantato ormai “dal 1890” all’angolo tra via del Martirio e vicolo Santa Valeria, nel centro pulsante della metropoli della finanza, dove l’Italia era
Italietta, la Borsa era una borsetta e i bancari, banchieri, analisti,
correntisti, trader, broker, consulenti, revisori, sindaci, notai,
avvocati e commercialisti si conoscevano tutti, uno per uno e di tutti sapevano vita, morte, miracoli ma soprattutto piccolezze, sconcezze, rigurgiti, corna e cambiali e tutto il peggio che la natura umana nella sua debolezza intrinseca sa dare al mondo. Un tempo ai tavoli del Lenotti sedevano poeti del calibro di Borlotti e Bavaglini, premi Nobel per la Fisica, artisti ed equilibristi, giornalisti come il pluripremiato Mondelli, il temuto Del Brusco “dalla penna tagliente” e si dice che ci fossero passati anche Ernest Hemingway ed Allen Ginsberg e ci avesse dormito – non si sa dove di preciso né quando – nientemeno che Giuseppe Garibaldi. Ma erano altri tempi. Nel 2005 l’allora settantottenne Evaristo Lenotti, ultimo rappresentante della terza generazione di una stirpe di osti e locandieri, aveva alzato le braccia e venduto licenza e avviamento ai cinesi per “250.000 euro in contanti”, si mormorava nell’ambiente. In pochi mesi la sala biliardo fu evacuata e diventò una specie di magazzino conto terzi dove iniziò a passare di tutto e la storica “saletta dei poeti” fu subito riempita di macchinette di videopoker a cui, giorno dopo giorno, si aggrapparono file di disperati di tutte le razze, i sessi, le età e i colori.

In quel covo di diseredati Frigerio si trovava perlomeno a suo agio. Nessuno gli chiedeva chi fosse o cosa fosse stato né cosa se ne facesse ora del suo prestigioso CFA, quel titolo da analista finanziario che gli era costato almeno 50 fine-settimana a casa a studiare e la bellezza di due fidanzate che, nel frattempo, l’avevano mandato a quel paese. «Costi più che ripagati», rispondeva ai bei tempi a chi glielo chiedesse. «Un aumento secco del 25% della retribuzione lorda da su-bi-to!», diceva alzando il tono della voce e scandendo le sillabe davanti ai vecchi amici dell’oratorio quando si ritrovavano per le “cene del campetto”. Ora non rispondeva neanche più agli inviti. Chi glielo spiegava a quelli che era finita, che ora era lui il principe degli sfigati? Da quando la Nadir Società per Azioni di Gestione del Risparmio era stata comprata dagli americani il mondo gli era crollato addosso. E pensare che l’acquirente, Two Beta Investments Llc., fino a due anni prima non la conosceva nessuno, se non un gruppetto di nerd scacciafighe con le lenti spesse e il pizzetto a capretta che potrebbero scassarti la minchia per ore parlando di codici di programmazione. Appena perfezionato il contratto di acquisizione, Frigerio, Meda, Viganò e tutti gli altri analisti e analiste del terzo piano della palazzina Adriatica, piccolo monumento al neorazionalismo degli anni ’50, erano stati invitati a mettere i loro effetti personali in un piccolo scatolone, gentilmente offerto dai nuovi proprietari, e a togliere il disturbo. Erano rimasti solo i due commerciali, amiconi dalle narici d’oro e i denti affilati. Del resto qualcuno i fondi e le gestioni patrimoniali doveva pure continuare a venderli. Ma gli ordini di acquisto e vendita dei titoli, l’analisi dei dati di bilancio, il price to book value, l’impairment, la p/e ratio, la divinazione delle curve flattening e steepening, dei cigni neri e delle tempeste perfette, delle posizioni long e short in tutte le loro possibili combinazioni erano funzioni che poteva agevolmente svolgere una singola macchina, istruita a dovere. Un supercomputer, capace non solo di interpretare i dati, confrontandoli con una serie sterminata di casi simili ma anche di anticipare gli eventi con un margine di errore trascurabile. «L’idea al centro di tutto è che si possa rappresentare la realtà usando una funzione matematica che l’algoritmo ancora non conosce ma può intuire dopo aver processato un certo numero di dati» scriveva la Two Beta sul  proprio sito internet, che Frigerio non smetteva di perlustrare in lungo e in largo in cerca di risposte. Machine learning: macchine che imparano a fare cose che prima facevano gli umani e grazie alla capacità di digerire miliardi di dati alla fine le riescono a fare anche meglio. Gregor Szymborski e Robert Stielike, i due fondatori e direttori esecutivi della Two Beta erano diventati miliardari così, grazie a una funzione matematica prodigiosa, ormai conosciuta nel mondo finanziario internazionale come “la formula magica”: una serie di sgorbietti neri su un foglio di calcolo che i due, ora trentenni, avevano iniziato a mettere insieme quando ancora non gli cresceva barba a sufficienza per coprire le gote devastate dall’acne. Negli ultimi anni avevano rilevato decine di società di gestione in tutto il mondo a prezzi stracciati, mandato a casa centinaia di analisti e broker e sgomberato uffici su uffici che erano stati prontamente affittati o venduti ad altre ditte. I computer liberati erano stati regalati alle scuole con un atto di magnanimità debitamente pubblicizzato all’interno del bilancio di sostenibilità della Beta con la formula finance for education.

Alla fine serviva una sola macchina che usava un’estensione di memoria virtuale pressoché inesauribile nella grande nuvola informatica che avvolge l’universo. Luca Frigerio detestava la Two Beta e odiava Szymborski e Stielike di un odio mortale. Si sentiva solo, abbandonato da tutti. Aveva anche cercato di mettere in mezzo gli odiati sindacati. Ma che ne sapevano loro di intelligenza artificiale? Ormai erano buoni solo a ingrassare le pensioni di chi ce l’aveva già fatta.  O a nascondersi, come Frigerio, dal pensiero e dalla vita, in un posto ancora al riparo dal mondo, dai broker e dalle holding, dai supercomputer e dalla formula magica, ma certo non dai cinesi che lo avevano rilevato: il glorioso Bar Lenotti.

 

Fotografie scelte digitando ‘Merkel Robot’ su Google immagini.




Silvia Tebaldi – Il Baratto #Argo 19

Il baratto

 

Tu mi dai la tua rabbia, e io cosa ti do. Io ti do il fiato, tu ci metti il tempo. E luce che sparpaglia i sogni, luce che spazza via la nebbia.

                                                           Imminente, secondo indiscrezioni, il lancio sul mercato di una nuova generazione di servizi  assicurativi:

Per te silenzio, vuoto, libertà di tregua. Io ti do tempo. Domande certo che potrai farne, dirmi cose: una risposta è assicurata, dentro o fuori dal silenzio. E c’è anche il caso che la risposta non ti serva più, che ti basti aver fatto la domanda. Che vada bene così.

                 servizi attivi 24 ore su 24, copertura internazionale;

assicurazione contro i rischi e il malessere psicologico – dell’anima, dello spirito,

della sfera interiore, per intenderci.

Nei giorni duri io ci sarò. Tu mi dai tempo, io ti do un’altra vita.

Perché verranno giorni, giorni duri e giorni no, notti con lune e stelle accese e tu senza dormire, il cielo sopra di te, notti stellate e notti senza sonno, notti di puro sonno e poi puro risveglio, risveglio della nuda coscienza che sa di essere e null’altro, luce e basta, prima di caricare tutto il software feriale e diurno, tutte le cose e le parole e il fardello del giorno, del pensiero.

E allora toccherai le cose, le chiamerai per nome perché restino con te, i loro nomi li sentirai addosso – li terrai in mano, in bocca – ricorderai parole con stupore, con stupore le lascerai andare. Potrai parlare e tacere. Che noi ti si ascolta, a nostro modo ti si ascolta, e io nemmeno un commento su di te, sulle tue parole e le tue scelte, nessun biasimo dei tuoi errori, del tuo aspetto, del corpo in cui sei cresciuto, cresciuta dentro, nulla e nessuno baderà a te per come pensi di essere, per come hai pensato d’essere finora, eppure avremo cura di te.

A fronte di polizze di entità contenuta

– e a quanto pare di carattere ibrido, parte in denaro parte in offerta di tempo –

assicurazione contro rabbia, depressione, angoscia

Tu dammi spazio, io ti do una ragnatela. Un labirinto. Sogni vividi appena ti addormenti.

L’ora del sogno guaritore e l’ora senza riposo; lo stato di eccezione dell’essere nel mondo, l’oltraggio al giusto e al vero, il limite della norma e del diritto; questo è ciò che abbiamo, tutti, e il divenire ambiguo del presente; schifo, impotenza, dolore civile; e il sonno provvisorio delle bestie. Ti do una ragnatela controluce, perfetta come il labirinto di Cnosso; io ti do ascolto, tu fammi domande.

(forse, anche contro l’insonnia).

E l’indistruttibile – il perfetto indistruttibile che è in noi – il decisamente divino, qualsiasi cosa possa stare in quel “decisamente” – quello lo intuirai chiudendo gli occhi, occhi chiusi nel sole e nell’insonnia, ricordando parole e poi lasciandole andare. E non aspirerai a raggiungerlo, niente affatto, solo lo intuirai e questo è gioia, minima assurda incomprimibile gioia, pura contraddizione. Tu dammi spazio e io ci metto il tempo; e il fiato, le storie e le vertigini, come avere sedici anni ed essere innamorati, oppure avere attacchi di panico.

Si esclude, a quanto riferiscono, l’uso di tecniche new age, né si tratta di assistenza spirituale o psicologica:

Tu dammi il tempo e io lo riempio di storie – un baratto, uno scambio, una forma minore di magia.

Serve carta tabacco e inchiostro ma anche no, solo tempo e luce, fuoco senza colore che corre per rue de la Huchette, che si infila tra le assi tarlate di via Piella, Goito, tra san Vitale e le Moline, nei vuoti tra i portici, nei vuoti tra le parole. Tu dammi il vuoto e io ti do il silenzio.

Tempo in cambio di aiuto, tempo in cambio di tempo.

E se ti verrà voglia di mandare a memoria – di ripetere, di serbare parole, noi ti diamo i nomi. Ti offriamo i nostri artisti del digiuno, detective selvaggi, veterani del tempo perduto. I nostri esperti di metrica e di addii. La legione dei poeti, sempre in lotta col tempo e col denaro (tranne quelli a stipendio nelle corti), esperti da secoli nel rivoltare cappotti, nel rivoltare pietre e scoprirvi sotto vita, vita di insetti e pianticelle; e quelli del narrare, che altro non è che il passare del tempo; e i nostri eroi che hanno buttato il tempo, buttato e ripreso al volo trent’anni dopo; ti offriamo cosa, noi, e in cambio di cosa. Luce salmastra e fuochi liquidi. E strana, forse misteriosa, forse pericolosa consolazione

le compagnie si avvarranno di un team di esperti attivi 24 ore su 24,

di colloqui e soluzioni ad hoc, mirate, tagliate sul cliente;

allo studio l’estensione delle proposte assicurative a rischi di suicidio, dipendenze, comportamenti autolesionistici

sapere che nessuno ci salverà dal lutto, dalla rabbia e dal dolore

(dicono che la polizza sia uguale al premio)

dall’angoscia, dallo schifo, dal dolore civile; eppure eccoci qui – qui da secoli e non per darti fregnacce, confessioni da facebook, sbrodolate da social, non marketing non servizi più o meno innovativi – piuttosto qualcosa che trasforma, un’arte o artigianato o una magia minore, qualcosa che trasforma in se stesse le parole, le riempie poi le vuota, le dilata e contrae. Qualcosa che si ostinano a chiamare letteratura, lingua sottratta al potere per il tempo che dura la lettura, la scrittura, il far segni su un pezzo di carta, facoltà di parola, spazio vuoto. Spazi bianchi nel tempo, nei dispositivi negli istituti nelle asimmetrie di potere – luce, regni futuri, illusori, reami di luce nel risveglio (ti imbroglierà anche questa, sai, ti ingannerà come ogni altra assicurazione, ma almeno lo sai da subito e almeno ti divertirai qui con noi, con noi onironauti, verbalizzanti, noi che scriviamo sulle panchine, in pausa pranzo o in posizione di tiro, noi che scriviamo alla stazione di Astapovo, gente che trova nomi ai sentimenti – tipo chiamarli George, Albertine o Clelia – gente cui appare in sogno il Polifilo, Guerra d’Amore in sogno, Hölderlin nella torre e smisurate preghiere e tanta sete al risveglio – a inventare l’on-off del linguaggio, l’esser fuori da tutto e dentro tutto, il baratto col vuoto e sarà tempo, tempo dilatato e contratto, battito accelerato, limite, tempo come luce come una nascita).

©Silvia Tebaldi

Nota: Illustrazione originale di Giulia Ferrandi




Poesie, Cristiano Poletti #Argo19

Pashupatinath

Nulla è dunque la morte per noi, e per niente ci riguarda.
TITO LUCREZIO CARO

Preparano le pire, una via l’altra.
Non si replica l’anima?
Lo vorrei chiedere alla nostra guida.

Ma che termine, l’anima.
Passa tutto nel corpo,
sia tuo o mio è già un ricordo
aperto ora in un fiume sacro e sporco.

Si è dimenticato i tagli, non piange
un suo nervo di pianto, non è più
che bruciato, il corpo, è nel nulla e in cenere.

Nulla era prima, e dopo.
Ma tra due sponde questo è il punto, scritto
nell’infinito alfabeto del sempre.

Qui in mezzo, come per gioia del limite
l’anima ha inizio, inizia la sua frase,
imparata e scordata, quante volte,
e mai dimenticata.

E si prolunga intanto nel mio accento
altra vita, in disordine, nel sole.

Avrei voluto chiedere a una guida.
No, non avrebbe risposto. Né un mago
avrebbe potuto, o un amico.
Né un padre. La madre
delle domande scivola nell’acqua.

Nepal, fotografia da un piccolo aereo

Lingua di terra inarcata, scala
appoggiata al muro,
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::Himalaya
ponte per
il cuore dell’Asia.

E a prenderlo in volo è un altare in luce.
Più che un muro è lì come una preghiera
sopra la polvere. In fotografia
le cime sono a fuoco e senza storia
si brucia la magia
di azzurro e vuoto, il cielo.

Ritorno, interno giorno

Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?

GIACOMO LEOPARDI

La notte è passata a rompere stelle,
tutte mimiche di anni, ed ecco come
nel giro di poco l’alba è una ruga
e la nuvola un volto.

Nel molto del sangue gira l’età,
si mescola nelle vene un sorriso,
dentro quel viso la risposta
che è dolore che piega nel dolore.

Ormai è giorno e nella sua magia
chiede ancora la pagina infinita
e che il suo nome sia
tempo, punto, vita.

***

Cristiano Poletti è nato nel 1976 a Treviglio, in provincia di Bergamo. Autore della raccolta Porta a ognuno, L’arcolaio, 2012, e del saggio Trovandomi in inviti superflui in L’attesa e l’ignoto – L’opera multiforme di Dino Buzzati, a cura di Mauro Germani, L’arcolaio, 2012. Sue precedenti raccolte sono: Mari diversi, Book, 2004; Non Nome, Manni, 2007. Dal 2007 dirige Trevigliopoesia (www.trevigliopoesia.com). È redattore del blog collettivo Poetarum Silva (http://poetarumsilva.com).




Antonio Paolacci: Il più grande maleficio che io abbia mai visto. #Argo19

 

Il più grande maleficio che io abbia mai visto

 

Nella classe dipinta di verde militare i bambini nei loro piccoli banchi verde militare indossano vestiti verde militare. Hanno le facce in aria tutti tranne uno, tutti tranne il bambino sempre triste in fondo all’aula, hanno le facce bianche perché fuori c’è un grande rumore di passi ritmici. E i passi fanno paura. E anche io ho la faccia bianca. E guardo i bambini e la classe dipinta di verde militare, guardo le piccole facce bianche e sento i passi, vedo il verde militare e il bianco delle facce e sento i passi. E allora salgo in piedi sulla cattedra, salgo in piedi sulla cattedra verde militare e allargo le braccia, e con le braccia aperte sventolanti come un ombrello al vento inizio a cantare, a cantare a occhi chiusi. Se li riapro, vedo che aperte sono anche le loro piccole bocche, tutte le piccole bocche dei bambini seduti nei loro banchi verde militare, mentre fuori, oltre le finestre chiuse, oltre le sbarre color canna d fucile, i passi ritmici sono più forti, e tutte le loro piccole bocche tranne quella del bambino triste in fondo alla classe, tutte le bocche adesso sono aperte per qualche secondo, poi si chiudono, tutte tranne una si chiudono, e si riaprono, e si richiudono, e compitano con me, e intonano con me la melodia per coprire il fracasso ritmico dei passi, e il fracasso ritmico dei passi militari sparisce dalle loro piccole orecchie, si sbriciola schiacciato dal nostro canto e allora: Ballate adesso, dico. Adesso ballate. E i bambini non aspettavano altro e si sollevano in piedi, tutti i bambini tranne uno salgono in piedi sui loro piccoli banchi verde militare.

E allora dico: Danzate con me, ragazzi. E i bambini agitano le loro piccole braccia con me, tutte le loro piccole braccia tranne quelle del bambino in fondo alla classe si agitano come un esercito di piccoli ombrelli al vento. Facciamogliela vedere, dico, e appena lo dico una bambina con le trecce fermate da piccoli nastri verde militare, una bambina con le trecce tira fuori una chitarra, una chitarra alta quanto lei e si mette in posizione, e le sue trecce con i nastri verde militare sbattono qua e là quando lei si mette in piedi sul suo piccolo banco verde militare, con la chitarra in piedi tra i suoi piedi, tra le sue piccole scarpe verde militare e inizia a suonarla come un’adulta suonerebbe un contrabbasso, du-dum, du-du-dum, mentre di colpo un pugno, un enorme pugno di scimmia, batte forte contro la porta chiusa a chiave, tum, tum, tum. E il pugno dice: Aprite, tum. E dice anche: Come osate, tum? E il pugno ha la voce triste, ha la voce che non sa cantare, e il pugno non sa ballare ed è un pugno verde militare. Tum e ri-tum, dice il pugno. E du-dum, du-du-dum, risponde il contrabbasso. E tum e ri-tum, ripete il pugno. E la bambina solleva il contrabbasso e appena lo solleva si vede bene che non è affatto un contrabbasso ma una chitarra alta quanto lei, e con la chitarra in alto su di lei, sulla sua piccola testa infiocchettata di verde militare, la bambina urla le mie parole, ripete forte le mie parole: Facciamogliela vedere ragazzi, dice. E altri due bambini rovesciano le ciotole del pranzo, rovesciano tutte le ciotole verde militare di tutti i bambini e con le piccole forchette canna di fucile le suonano, suonano le scodelle come una grande batteria rullante, ru-ru-tà, ding, ru-ru-tà. E tutti i bambini tranne quello in fondo alla classe cantano più forte e ridono più forte e il bambino in fondo alla classe, il bambino triste e sempre solo in fondo alla classe si alza in piedi anche lui e tum e ri-tum, dice il pugno, e tum e ri-tum, e Adesso entro, dice il pugno. E du-dum, du-du-dum, fa il contrabbasso. E ru-ru-tà, ding, ru-ru-tà, la batteria. E il bambino sempre solo in fondo alla classe viene avanti verso la porta, e Professore apra, dice il pugno, Apra questa dannata porta e tum, Apra questa dannata porta e ri-tum. Ru-ru-tà, ding, ru-ru-tà, dicono le scodelle con voce di batteria. Apra o buttiamo giù la porta e tum. Ma io non posso aprire e glielo dico. Non posso, gli dico, sto ballando adesso, adesso sto cantando. E il bambino in fondo alla classe afferra il suo zaino canna di fucile e si avvicina alla porta e dice Stiamo ballando adesso, pugno. Vai via, pugno. Noi non siamo come te, pugno. Noi siamo, uhm, noi siamo, dice il bambino e mi guarda. Cosa siamo noi, prof? E io continuo a ballare e dico: Noi siamo musica, dico. Diglielo, dico. E il bambino che ora non è più in fondo alla classe dice forte: Noi, beh, noi siamo musica, signor pugno. Noi siamo musica e lei non può capire, capisce? E tum e ri-tum, insiste il pugno che non capisce, sordo come ogni pugno. Ora la sfondo, dice, questa dannata porta, dice il dannato pugno. E così io dico: Non fatevi intimidire, ragazzi. Non abbiate paura, dico. Ballate, continuate a cantare. E la bambina con la chitarra ripete: Facciamogliela vedere ragazzi, du-du-dum, e i bambini con la batteria urlano: Ru-ru-tà, ding, ru-ru-tà, e il pugno ripete: Tum e ri-tum, Dannazione, Tum e ri-tum ho detto. E allora il bambino con lo zaino canna di fucile tira su col naso e in quel momento i cardini della porta diventano petardi che esplodono, e la porta si sradica, si sradica e viene giù con un grosso tonfo sul pavimento verde militare, e una squadra di militari verde militare invade la classe verde militare e circonda i banchi verde militare con una foresta di fucili canna di fucile e noi smettiamo di cantare, come sempre ostinati noi e ostinati loro, come sempre a quest’ora del giorno, a quest’ora che è l’ora della porta sfondata, ogni giorno sfondata, come sempre con tutti quei soldati intorno, con tutti quei fucili canna di fucile puntati su di noi, come ogni giorno a quest’ora puntati su di noi per colpa del canto e del ballo, anche oggi come sempre, ostinati noi e ostinati loro, perché ogni giorno noi cantiamo, perché ogni giorno loro sfondano la porta e tutto è uguale a sempre, tutto è come sempre tranne il bambino con lo zaino canna di fucile, il bambino che oggi non è in fondo alla classe triste e solo, il bambino che oggi è venuto avanti e adesso infila una mano nel suo zaino e un attimo dopo la tira fuori, la sua piccola mano chiusa a pugno, e fa un grande maleficio, il più grande maleficio che io abbia mai visto quando mostra il suo piccolo pugno ai militari verde militare e di fianco al suo piccolo pugno malefico mette il malefico piccolo pugno dell’altra mano, e i due piccoli pugni sono uno di fianco all’altro adesso, e il primo piccolo pugno è immobile mentre il secondo piccolo pugno gira, e gira, e gira una piccola manovella invisibile, una piccola manovella invisibile che mette in funzione il piccolo dito medio del primo piccolo pugno immobile, e il piccolo dito medio si solleva come un gigantesco ponte levatoio, come una piccola e gigantesca bacchetta da stregone che emerge dal piccolo pugno del bambino, pian piano, dritto, per fronteggiare come un piccolo soldato quell’esercito di soldati grandi con i loro fucili canna di fucile, e i bambini ridono, e i soldati non ridono per niente, e i bambini ridono per tutto, ma più di tutto ridono perché il bambino con lo zaino canna di fucile adesso ride, ride con il dito medio dritto, e non è più in fondo alla classe come ogni giorno triste e solo, oggi il bambino con lo zaino fronteggia i suoi nemici con un dito, e per questo non è più triste, e non è più solo, e non è più un bambino.

 ©Antonio Paolacci

Nota: l’illustrazione originale che accompagna il racconto è di Giulia Ferrandi – vai al Sito




Francesco Filia Ma.Gi.Ca_Argo 19

Ma.Gi.Ca.

Careca avanza nella trequarticampo, un tacco improvviso per Maradona, due passi, un attimo di sospensione, gli avversari sono poco più che ombre in campo, passaggio in profondità, scatto di Giordano, sinistro al volo tra palo e portiere. Gol! Potevo dire di averli visti, di esserci stato, di essere stato presente quando la Ma.Gi.Ca giocava. Poi più niente, niente più stadio, niente più Ma.Gi.Ca.

Non so quando sia iniziata quest’abitudine di girovagare da solo per le strade vuote. Immagino da quando ancora ragazzo smisi, per ragioni a me ignote, di andare allo stadio con mio padre. Forse, semplicemente, perché non c’era più lui, Maradona,  non giocava più nel Napoli, squalificato prima e venduto al Siviglia poi e quindi non aveva più senso andare a vedere un’orchestra senza il direttore e il primo violino. Di quella Ma.Gi.Ca. rimaneva solo Careca, un grande, ma da solo non ce l’avrebbe fatta ad arrestare il declino, che ineluttabile arrivò. O non andammo più semplicemente perché mio padre si era stufato di quell’appuntamento settimanale, che era per lui diventato un obbligo. Da allora non sono più andato allo stadio. Senza neanche rendermene conto, mi sono trovato sempre più spesso a camminare per strada quando giocava il Napoli, quasi sempre da solo.  Le prime volte mi sembrava un caso, e forse le abitudini o i tic nascono in questo modo, eventi casuali che poi diventano, senza che ce ne rendiamo conto, abitudine, nevrosi, destino. Le strade a Napoli durante le partite si trasformavano in un deserto o, per usare un’altra metafora lisa, sembrava ci fosse il coprifuoco, si vedeva solo qualche sporadica auto passare a tutta velocità o qualche povero disperato con cane a rimorchio per motivi fisiologici. Ricordo che all’inizio fantasticavo di un possibile incontro con qualche donna, di un sorriso, di uno sguardo d’intesa, di una scintilla inaspettata. Poi questa visione scomparve, mi sembrava che così sporcassi la purezza di quei momenti, o che più semplicemente mi impedisse di sprofondare definitivamente in una solitudine senza ritorno.

L’amore totale per il Napoli, come può essere solo l’amore di un bambino, doveva continuare in assenza. C’era un ricordo da custodire, qualcosa che era accaduto una volta e per sempre, una gioia immensa e anche un pianto dirotto e disperato. Le immagini che mi tornano in mente sono quelle del primo gol di Maradona in campionato al San Paolo contro la Sampdoria, con la mia esultanza smisurata e poi il gol di  Butragueño che ci eliminò dalla Coppa Campioni e il mio pianto senza fine. Nulla doveva contaminare quella bellezza, quell’età, l’azzurro cielo di quelle maglie, la tensione impotente di chi guarda, la vibrazione continua degli spalti gremiti, il boato del pubblico, gli abbracci e poi le triangolazioni “di prima”, gesti indelebili di un rito.

Ed ora, in questa domenica pomeriggio di fine campionato, dove si decide un’intera stagione, non posso far altro che camminare, aggirarmi senza meta per le strade del mio quartiere, tra palazzi stracolmi di gente riunita, nascosta dietro le pareti dei loro appartamenti, in un rito di cibo e dirette televisive. Persone, che dopo la fine della partita, usciranno in strada per tentare di dare un senso agli ultimi scampoli della noia domenicale. Per il momento le strade sono a mia disposizione, mi avvio verso Girolamo Santacroce,  inizio a scendere verso il Centro. Mentre osservo distrattamente il Golfo sulla mia destra, sento il vocio alzarsi e abbassarsi ritmicamente dai palazzi alla mia destra. Il cielo è velato da una lieve foschia, quasi che il bello mozzafiato del panorama  non si volesse mostrare in tutto il suo splendore per non atterrirmi. Arrivo a Piazza Mazzini, deserta, il crocevia fra tre zone della città, un non luogo, un punto di passaggio, soltanto che ora non passa nessuno, anche il chiosco delle bibite è chiuso, c’è solo, dall’altra parte della piazza, una bancarella con le bandiere del Napoli, passo davanti, le osservo, poi su un’asta d’alluminio vedo appese varie sciarpe, con scritte diverse e di varie gradazioni d’azzurro, ce n’è anche una con la scritta tricolore “Napoli primo amore”, la stessa scritta della sciarpa che acquistai al primo scudetto. Sono tentato di comprarla, chiedo il prezzo all’ambulante che mi spara 15 euro, io controbatto 5, lui fa una smorfia tra il disgusto e il dolore, comprime la sua faccia grinzosa e bruna in un’espressione come se avesse il collo in un cappio che lo sta soffocando, poi,  con uno scatto improvviso della mascella, riapre la bocca:

“Siete tifoso del Napoli e non vi vedete la partita?”.

“No, non la vedo mai. E voi ? Non la vedete?”

“A me o’ calcio non mi piace, per me è commercio, la sciarpa non la volete? Facciamo 12. Si vede che siete tifoso, anche più tifoso di quelli che se la vedono la partita.”

“No, grazie ho cambiato idea.”

Sorrido, mi allontano salutandolo, mentre lui mi risponde qualcosa che non riesco a sentire. Imbocco Corso Vittorio Emanuele, vedo i tetti nella conca di Montesanto alla mia sinistra, l’asfalto rosso che li copre,  incrocio un cane, mi annusa le caviglie, poi ne sento il latrato mentre si allontana. Ogni cosa sembra muta, restia, chiusa in se stessa, ostile. Come se gli oggetti mi rimproverassero la mia presenza ostinata. Un motorino sfreccia a una velocità impensabile, nell’attimo del mio stupore sento alzarsi dalla città bassa un rumore prima lontano e sordo, che poi esplode in un unico grido di gioia e riempie di sé ogni cosa. Sorrido tra me e me. Ecco. Ritorno sui miei passi, continuo a camminare. La partita starà quasi per finire, posso tornare a casa, all’angolo della mia strada sento un “NOOOO!!!” che avvolge l’aria ferma del pomeriggio, suppongo sia un gol della squadra avversaria o un errore degli attaccanti del Napoli. L’incertezza mi scuote ed è, forse, quel che amo veramente di questo momento, poter fantasticare sulle diverse possibilità, su chi può aver segnato o sbagliato, su cosa può essere accaduto in campo mentre io osservo l’asfalto davanti ai miei piedi e so che conta solo questa bellezza, fatta di supposizioni, di cemento e balconi, di luci improvvise tra i palazzi, dell’eco dei miei passi sull’asfalto. Dopo qualche minuto un fragore, un boato definitivo e totale, i clacson delle auto impazzano. Non mi resta che rincasare, ascoltare le voci della gioia di là della finestra, come una festa a cui non sono stato invitato, una formula magica di cui ho perso per sempre il segreto. Prendo il telecomando, accendo la Tv, mi siedo in poltrona, sprofondo, chiudo gli occhi, ascolto, ripenso a me sugli spalti del San Paolo, a mio padre affianco a me, alla tensione prepartita, alla gioia di vederli sbucare dagli spogliatoi, al fischio d’inizio. Poi non penso più a niente. Ricomincio lentamente a respirare.

©Francesco Filia